CAOS LIBIA/ Ora l’Italia è nei guai e Napolitano lo sa molto bene…

- Alessandro Mangia

Colpo di scena nel Mediterraneo: stavolta è il vice di al Serraj, Al-Mejbari, a dichiarare che l’Italia deve fermare la missione. Viene in mente l’intervista di Napolitano. ALESSANDRO MANGIA

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Giorgio Napolitano (LaPresse)

E’ estate ed è tempo di pensieri oziosi. Ma per quanto oziosi possono essere i pensieri estivi, devo ammettere, in tutta sincerità, di non essermi mai chiesto come si potesse tradurre la celeberrima frase “Ich habe nur befehle ausgefuhrt” in un italiano buono per le interviste estive. Eppure mi sono reso conto, senza che mai mi fosse mai interessato saperlo, e con un certo dispiacere, che adesso lo so. E lo so per aver letto incredulo l’intervista generosamente rilasciata a (o intenzionalmente richiesta da) Repubblica dal Presidente Emerito Napolitano. Il quale, anche per questo, andrebbe in realtà definito il Presidente Emerito de la Repubblica.  

Non mi interessava l’excusatio non petita che ha occupato ieri le pagine di Repubblica sullo sfacelo che è stato avviato in Libia nel 2011. Anche perché nel mio piccolo qualche opinione credo di essermela già fatta. Ma si sa che le opinioni, specie se maturate dalla stampa, valgono poco in questi tempi di architetti impegnati a tirar su l’edificio della democrazia nel mondo con i manuali di state-building: una democrazia che, ricordiamocelo, deve avere i suoi limiti, come da qualche mese va spiegando nelle università italiane qualche Pensatore, illuminato quasi quanto il Presidente Emerito, al quale questo Pensatore da sempre è vicino.  

Insomma, non esageriamo con il dibattito pubblico, perché la stampa non deve servire a farsi un’opinione. Serve semmai a mettere in giro interviste del genere. Interviste che vanno alle fonti, fanno parlare chi sa davvero e chiudono in premessa il problema delle “fake news”. Insomma, è tutto vero, dalla A alla Z. 

E allora, se quel che si legge in quell’intervista è tutto vero, e non è “una visione ridicolmente distorta della realtà, come altre in circolazione“, mi piacerebbe tanto sapere da chi provenissero in realtà gli ordini eseguiti e fatti eseguire dal Governo Berlusconi nel 2011, solo qualche mese prima della sua defenestrazione. 

Lo so, è un interrogativo destinato a restare senza risposta. Perché in realtà mi devo accontentare di quanto ci ha dichiarato il Presidente Emerito: e cioè che l’intervento italiano non è stato condizionato dall’avvio dei bombardamenti francesi con l’appoggio dei Lawrence d’Arabia britannici sul suolo libico. 

L’intervento italiano sarebbe stato dovuto all’Onu, alle sue risoluzioni, e non ad altro: “Il protagonista dell’ intervento in Libia fu fondamentalmente l’Onu. Non ci fu una decisione italiana a se stante“. E quindi sarebbe stato un intervento “umanitario” inevitabile per un paese attento ai diritti, perché “in quel 2011 era in gioco in Libia e altrove la garanzia del rispetto dei diritti umani e della legislazione internazionale ad essa ispirata. Ancor oggi è troppo facile giudicare sommariamente un errore l’intervento Onu in Libia. Quale fosse l’alternativa all’intervento sulla base della Carta delle Nazioni Unite, nessuno è in grado di indicarlo seriamente“.

Insomma, il senso dell’intervista è che, se l’intervento aveva copertura Onu ed era finalizzato ad evitare che Gheddafi mantenesse il controllo del paese di fronte alla spontanea rivolta stile Primavera araba che era stata fatta partire in Libia nel 2011, era cosa buona e giusta. E quindi l’Italia si è semplicemente adeguata a quanto deciso altrove. Traduzione: tanto non ci si poteva fare niente, francesi e inglesi erano già partiti alla faccia nostra volando con i loro caccia sopra la Sardegna, gli americani avevano deciso di appoggiare l’intervento per ragioni mai chiarite (forse qualcosa a che vedere con il fatto di essere stato Gheddafi il massimo sostenitore dell’Unione di bilancio africana?) e quindi era meglio esserci anche noi a bombardare la Libia in nome dei diritti umani e di chi li se li fabbrica pronti per l’uso (il diritto umano prêt-à-porter). Ché almeno uno strapuntino in Cirenaica lo si manteneva, alla faccia di quel Trattato d’amicizia e partenariato di qualche anno prima che tanto scalpore aveva suscitato tra le anime belle che non vogliono sapere da dove venga il gasolio che mettono nel serbatoio della macchina e che gli scalda casa d’inverno. 

Peccato che si sapesse benissimo tutti quale fosse l’alternativa che Napolitano oggi dice essere inconoscibile. E riesce difficile oggi immaginare che non lo sapesse anche il Presidente Emerito, se non altro perché era stato lo stesso Gheddafi a gridarlo ai quattro venti, prima e dopo la stipula di quel Trattato che l’Italia ha buttato a mare assieme alla sua credibilità come media potenza nel Mediterraneo. 

E, pensate un po’, voi che leggete l’intervista al Presidente Emerito (de la Repubblica), l’ultima volta che Gheddafi ci ha detto cosa sarebbe successo è stata nel marzo del 2011, in un’intervista rilasciata a Fausto Biloslavo, che era andato a cercarlo sotto i bombardamenti, qualche settimana prima della sua fine. “Se al posto di un governo stabile, che garantisce sicurezza, prendono il controllo queste bande legate a Bin Laden, gli africani si muoveranno in massa verso l’Europa. E il Mediterraneo diventerà un mare di caos. Per il momento la striscia di Gaza è ancora piccola, ma si rischia che diventi grande. Tutto il Nord Africa potrebbe trasformarsi in una sorta di Gaza. Per Hamas è una buona notizia“. Leggere per credere. E per cercare di non farsi prendere troppo in giro da quanti descrivono il flusso di traghetti Ong dalla Libia come un evento imprevedibile al pari del caldo, della siccità e delle cavallette. E totalmente imprevisto da chi ha avuto la follia di contribuire a realizzare la profezia di Gheddafi.  

Ma c’è dell’altro. Il Presidente Emerito nella Sua intervista non richiesta si preoccupa anche dell’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che viene detto esser stato pure favorevole all’intervento. “Dire che il governo fosse contrario e che cedette alle pressioni del capo dello Stato in asse con Sarkozy, non corrisponde alla realtà. I miei rapporti con l’allora presidente francese erano di certo poco intensi e tutt’altro che basati su posizioni concordanti in un campo così controverso. E non soltanto io trovai fondate le considerazioni del Consigliere Archi, ma concordarono con esse anche autorevoli membri presenti del governo, come il Ministro della Difesa La Russa.

Insomma, a volere l’intervento in Libia sarebbero stati tutti, il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi Bruno Archi, il ministro La Russa, mentre il Presidente Emerito passava solo di lì come Presidente del Consiglio Supremo di Difesa. Ma se avesse potuto sottrarsi, si sarebbe sottratto, viene da pensare. 

Insomma, se è andata come è andata, è quasi tutta colpa del consigliere Bruno Archi, in contatto con New York, del quale nessuno, al di fuori degli ambienti diplomatici, ha mai sospettato l’esistenza. Noi si era a teatro per i 150 anni dell’Unità d’Italia e ci è persino toccato parlare di Libia e bombardamenti. Insomma, un momento risorgimentale a tutto tondo che dovrebbe scaldare i cuori di mazziniani e crispini: siamo qui a teatro a celebrare le nostre tradizioni e nell’intervallo decidiamo in un foyer se andare a bombardare la Libia o no.  

Peccato che la versione di La Russa fornita in diretta su La7 nell’ottobre del 2015 a “l’Aria che tira”, e di cui si danno infiniti riscontri sulla stampa, sia stata leggermente diversa. Basti questo passaggio a chi non ha tempo di ascoltarsi tutta l’intervista (che però merita più della lettura di questo articolo): “L’Italia, nel 2011, non entrò tra i ‘volenterosi’ come Francia e Gran Bretagna, fino a che non ci fu il via libera dell’Onu. E, anche allora, io fui il penultimo a convincermi della necessità dell’intervento. L’ultimo fu Berlusconi“. E non ci dovrebbe essere bisogno di osservare che se l’ultimo fu Berlusconi che, bontà sua, parlava di parola data e di amicizia in politica internazionale, e il penultimo fu La Russa, tocca chiedersi chi ci fu tra i primi della classe. In fondo non erano mica in tanti a partecipare al summit improvvisato.

La posizione di Berlusconi, del resto, si trova espressa nel libro di Alan Friedman (My way, Rizzoli 2016) dove si legge: “Eravamo all’opera, e il Consiglio di sicurezza dell’Onu stava approvando la risoluzione della no-fly zone. Durante l’intervallo ebbi una discussione sulla Libia con il presidente Napolitano. Lui aveva già preso una decisione e voleva che appoggiassimo l’attacco. Era impegnato in riunioni con il ministro della Difesa e aveva insistito perché in Parlamento la Commissione Difesa si riunisse e approvasse mozioni a sostegno della missione militare. Quella sera con Napolitano la discussione fu molto tesa. Lui continuava a insistere che dovessimo ‘allinearci con tutti gli altri’ in Europa. Dopo quell’incontro, e anche prima di andare al vertice di Parigi, pensai seriamente di dimettermi. Non risulta che, prima di oggi, Napolitano abbia avuto nulla da dire, quando Friedman ha pubblicato il suo libro.

Il bello di questa vicenda, però, arriva se ci si chiede perché mai nell’ottobre 2015 La Russa abbia sentito il bisogno di dire in tv tutte queste cose a quattro anni dallo svolgimento degli eventi, e a Gheddafi già stecchito da qualche tempo. La risposta a questa domanda ce la dà lo stesso La Russa, che — è proprio un piccolo mondo — sembra abbia sentito il bisogno di parlare per rispondere ad una uscita di Romano Prodi, il quale, sempre nel 2015, era tornato sull’affare Gheddafi e sull’intervento italiano del 2011 per far sapere in giro che Matteo Renzi gli aveva appena negato un ruolo di mediatore in Libia: un ruolo che gli sarebbe stato offerto da diverse delle tribù con cui aveva avuto a che fare da presidente del Consiglio. 

Alla domanda dell’intervistatore del Manifesto (“Nel libro che ha scritto insieme a Marco Damilano lei dice che l’intervento in Libia nel 2011 fu un errore. Le chiedo: dobbiamo a quell’errore anche l’emergenza immigrazione di questi giorni?”), Prodi risponde: “il fatto che sia incontrollabile sì, il fatto che ci sia no. Quando ero nel Subsahara me lo dicevano tutti: guardate che qui c’è una bomba demografica, dove va la gente, dove scappa? Mi guardavano puntando il dito e mi dicevano: da voi. C’era anche prima l’emergenza, tuttavia alla fine potevamo trattare con la Libia di Gheddafi che minacciava sì di riempire dei barconi e di mandarceli, ma avevamo un interlocutore e alla fine si trovava il modo per farlo smettere. Oggi non c’è più un interlocutore, anzi è acclarato che lo stesso terrorismo internazionale faccia buoni affari con i migranti“.

Insomma, ce lo dice Prodi che l’arma di ricatto di Gheddafi nei confronti dell’Italia prima, e dell’Europa poi, è sempre stata la minaccia di smettere, solo che avesse voluto, di fare da tappo al traboccare di quelle armi di migrazione di massa che incontriamo tutti i giorni quando usciamo da casa. E se lo sapeva Prodi, e lo scriveva in un libro con Damilano (Missione incompiuta, Laterza 2015, pp. 126-128), piccino da trovare in libreria ma memorabile da leggere come pochi altri, come faceva a non saperlo il Presidente Emerito? Lo sapeva già Prodi — e se ne lamentava — che il ricatto di Gheddafi negli anni della sua presidenza del Consiglio non erano i tagli alle forniture petrolifere, che facevano comodo a lui come a noi, quanto i barconi nel Mediterraneo. E in quei tempi allora che stava a fare il Presidente Emerito nel pieno delle sue funzioni? 

Insomma, più che stare a leggere interviste indesiderate, dovremmo chiederci perché, ad anni di distanza e a barconi già stabilmente padroni del Mediterraneo, il Presidente Emerito abbia sentito, tutto d’un tratto, il bisogno di farci sapere che il suo ruolo nella catena di eventi avviatasi nel 2011 ed i cui risultati contempliamo quotidianamente, è stato in fondo marginale e condizionata dalla situazione: lui non c’era, e se c’era non c’entrava, e se c’entrava era comunque condizionato dalla situazione. Queste cose ce le dice adesso solo perché da qualche tempo Salvini parla un giorno sì e l’altro pure di messa in stato d’accusa in relazione alla questione Libia e migranti, quando sembra proprio che la Lega di allora abbia votato a favore dell’intervento militare? O ha a che fare con quelle due o tre navi che sono state mandate a fare non si capisce cosa in prossimità delle coste libiche, e che rischiano di essere — Dio non voglia — un meraviglioso bersaglio per qualche missile russo di vecchia generazione sparato non si sa da chi e non si sa da dove, tanto per far scoppiare l’incidente internazionale?

In realtà tutta la vicenda libica non è nient’altro se non una replica maldestra di quello che Francia e Inghilterra hanno già combinato a Suez nel 1956, nei loro deliri coloniali di controllo del Mediterraneo. E che ha segnato la fine dell’Impero Britannico, come ci ha insegnato il più grande storico economico del dopoguerra inglese, Sir Correlli Barnett, che nessuno in Italia legge. Solo che alla fine di quella vicenda, nel 1956, a riparare il pasticcio di quei due primi ministri europei impotenti e  velleitari, c’era Eisenhower alla Casa Bianca. Nel 2011 alla Casa Bianca invece c’era il Premio Nobel Barack Hussein Obama — come gli si rivolgeva spiritosamente Gheddafi da vivo — e la sua banda di ciabattini messi a disegnare per otto anni la politica estera della più grande potenza mondiale. Con i risultati che vediamo tutte le sere al telegiornale.  

La differenza tra Suez 1956 e Libia 2011 è tutta qui. Oltre al fatto di trovarcela praticamente sotto casa.

E, allora, pensando a tutto questo, capisco di aver sbagliato nell’evocare la celeberrima formula “Ho solo eseguito solo degli ordini” per dare la cifra della auto-intervista di Napolitano: ero in stato di necessità e non potevo fare altro. Ho sbagliato e di molto.

L’immagine giusta è quella di John Belushi che spiega a Carrie Fisher perché non ha potuto raggiungerla all’altare il giorno del matrimonio. Sì, forse è questa l’immagine giusta per descrivere il Presidente Emerito che sente il bisogno di parlare all’Italia del perché nel 2011 abbia fatto (o non fatto) certe cose che hanno portato a quella che sempre Romano Prodi (Missione incompiuta, cit., p. 128) definisce “una guerra che l’Italia ha fatto all’Italia e di cui sta pure pagando il conto“. Almeno mette di buon umore e riporta tutto nella sua giusta dimensione, che è poi quella del grottesco. 

L’altra è troppo seria. Non fa ridere. E quindi è del tutto inadeguata.

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