SENATO & RIFORME/ Rutelli: Renzi è caduto nella trappola delle Regioni

- int. Francesco Rutelli

Secondo FRANCESCO RUTELLI “lavoro e bucrocrazia sono le due vere grandi sfide di Matteo Renzi”, rimandato a settembre quanto a riforma elettorale e bicameralismo perfetto

Renzi_dopoberlusconiR439
Matteo Renzi (Infophoto)

Francesco Rutelli, ex leader del centro-sinistra e attuale presidente di Alleanza per l’Italia, boccia l’Italicum e la riforma del Senato proposta da Matteo Renzi. Il primo “ha quasi tutti i difetti del Porcellum come il peccato mortale dei parlamentari nominati: un delitto contro la credibilità della politica”, mentre la revisione del bicameralismo perfetto avanzata dal presidente del consiglio, con tanto di metamorfosi del Senato in Camera delle Regioni, “è un errore storico perché il livello regionale è quello più scarso in quanto qualità del lavoro; se qualcuno pensa di migliorare l’Italia trasformandola in uno specchio del sistema regionale fa un errore gigantesco, ingiustificabile e incomprensibile”. La soluzione è un’altra. Eccola…

Ha bocciato la riforma del Senato firmata Renzi. Perché?

Bisogna partire dal presupposto che una riforma dovrebbe servire a migliorare l’efficacia e la produttività delle nostre istituzioni. Ecco, trasformare il Senato in una camera delle Regioni sarebbe un errore storico, perché il livello regionale è quello più scarso, non certo il migliore. Nel loro insieme (tralasciando le eccezioni) le Regioni hanno visto una gigantesca crescita della spesa, un aumento vertiginoso delle tasse, oltre a una dimensione di corruzione locale inarrestabile. Quindi se qualcuno vuole migliorare l’Italia trasformandola in uno specchio del sistema regionale, fa un errore gigantesco, ingiustificabile e incomprensibile.

Quale, quindi, la soluzione migliore?

Le Regioni devono essere abolite o accorpate, ridefinendone i compiti. Serve certamente un livello intermedio tra lo Stato e i Comuni: in merito sarebbe un’ottima soluzione quella (proposta dalla Società geografica italiana) di abolire sia le regioni che le provincie, sostituendole con circa 35 organismi intermedi che rappresentino più coerentemente i territori (Trentino, Salento, Sardegna e così via). Bisogna uscire dalla trappola che ha portato le Regioni da enti di programmazione a enti di legislazione infinita. Un esempio di fallimento del regionalismo? Pensiamo al turismo: non abbiamo una politica unitaria italiana, ma 21 diverse in concorrenza tra loro. Non è possibile, è deleterio, oltre ad essere uno spreco folle.

Cosa c’è che non funziona? Dove sta il problema, il granello che blocca l’ingranaggio?

Il regionalismo è insostenibile perché – da quando abbiamo istituito le Regioni, nel 1970 – l’Italia ha visto una seconda devoluzione di poteri (enorme e vincolante) verso l’Europa. Prendiamo degli impegni in Europa – Fiscal Compact, rientro dal debito – ma nel frattempo non abbiamo i bilanci sotto controllo perché sono le Regioni che hanno la quota di spesa che cresce di più. Lo Stato, quindi, finisce per non esistere: le linee fondamentali le decide Bruxelles e la gestione, a partire dalla Sanità, le Regioni. Tutto ciò impone un ripensamento profondo e non certo creare un Senato delle Regioni, che rischia di rendere irreversibile questo disastroso processo.

Ha parlato infatti di bicameralismo moderno. In cosa consisterebbe?

Tutti i Paesi del mondo (salvo quelli non democratici) hanno due camere. Il processo legislativo può essere rapido anche con la doppia lettura delle leggi, che in molti casi permette di correggere gli errori. Se andassimo verso il monocameralismo – che può anche andar bene, in astratto – è matematico che ci troveremmo con leggi che verranno rifatte, modificate e corrette dopo la loro emanazione. L’altra via è federale, con una seconda camera alla maniera tedesca. Ma non possiamo permettercela.

 

Cosa si potrebbe fare dunque?

Basterebbe applicare la proposta, che ho presentato nella passata legislatura, del bicameralismo moderno: 400 deputati e 200 senatori. Il corpo legislativo deve essere molto più asciutto e snello, con poteri differenziati (come negli Stati Uniti il Senato potrebbe avere più competenza in politica estera e nella verifica delle nomine pubbliche). Avremmo un’attività più veloce e costi decisamente ridotti. La capacità di legiferare non può essere affidata soltanto ai tweet e ai comunicati stampa. La più grande preoccupazione dell’oggi riguarda proprio la cattiva qualità delle leggi regionali e statali che devono cercare di ‘sintonizzarsi’. Se infatti il Parlamento è da diversi anni ridotto al rango di correttore dei decreti-legge mal scritti a Palazzo Chigi, gran parte dell’attività della Corte Costituzionale è cercare di risolvere le controversie di potere tra Stati e Regioni: è una cosa pazzesca, causata dalla confusione del Titolo V, grave errore dell’allora maggioranza di centro-sinistra.

 

Qual è la filosofia alla base delle riforme di Renzi? Ha parlato di tweet

Il fenomeno dei tweet non riguarda solo il Premier; purtroppo siamo in una condizione di emotività permanente per cui si cerca di lasciare il segno nell’immediatezza. Il problema è che quando si fa una legge questa dovrebbe durare e rimanere nel tempo. Recentemente ho ricevuto le foto di un piccolo bosco di Lodi: alberi cresciuti in base alla legge Rutelli, di vent’anni fa, in base alla quale si pianta un albero per ogni bambino che nasce. Se io avessi fatto un tweet anziché una legge, anche su una materia limitata come questa,  avrei posto un’esigenza, senza agire nel concreto. Oggi, purtroppo, viviamo di effetti annuncio che dipingono una realtà che poi svanisce pochi secondi dopo, di correnti emotive, di opinioni effimere e della necessità di cavalcarle.

 

Quindi tutto fumo, propaganda e pochi obiettivi?

No. Renzi ha due veri grandi compiti: il primo, di priorità assoluta, è ridare dinamismo all’economia, creando nuovi posti di lavoro. Il secondo è tagliare i tentacoli paralizzanti della macchina burocratica, che soffoca la vita delle amministrazioni, delle imprese e complica la quotidianità delle famiglie italiane. Questi due obbiettivi sono il vero banco di prova per Renzi: occorrono norme, provvedimenti e semplificazioni, non solo comunicazioni.

 

Riforme che modificheranno per decenni l’ossatura dello Stato Italiano: bisogna farle bene. E a braccetto con la riforma del Senato ecco l’Italicum.

La legge elettorale che sta venendo fuori è molto negativa perché ha quasi tutti i difetti della legge attuale, come, per esempio, il peccato mortale (e non veniale) dei parlamentari nominati: è un delitto contro la credibilità della politica e il fatto che sia mantenuto è gravissimo. Poi, le soglie di sbarramento sono sproporzionate e i numeri che servono per ottenere una maggioranza assoluta alludono a un sistema bipolare, o meglio bipartitico, che però non c’è. I sistemi elettorali che vengono fatti per dare artificialmente una maggioranza quando questa nel popolo non c’è sono illusori: possono funzionare per una legislatura, per poi provocare delle catastrofi negli anni a venire. Sono invece ultrafavorevole a quella del Titolo V, ma dovrà essere fatta in maniera coraggiosa e performante contro un regionalismo fallito.

 

Una riforma del Titolo V non presuppone a sua volta gli enti locali? Il ddl Delrio è andato sotto due volte in aula, evidentemente le province (o cos’altro per loro) servono…. i 35 enti che lei auspica non rischiano di ricreare un altro livello di governo? Come fare?

 Un livello di governo tra il Comune e lo Stato è necessario, e c’è in ogni parte del mondo. Ma avere un altro legislatore, le Regioni, oltre all’Europa e allo Stato è insostenibile. Avere un livello di coordinamento territoriale sovra-comunale è utile insomma, per garantire molti servizi oggi assegnati a Province e Regioni. Ma una riforma fatta male può fare molti danni: guardi cosa sta succedendo in Sicilia, dove c’è un caos totale.

 

Si parla di inserire il nome di Renzi nel simbolo del Partito Democratico: un netto cambiamento di rotta rispetto al passato. Cosa pensa della sua gestione del partito?

Renzi lo ha conquistato rapidamente dopo che, purtroppo per il Pd, Bersani tenne una linea politica incomprensibile in seguito al voto di febbraio 2013. Anzi, ben 4 linee politiche radicalmente diverse cambiate nel giro di pochi giorni: accordo con Grillo, poi con Berlusconi (candidatura Marini), quindi contro Berlusconi (candidatura Prodi) e infine intesa globale per rieleggere Napolitano, viatico di Enrico Letta. Insomma, una frana. Così Renzi è stato favorito nella sua ascesa: adesso è alla prova del nove; tutti ci dobbiamo augurare che riesca perché la sua riuscita si misura sui temi che toccano profondamente la vita del Paese.

 

Il governo dura? I suoi principali nemici sono in Italia (la macchina amministrativa) o all’estero (in Europa)?

I suoi nemici sono la distanza tra la chiarezza degli slogan e l’oscurità delle leggi. Se si vuole, la verifica della distanza tra il dire bene e il fare bene.

 

(Fabio Franchini)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori