RETROSCENA/ Il Def, un pesce d’aprile che “inchioda” Renzi all’1,6%

- Alessandro Mangia

Alla consueta fiera del Def, il Governo è convinto di avere pescato bene. In realtà basta leggere il documento per capire che comandano altri. E Renzi esegue. ALESSANDRO MANGIA

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Matteo Renzi (Infophoto)

Alla fiera del Def che si tiene nell’aprile di ogni anno, il Governo quest’anno è convinto di avere pescato bene: tesoretti inaspettati, calo della pressione fiscale, diminuzione del debito sono solo alcuni degli aspetti su cui hanno insistito i giornali, riportando le dichiarazioni degli esponenti di governo. 

Un anno fa, l’8 aprile 2014, in conferenza stampa il governo, nelle persone del presidente del Consiglio e del ministro dell’Economia, ci annunciava una crescita del Pil nazionale dello 0,8%. Quest’anno la crescita annunciata dalle stesse persone è dello 0,7%. Probabilmente il triangolo magico dato da calo del petrolio, svalutazione dell’euro e QE di Francoforte rendono questa previsione leggermente più realistica di un anno fa. 

Sta di fatto che ad un documento complesso e sfrangiato com’è il Def, che oscilla tra la propaganda governativa e la previsione delle grandezze macroeconomiche, è possibile far dire tutto e il contrario di tutto. Tanto è vero che le opposizioni hanno già bollato il Def con il cortese epiteto di “un mucchio di balle” e su internet è facilissimo trovare rilievi di osservatori indipendenti che, proprio partendo dai dati e dalle tabelle compresi nel Def, ne mettono in mostra la scarsa attendibilità.

In realtà per capire cosa è il Def basta leggere il Def stesso. Ed allora si vede che tante cose che si danno per scontate, scontate non sono. Ad esempio, nelle dichiarazioni del Governo — e quindi sulla stampa — si parla di disattivazione delle clausole di salvaguardia e cioè, per capirci, di quelle clausole dell’ultima legge di stabilità che prevedono nel 2016 un aumento dell’Iva pari all’1,0% del Pil e cioè, approssimativamente, di 16 miliardi. 

Nel Def però si legge qualcos’altro. Si legge, sì che “Viene scongiurata l’attivazione delle clausole di salvaguardia per il 2016 — volte a garantire il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica — che avrebbero prodotto aumenti del prelievo pari all’1,0 per cento del Pil”. Ma si legge anche che “Questo obiettivo viene raggiunto i) in parte grazie al miglioramento del quadro macroeconomico — che si riflette in un aumento del gettito — e alla flessione della spesa per interessi rispetto alle previsioni dello scorso autunno, con un effetto complessivo valutabile in 0,4 punti percentuali del Pil; ii) in parte per effetto delle misure di revisione della spesa che verranno definite nei prossimi mesi, per un importo pari allo 0,6 per cento del Pil” (Sez. I, Programma di Stabilità, Premessa, p. III).

Insomma, a prima vista, sentendo il Governo e leggendo i giornali, ci si dovrebbe sentire al sicuro: niente aumento dell’Iva per il 2016. 

In realtà quello che il Governo ci dice è più o meno questo: nel dicembre 2014 abbiamo disposto un aumento automatico dell’Iva per il 2016 pari all’ 1% del Pil e lo abbiamo dovuto fare perché se no a Bruxelles non ci approvavano la legge di stabilità. La flessibilità che si ottiene in Europa ha il suo prezzo e lo pagate voi. Però le cose non vanno troppo male.  

Draghi ci ha fatto il favore di abbassarci gli interessi sul debito, che dovrebbero restare bassi fino a fine anno. Per cui, se  quest’anno il Pil finalmente cresce un po’, 6 miliardi di risparmi dovremmo farli. Altri 10 miliardi progettiamo di ricavarli dalla solita spending review affidata ad un nuovo Cottarelli. Se tutto questo si verifica la nostra “previsione tendenziale” è che dovremmo essere nella condizione di congelare gli scatti automatici dell’Iva. 

Vi sentite al sicuro? Io no. Per chi non l’avesse capito, anche dopo la presentazione del Def, le clausole di salvaguardia sono ancora tutte lì e, per fare contenta la Commissione europea che ci controlla i conti, sono pronte ad aumentare la pressione fiscale per una somma pari a 10 di quei “tesoretti” di cui si ragiona ultimamente. Però, come si diceva, se i tassi di rifinanziamento del debito restano bassi, se dopo 6 anni di recessione il Pil cresce dello 0,7 e se riusciamo a trovare 10 miliardi tagliando a destra e a manca, eviteremo di aumentare le imposte dell’1% del Pil in piena recessione. Il che, considerato che il moltiplicatore esiste e il Governo Monti ce lo ha dimostrato, può essere una bella cosa.

Ora, questo esempio sulle clausole di salvaguardia è interessante perché ci fa capire la struttura logica del Def, che è innanzi tutto un simpatico zibaldone di buone intenzioni che, ogni aprile, il Governo predispone, presenta alla stampa nazionale e trasmette al Parlamento, cui dovrebbe ancora spettare il compito di approvare bilanci e nuove tasse. E che  soprattutto trasmette alla Commissione nel quadro delle procedure di monitoraggio degli squilibri finanziari all’interno dell’area Euro approvate dopo il 2011.  

E qui si tocca la sostanza del problema italiano. Contrariamente a quello che si può credere leggendo i giornali, il Def non è fatto per il Parlamento e men che meno per la stampa e gli elettori. Certo, il Def nasce per il Parlamento e quando ci sono elezioni vicine la conferenza stampa di presentazione del Def è una ottima vetrina elettorale: lo è stata nel 2014 prima delle elezioni europee e lo è stata quest’anno prima delle regionali. 

Ma oggi — e diversamente dal passato — il Def è fatto per la Commissione e per consentire a Bruxelles di tenere sotto controllo l’agenda politica italiana in rapporto alle variabili macroeconomiche riassunte nel bilancio dello Stato. 

E infatti non è un caso che, oltre ai principali aggregati di finanza pubblica, nel Def ci si preoccupi di presentare in modo dettagliato ai nostri commissari lo stato di avanzamento delle cosiddette riforme strutturali nella prospettiva di ottenerne il consenso: dalle riforme costituzionali ed elettorali (che poco dovrebbero interessare il bilancio dello Stato, ma per qualche motivo interessano molto alla Commissione) alle riforme del lavoro e della Pa, fino all’F24 precompilato: un buon elenco dei compiti a casa, fatti e da fare, che va sotto il nome di Piano Nazionale delle Riforme e che coincide con l’agenda politica del Governo.

A fronte di ciò, che il dibattito politico si infiammi sul destino del tesoretto (eventuale e futuribile) da 1,6 miliardi su un Pil approssimativo di 1600 miliardi (e con maggiori tasse già approvate per 16 miliardi) può essere interessante solo in quanto ci dà la esatta misura di quale sia oggi il margine di autonomia della politica italiana di fronte all’Europa. E ci fa capire chi governi davvero il Paese.

Tanto è vero che sulla stampa si legge che fonti della Commissione hanno già affermato, a mezza bocca, che il tesoretto sarà riassorbito nel bilancio dello Stato. 

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