DIETRO LE QUINTE/ Feltri: ora sono i pm il vero problema di Renzi

- int. Mattia Feltri

Per MATTIA FELTRI, Renzi ha dato al suo governo un’immagine di rapidità “chirurgica”, ma non può non sapere che le condizioni in cui opera sono le stesse dei governi precedenti. Quindi?

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Matteo Renzi (Infophoto)

Dopo la nomina di Federica Mogherini come Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune, si apre la partita del rimpasto di governo. La necessità di trovare un nuovo numero uno per la Farnesina rimasta vacante diventa l’occasione per rimescolare tutte le carte del consiglio dei ministri. Renzi starebbe pensando di chiedere ad Alfano di accettare gli Esteri al posto degli Interni, per mettere al Viminale il fidatissimo Graziano Delrio. A rischio anche il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, numero uno di Scelta civica, dopo che Renzi ha dichiarato: “La scuola deve diventare un tema costitutivo del Pd”. Ne abbiamo parlato con Mattia Feltri, giornalista politico de La Stampa.

Fin dove si può spingere il valzer di poltrone di Matteo Renzi?

Come ha detto Renzi, del rimpasto ci si occuperà dopo il 20 ottobre, e sembra che dovrà riguardare soltanto la sostituzione della Mogherini. Se ci sarà lo vedremo, personalmente però non vedo i motivi di un rimescolamento ulteriore, e soprattutto ritengo che non sia questo il vero problema.

Ultimamente non si parla più di legge elettorale. E’ stata accantonata?

Non è stata accantonata, semplicemente la legge elettorale approvata alla Camera non ha potuto arrivare rapidamente in Senato perché c’erano delle priorità, tra cui il fatto di incardinare la riforma della Costituzione. Entro l’anno arriverà anche al Senato e se sarà approvata diventerà legge. Il problema quindi non è che non la si voglia più portare avanti, ma che noi ragioniamo su tempi che non sono possibili, e questo è colpa anche di Renzi.

Perché ritiene che sia colpa anche di Renzi?

Il problema è che Renzi ha dato al suo governo un’immagine di rapidità, quasi di ferocia chirurgica, ma personalmente il suo governo mi ricorda i treni ad alta velocità che viaggiano con la stessa lentezza degli altri convogli perché non hanno i binari adatti. Il premier non può fingere di non sapere che i suoi binari sono gli stessi de i governi precedenti. Renzi è a Palazzo Chigi da sei mesi e questo arco di tempo ci è sembrato chissà che cosa, ma è pur sempre un periodo piuttosto limitato.

A che cosa si riferisce quando dice che i binari di Renzi sono vecchi?

Mi riferisco al sistema complessivo su cui è basata la nostra democrazia: i regolamenti parlamentari, l’approvazione di leggi e decreti attuativi, i sistemi burocratici dei partiti. Per esempio, nell’agosto 2011 i senatori sono stati richiamati perché la manovra correttiva era arrivata a Palazzo Madama. Il presidente del Senato in quell’occasione ha comunicato all’aula che il provvedimento era finito in commissione Bilancio. Questo è un regolamento dell’800, quando i senatori avevano un solo modo per sapere queste cose: recarsi fisicamente in aula. Oggi però basterebbe un’e-mail.

Quali altre regole e meccanismi finiscono per “frenare” Renzi?

I sistemi elettorali che garantiscono le minoranze sono molto ammirevoli, ma ciò obbliga sempre a formare dei governi di coalizione. Questi ultimi per loro natura tendono a una mediazione al ribasso e che richiede molto tempo. Renzi quando parla in consiglio dei ministri presenta i provvedimenti che intende adottare, ma poi la realtà è che non riesce a farlo perché non ha il terreno su cui muoversi.

 

Che cosa ne pensa di quanti affermano che Renzi starebbe adottando soltanto una politica degli annunci?

Su tante cose Renzi dà l’impressione di annunciarle per farsi dire di no. Per esempio quando dice che vuole dimezzare le ferie ai magistrati, si sa già che è un modo per litigare con loro e poter dire: “Vedete che mi dicono tutti di no”.

 

Quindi Renzi non vuole fare davvero una riforma della giustizia?

Una vera riforma della giustizia oggi in Italia non è ancora possibile, perché per farla in modo serio occorrerebbe prevedere delle misure che il Paese non è pronto ad accettare. L’Italia 20 anni fa ha abolito l’immunità parlamentare, che era stata studiata come contrappeso a una magistratura la cui indipendenza non trova paragoni in tutto il mondo occidentale.

 

A che cosa si riferisce?

In Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna la magistratura inquirente è sottoposta al controllo del ministero della Giustizia, mentre quella giudicante gode della stessa autonomia che c’è in Italia. Per riformare la giustizia bisognerebbe quindi reintrodurre l’immunità parlamentare, oppure riportare le Procure sotto il controllo del Guardasigilli.

 

(Pietro Vernizzi)

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