CAOS RIFORME/ Il giurista: la vera “questione democratica”? Non è la Rai, ma l’euro

- int. Alessandro Mangia

Due decreti attuativi al giorno in 10 mesi. Con il premier che vorrebbe cambiare perfino la Rai per decreto. Qual è la vera “questione democratica” del governo Renzi? ALESSANDRO MANGIA

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Matteo Renzi (Infophoto)

Due decreti attuativi al giorno in 10 mesi. Renzi che, dopo il lavoro, dice di voler riformare anche la Rai per decreto, la Boldrini che insorge e il vicesegretario Pd Guerini che la esorta a prendere ripetizioni serali di Costituzione. La “questione democratica” aleggia sul governo Renzi. Antonio Polito l’ha richiamata ne suo editoriale sul Corriere della Sera di martedì, chiedendosi se mai essa possa saldarsi (contro Renzi) all’altra questione, quella “sociale” agitata da Landini. Ieri ha scritto un lungo articolo critico verso Renzi (pur senza citarlo nemmeno una volta: “La politica al tempo dell’esecutivo”) Gustavo Zagrebelsky su Repubblica. Per Alessandro Mangia, costituzionalista, questione sociale e questione democratica sono due facce della stessa medaglia, anzi della stessa moneta, visto che l’euro è il convitato di pietra di ogni seria questione politica.

Professore, cominciamo dalla Boldrini.
E’ la prima volta che un presidente della Camera prende la parola per difendere il ruolo del Parlamento nei confronti del governo. In teoria il Parlamento avrebbe tutti gli strumenti per farsi valere. Il punto è che, in questo momento, nessun parlamentare vorrebbe assumersi la responsabilità di sfiduciare il governo.

E’ quanto dire che non si assumerebbe l’onere di esercitare un potere di controllo previsto dalla Costituzione… per mancanza di volontà politica o cos’altro?
La verità è che ormai ci troviamo ormai all’interno di una situazione anomala. Ed è la stessa che consente a Renzi di dire che durerà fino al 2018.

Fatto sta che si accusa Renzi di governare per decreti. I primi 10 mesi del  suo governo vantano due decreti attuativi al giorno, lo dice il sito (governativo) passodopopasso.it.E’ chiaro che in questo momento il problema è il rapporto tra Governo e Parlamento.

E qual è la malattia? Secondo Zagrebelsky, l'”eterno presente” del tempo renziano è quello in cui una tecnica dedita soltanto ai mezzi (e non più ai fini) sostituisce la politica. E dove i partiti sono morti.
Sono rilievi giusti, ma penso che sia limitante guardare a queste vicende da un punto di vista meramente interno. Certo, si può seguire questa strada e stigmatizzare il fatto che il Parlamento non sia più la sede di elaborazione dell’indirizzo politico del governo. Ma in questo modo si lascia da parte che ormai, in Europa, buona parte dei governi nazionali opera sulla base di una doppia legittimazione. Da una parte c’è la legittimazione interna, definita dalle costituzioni nazionali: la fiducia del Parlamento al Governo.

E l’altra?
Dall’altra c’è una legittimazione esterna. Che si risolve poi nel fatto che i governi nazionali sviluppino determinate (e concordate) politiche a livello europeo o sovranazionale perché lo chiede qualcun altro.

Per non far nomi, l’Europa. Quindi?

Ora, finché queste due legittimazioni vanno nella stessa direzione, il problema non si pone. Quando entrano in conflitto a prevalere è la legittimazione derivante dal vincolo esterno. E arriviamo così al problema da cui siamo partiti: si genera nell’osservatore l’impressione che il governo vada per conto suo e che sia sganciato rispetto alla legittimazione tradizionale. Ma questo non è vero, o è vero solo in parte. Significa soltanto che a prevalere è la legittimazione di origine sovranazionale.

E’ per questo motivo che sembra quasi inuile richiamarsi alla Costituzione?
Certo, perché il Parlamento non ha più margini decisionali — o meglio, li ha, ma sono molto limitati. Prenda la nostre leggi finanziarie: prima vengono approvate a Bruxelles e poi ratificate dal Parlamento italiano. Ma in caso di conflitto tra indirizzo politico interno e indirizzo politico esterno quale è quello che prevale? La risposta ce la dà la vicenda di Tsipras e della Grecia.

In Italia però non ci troviamo di fronte a un conflitto così manifesto.
No, ma il problema c’è e il Jobs Act lo ha dimostrato. Si è finalmente realizzata una delle riforme strutturali che l’Europa ci chiedeva fin dalla famosa lettera della Bce dell’agosto 2011. 

Ha parlato di “vincolo esterno”, in buona sostanza che cosa sta accadendo?
E’ come se al di sopra della nostra Costituzione si fosse instaurato un fatto costituzionale più ampio e più comprensivo che la ingloba e, inglobandola, ne condiziona l’applicazione. Badi che non è una scoperta mia. Uno studioso di cui non si può mettere in dubbio l’autorevolezza, come Giuseppe Guarino, ha parlato di una robotizzazione delle politiche nazionali da parte dei Trattati. E ha colto perfettamente nel segno. E’ ciò che i Trattati definiscono stretta “condizionalità”.

Parli degli algoritmi di Bruxelles e in un modo o nell’altro arrivi al problema dell’euro. Perché?
Perché l’euro non è solo una moneta. E’ un modo per condizionare in modo profondissimo le politiche nazionali: sottrae ai governi nazionali degli strumenti classici di governo dell’economia, dalla politica valutaria alla politica monetaria. E impone una specifica politica del lavoro. Buona parte delle difficoltà economiche attuali stanno in questo.

Ma qualcuno, da Fassina a Salvini, comincia o ha cominciato a riconoscerlo.
Infatti questo è singolare. E che avvenga dentro il Pd (quello che dice Fassina ora lo dice anche D’Attorre) è un fatto molto interessante. 

Sia pure a Parlamento dimezzato, la riforma costituzionale è andata avanti. Renzi non si è preoccupato dell’Aventino, tanto — ha detto — si andrà a referendum.  

Quel referendum, se ci sarà, sarà fatto un plebiscito politico a favore o contro questa operazione e dunque a favore o contro il suo promotore e il suo governo. Il rischio di questa vicenda, se andrà avanti, è che saremo chiamati a dire sì o no ad una serie di strumenti pensati per attuare meglio scelte determinate dall’esterno.

Insomma, nessun governo ha più solo una legittimazione interna di tipo democratico. Intanto, al Landini di turno che lo accusa di non essere stato votato da nessuno, Renzi risponde di aver avuto la fiducia delle Camere.
Dal punto di vista formale è vero; tutti i nostro capi di governo hanno avuto il voto delle Camere, perfino Berlusconi… Ma il piano formale non è tutto: la situazione materiale condiziona fortemente il modo in cui una costituzione funziona. Però ora le anomalie saltano fuori e cominciamo a renderci conto della situazione.

(Federico Ferraù)

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