VITALIZI/ Dietro la “bagarre” politica c’è di più

- Sergio Luciano

Si è riacceso al Senato lo scontro sui vitalizi dei parlamentari, visto che la procedura d’urgenza chiesta da M5S è stata bocciata. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio, M5S (LaPresse)

Il vitalizio dei parlamentari è di destra o di sinistra? A dispetto di quanto molti pensino, è di sinistra, talmente di sinistra che quando per la prima volta si discusse di abolirlo, negli anni Novanta, fu proprio dall’ex leader sessantottino Mario Capanna che partì il fronte della “resistenza”. Ma perché è “di sinistra”? Quando venne ufficialmente istituito per legge nell’estate del 1956, lo spirito del legislatore era assolutamente democratico. Si sosteneva – soprattutto da parte del Pci – che soltanto garantendo agli eletti una sussistenza economica confortevole anche dopo la scadenza del mandato parlamentare si sarebbe data concretamente anche a cittadini non abbienti – ad esempio, gli operai – il diritto di lasciare il posto di lavoro per onorare il mandato parlamentare se eletti, senza doversi chiedere come avrebbero fatto, dopo la fine del mandato, per riacquistare il lavoro cui avevano rinunciano per adempiere al volere degli elettori.

Niente di sbagliato o di retorico: erano anni in cui in Parlamento la sinistra era all’opposizione e non era certamente igienico per un ex-operaio sostenere posizioni politiche avverse al capitalismo contando, nonostante questo, di ritrovare il “padrone” ad attenderlo con le braccia aperte qualora, alla fine del mandato, avesse chiesto di rientrare in azienda. Quindi il vitalizio nasce per ragioni perequative, per dare a tutti la possibilità concreta di salire al soglio parlamentare senza ansie sul “dopo.” Il che equivaleva, per il legislatore, anche a una forma di tutela sindacale del parlamentare “povero”.

Una prima riforma “tecnica”, nel 1997 ha poi limitato i benefici del vitalizio, imponendo il limite di età di 65 anni per incassare l’assegno (prima non era previsto alcun limite), mentre la successiva riforma degli assegni vitalizi del 2007 ha ridotto l’entità di queste prestazioni e “raddoppiato il periodo minimo di mandato richiesto per maturare il diritto all’assegno, portandolo da 2 anni e 6 mesi a 5 anni”.

L’intento fondatore è stato dunque nobile, la prassi ignobile. All’ombra della sicurezza sull’avvenire, i parlamentari hanno spesso fatto “le peggio cose”, sia in ambito politico che personale. Trasformando un istituto di tutela democratica in un passamontagna protetti dal quale perpetrare impunemente le peggiori rapine politiche. Ma queste deviazioni dallo spirito del mandato che tanti, troppi parlamentari hanno commesso nei decenni non tolgono proprio nulla al senso profondo di quella norma.

Spiace constatare che nel dibattito violento in corso al Senato questo genere di considerazioni non si siano sentite. E il dibattito su modalità ed entità di questo istituto sacrosanto è diventato il solito scontro tra fazioni. Dopo la bocciatura di ieri, a grande maggioranza, della procedura d’urgenza caldeggiata dai Cinquestelle sulla riforma praticamente distruttiva del vitalizio, il calendario parlamentare fa pensare che il voto definitivo non arrivi prima della seconda metà del mese di settembre. Quando il dibattito politico si infuocherà su ben altre questioni: l’esito del voto in Sicilia, e poi i dettagli della legge elettorale per il 2018, e poi ancora la data del voto.

Il vitalizio, e la sua eventuale abrogazione, possono attendere.

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