GOVERNO RENZI/ Un premier al bivio tra Usa e Grecia

- Alessandro Mangia

Secondo ALESSANDRO MANGIA, la partita del Paese (e naturalmente di Renzi) si gioca tutta sul piano dei rapporti internazionali e di eventi economico-finanaziari che non dipendono da noi

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Un tempo si diceva che quando il presidente del Consiglio si presentava alla Camere per chiedere la fiducia, il voto delle Camere doveva essere un voto sul programma e solo secondariamente un voto sule persone e sulla compagine di governo. Oggi è opinione comune che il voto dei giorni scorsi sia stato essenzialmente un voto sulla persona e che il programma del nuovo governo sia tutto da scoprire. E non è un caso che la stampa si sia dilungata più sul tono e sul registro delle dichiarazioni del premier (definito un linguaggio pop) che sui suoi contenuti. Perché ragionare sui contenuti di queste dichiarazioni è estremamente difficile.

Non che il programma abbozzato da Renzi sia di per sé negativo. Le priorità in questo momento sono passate dalla legge elettorale e dalle riforme istituzionali a cose più serie e  urgenti come taglio del cuneo fiscale e impiego della Cassa depositi e prestiti come garante del credito alle Pmi. Il che è un bene. L’interrogativo ricorrente, semmai, è dove prenderà i soldi per fare ciò che dice di voler fare. 

E qui andiamo alla sostanza della situazione attuale. Nonostante la stampa e le dichiarazioni della politica abbiano celebrato il passaggio di consegne da Letta a Renzi come un cambiamento forte (un cambio di passo; un cambio di marcia etc.), destinato ad incidere significativamente sulla situazione del paese in tempi rapidi e rapidissimi (una riforma al mese), fa sorridere l’idea che la situazione del paese possa cambiare solo perché è cambiato un governo. In realtà ciò che non conviene dire è che, in questa situazione, oggi chi va al governo entra in uno scatolone vuoto ed in pratica è privo di poteri per incidere significativamente sulla situazione che sta al di fuori del suo nuovo scatolone. 

E ciò non è dovuto tanto all’ignavia della classe politica che esprime i governi, quanto al fatto che ormai tutte le politiche pubbliche sono condizionate dall’esterno. Non potendo più fare politica industriale (perché è un aiuto di stato), non potendo più fare politica monetaria (perché, nel migliore dei casi, è in mano alla Bce), non potendo più fare politica di bilancio (perché c’è il 3% debito/Pil e comunque c’è il Fiscal Compact in agguato e la Commissione ormai vigila sui bilanci statali), chiunque vada al governo non può che trasformarsi nel terminale locale di un sistema retto da una istanza superiore che determina i tetti contabili delle politiche pubbliche e che consegna al governo solo il compito di decidere come tassare, fermo restando che il quanto tassare deve essere deciso altrove. 

E allora, in un contesto del genere, c’è anche poco da stracciarsi le vesti sulla qualità della classe politica. È chiaro che se le decisioni sono prese altrove e debbono essere eseguite in modo più o meno automatico a livello nazionale, non c’è classe politica che possa formarsi, rigenerarsi o evolvere. Semmai, la classe politica nel suo complesso (e le istituzioni che la raccolgono) è soltanto un deflettore di responsabilità. Serve ad additare alla gente un responsabile locale di decisioni assunte a livelli sovranazionali. E lo stesso vale per i sindacati, i quali oggi, nel migliore dei casi, si trovano nella situazione di dover contrattare la riduzione dei diritti dei lavoratori: fermo restando che, quando le cose non vanno così bene, la loro funzione è di cogestirne i licenziamenti. 

Per questo la partita del paese – e naturalmente di Renzi – si gioca tutta sul piano dei rapporti internazionali e, in generale, degli eventi economico-finanaziari internazionali. Ed è per questo che la vera partita di questo governo si gioca tutta fuori dal paese o su eventi extranazionali.

Qui le scadenze immediate sono due. La prima è data dalle elezioni europee del prossimo 25 maggio, dove ci si aspetta un bagno di sangue per i sostenitori delle politiche di austerity che, dalla Grecia in poi, hanno massacrato l’Europa negli ultimi 4 anni. La seconda è la conduzione del Semestre europeo successiva al rinnovo di un Parlamento europeo dove ad essere incerta è soltanto la misura della crescita delle formazioni euroscettiche, che le truppe popolari e patriottarde della Signora Merkel difficilmente riusciranno ad arginare. 

Da questo punto di vista fanno molto pensare i caldissimi incoraggiamenti che, dal mondo politico ed economico anglosassone, hanno accompagnato l’investitura del nuovo Governo italiano che dovrà guidare l’Europa in una fase di prevedibile di rinnovamento degli indirizzi europei. 

Anche perché, se è vero che la crisi degli ultimi anni è stata profonda ovunque, è in Europa che ha mietuto le vittime più numerose, anche grazie alla governance perplessa delle politiche economiche europee messa in campo in questi anni. Che sono state tutte politiche economiche procicliche e che si sono risolte nel controllo feroce dei debiti pubblici.

Nel resto del mondo le ricette sono state opposte. La Fed ha stampato dollari come se piovesse, contribuendo ad alleviare in Europa gli effetti della austerity di marca germanica. La Bank of England ha fatto lo stesso, così come lo stesso ha fatto il governo giapponese. Insomma, tutte le economie occidentali hanno affrontato la crisi stampando moneta e iniettando liquidità nel sistema.

L’Europa dalla crisi greca – che peraltro era una crisi controllabilissima − ha fatto l’esatto contrario. Strozzando i bilanci pubblici ha ridotto la quantità di massa monetaria a disposizione del sistema economico. E sappiamo cosa è successo quando Draghi ha provato a forzare i termini della situazione con l’acquisto sterilizzato di debito pubblico.

Dunque non è casuale che in questo momento i rapporti politici tra Germania e Usa siano al loro minimo storico dai tempi della seconda guerra mondiale. Gli Usa sanno benissimo che finché durerà l’austerity in Europa e finché in Europa – che degli Usa è il primo partner economico − il problema sarà quello di scongiurare la deflazione la ripresa mondiale non ci sarà.

Anche per questo, al di là della Manica e oltre Atlantico, non possono che vedere con favore un qualche evento che aiuti l’Europa ad uscire da una situazione di stallo che danneggia il resto del mondo. Persino un cambio di governo in Italia.   

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