RENZI E NAPOLITANO/ Storia di fughe, ritirate e cannoneggiamenti

- Angelo Picariello

Fino a quando potremo reggere come sistema Italia sulla capacità di persuasione di una figura istituzionale che il prossimo anno compirà 90 anni? Lo chiede ANGELO PICARIELLO

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Matteo Renzi con Giorgio Napolitano (Infophoto)

Non so se avete mai visto nelle corse di ciclismo, quando le grandi squadre non hanno voglia di assumere il controllo della corsa e prendono bene il fatto che in fuga ci siano degli uomini non interessati alla vittoria finale. Adriano De Zan diceva che “li tengono lì”, a fotografare quella situazione in cui la fuga sarebbe di fatto già neutralizzata, ma – appunto – le grandi squadre rinunciano a fare l’ultimo sforzo perché, al momento, a loro va bene così: tenerli a tiro così da poterli riprendere in ogni momento, ma non ora.

L’immagine ricorda quella del governo guidato da Enrico Letta. La sua compagine in “fuga” a Palazzo Chigi nessuno la va a riprendere perché un minuto dopo ci si dovrebbe mettere a pedalare. E la guida della corsa toccherebbe alla squadra della maglia rosa, ossia il Pd, partito di maggioranza relativa. Nell’esigenza dei giornali di uscire quotidianamente si è andati avanti per qualche giorno sulla possibilità di una staffetta Letta-Renzi alla guida del governo, ma solo chi non conosce o non ha capito come ragiona il segretario del Pd ha pensato possibile una sua assunzione di responsabilità in un regime di incertezza sul sostegno parlamentare e soprattutto in assenza di un’investitura popolare, col rischio di bruciarsi.

Ma ora, ecco lo stesso Renzi sgombrare il campo dai dubbi: “Andare al governo senza voto non conviene”, dice. Giusto. Ma siccome un governo serve comunque, tanto più in un momento come questo in cui ci sono risposte urgenti e drammatiche da dare, qualcuno deve pur farlo.

Non è bella questa situazione, è bene dirlo con chiarezza. Non è serio, non è responsabile che questo governo, che pure sta tenendo botta in qualche modo fra mille difficoltà, tenendoci al riparo da guai maggiori che speriamo di non vedere mai, sia e resti figlio di nessuno. Intendiamoci: è più facile, da un lato e dall’altro, fare bella figura con i rispettivi elettorati restando svincolati dagli obblighi di bilancio e dagli angusti e odiosi vincoli europei. Gli uni a bearsi dell’abolizione dell’Imu: una tassa non amata, come tutte le tasse, ma certo non la più incomprensibile e strampalata, che anzi con opportuni correttivi poteva anche funzionare, modulandola sui carichi familiari più che sul reddito, che sappiamo essere un indizio quanto mai fallace in Italia. Gli altri, il Pd, invece a esibire piani (come il job act) in concorrenza sleale col governo, potendosi dall’esterno elaborare piani perfetti senza dover spiegare con chiarezza dove si pensa di reperire le risorse. Troppo facile così, raccontare ognuno il proprio libro dei sogni lasciando ai malcapitati ministri il compito di governare sul serio. Con il problema di non poter promettere la luna anche per il venir meno di una delle più cospicue entrate certe su cui aveva potuto contare il precedente esecutivo di Monti. 

L’uscita di Forza Italia dalla compagine di governo avrebbe dovuto portare i restanti a pedalare, per restare nella metafora, con maggiore lena, invece l’effetto è stato di segno contrario, come se la gara con Grillo fosse ad inseguirlo sul terreno del populismo e non a metterlo nell’angolo dando l’idea di una politica che decide e risolve i problemi, almeno quelli che è possibile affrontare. 

Non foss’altro che per questo, merita quindi di essere valutata la nuova offerta politica che arriva dall’unica formazione schierata, ormai, senza se e senza ma nel solco dell’alleanza delle larghe intese, scaturita come diretta conseguenza dalla riconferma al Quirinale di Giorgio Napolitano. Parliamo dei Popolari per l’Italia guidati da Mario Mauro, che sabato hanno presentato a Roma la loro formazione, che prova a parlare al grande mondo dei moderati che non votano più o se lo fanno mostrano una crescente disaffezione verso le attuali formazioni nel campo dei moderati.

Certo, anche la formazione di Angelino Alfano si pone in quel campo come elemento interessante di novità, e la battaglia per le primarie e per la preferenza sono un segnale importante al popolo disaffezionato alla politica. Ma pesa una discontinuità ancora poco chiara rispetto al partito che hanno lasciato, e alla sua guida, ossia Silvio Berlusconi. Per non dire dell’alleanza con la Lega che, dopo la gazzarra all’Europarlamento mentre parlava il capo dello Stato italiano, avrebbe meritato una presa di distanza un po’ più marcata da parte di quelli che sono i suoi alleati nelle Regioni del Nord. Cosicché, in assenza di chiarezza, se il problema alla fine è andare a trattare con Berlusconi, ti arriva un Pier Ferdinando Casini che preferisce andarlo a fare in proprio a tutela della sua baracca.

In ogni caso, a dispetto di tutto, potremmo scoprire nelle prossime ore che il governo Letta da molti dato per finito con troppa fretta potrebbe avere ancora lunga vita davanti a sé: almeno un anno. La coraggiosa iniziativa di Renzi a favore della legge elettorale, unita però a un’accondiscendenza eccessiva a modelli funzionali più ai suoi competitors che alla sua metà campo, un risultato lo sta già dando. Ci riferiamo ai sondaggi, che ormai univocamente riportano il centrodestra come favorito, soprattutto alla luce del funzionamento della nuova bozza di legge elettorale. E questo deve aver tolto dalla testa di Renzi l’opzione del voto fin qui tenuta sempre calda come carta di riserva nelle sue invettive anti-governo.

Se si aggiunge l’interesse di Ncd e Popolari per l’Italia di farsi prima conoscere dall’elettorato, sperando nel frattempo di poter agganciare finalmente i primi segnali della tanto attesa ripresa, si capisce quanto poco interesse abbiano al momento un po’ tutti i partiti di maggioranza di accelerare verso il voto. 

E dire che non mancherebbero ragioni più nobili per tener fede, per il bene del Paese, al patto sottoscritto un anno fa per dar vita a questo governo di tregua istituzionale. Invece, con supremo sprezzo del pericolo, si continua a far leva sulla capacità di tenere botta da parte del nonnino del Quirinale, fingendo di dimenticare che il suo ritorno in servizio sia avvenuto praticamente a termine e sotto condizione, con una discreta contrarietà sia da parte del medico sia da parte dei familiari che – come avremmo fatto anche noi con uno nostro congiunto – avevano consigliato l’uscita di scena. Decisione che poi Napolitano, sull’urgenza dei fatti, ha inteso disattendere.

Ma fin quando potremo reggere come sistema Italia sull’iniziativa e sulla capacità di persuasione di una figura istituzionale che il prossimo anno compirà 90 anni? E fin quando si proseguirà a cannoneggiare sulle alte cariche senza risparmiare nemmeno il Colle? E a chi giova, questo? Ora si scopre l’acqua calda, con la “rivelazione” che Monti era stato contattato già prima della crisi e dell’incarico. Embé, forse doveva farsi trovare impreparato, Napolitano, nel caso fosse accaduto quel che poi è accaduto? Forse che un allenatore di calcio quando fa scaldare un atleta, spesso più atleti, ha già in mente chi e quando deve essere sostituito? O non si tiene piuttosto pronto solo nell’ipotesi che ve ne sia bisogno?

La sensazione è che il momento in cui ognuno si assume le sue responsabilità sia ancora lontano, il tutto sulla pelle dell’Italia.

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