SCENARIO/ La lezione di Napolitano a Lega e M5s per governare in recessione

- Ugo Finetti

Esiste un buon 20 per cento di italiani che sono sì delusi dai partiti d’opposizione, ma decisamente avversi al governo

Palazzo_Chigi_Lapresse
Palazzo Chigi (Lapresse)

Con la manifestazione grillina a Torino e l’incontro di Salvini con la Confindustria, la Tav è destinata a diventare — alla vigilia delle elezioni europee di maggio — l’inevitabile resa dei conti all’interno della maggioranza che ha messo insieme popoli e proteste di vario segno: dalla “maggioranza silenziosa” ai centri sociali.

Il collante comune è oggi l’antieuropeismo che certo ha il suo fondamento. La Commissione Juncker, imposta e sostenuta dalla Merkel, si è rivelata il peggior governo dell’Unione: cinque anni senza un minimo piano di investimenti e di crescita e con il blocco totale dell’integrazione politica ed economica. E’ un’Europa priva di obiettivi di cambiamento e di sviluppo, che ha perso ogni ruolo geopolitico e con Bruxelles ridotta a una asfissiante e grigia commissione di censura. A ciò si aggiunge che l’egemonia tedesca nell’Ue si basava sul sostegno che le veniva dalla Casa Bianca. Con Trump al posto di Obama il trono della Merkel si è sciolto come neve al sole.

Ma anche l’antieuropeismo della contraddittoria coalizione giallo-verde rischia di rivelarsi fragile e, comunque, di sollevare un’ondata di protesta nel momento in cui il confronto tra governo italiano e Commissione di Bruxelles diventa sempre più “politichese”, un giocare al gatto e al topo con improvvisazioni e furbizie.

L’antieuropeismo e la polemica — ora bullista ora vittimista — contro Bruxelles e i “poteri forti” stanno infatti provocando preoccupazione e protesta nel momento in cui dopo mesi di spread a 300 entra in scena la recessione. Blocco delle opere di ammodernamento infrastrutturale da cui dipende sviluppo e competitività e completo isolamento in Europa con enigmatiche conseguenze stanno terremotando le certezze del baldanzoso esordio del duo Di Maio-Salvini.

I due vicepremier insistono sul fatto che in tutti i sondaggi la loro alleanza registra un consenso maggioritario. C’è però un dato da tener presente: gli astenuti. E cioè: quando si chiede per quale partito votare Lega e M5s riscuotono il 55 per cento, ma con l’astensione che supera il 35 per cento, mentre alla domanda sulla manovra economica un’ampia maggioranza chiede di cambiarla con gli astenuti che scendono al 15 per cento. Esiste quindi un buon 20 per cento di italiani che sono sì delusi dai partiti d’opposizione, ma decisamente avversi al governo.

Questo dato di un 20 per cento “orfano”, ma non “in sonno” trova riscontro anche in iniziative polemiche e manifestazioni di protesta senza etichetta di partito che si moltiplicano contro il governo. Il governo che si dice espressione della “società civile” contro la partitocrazia si trova contro un’altra “società civile” indipendente dai partiti.

Finita “la Repubblica dei partiti” abbiamo avuto “la Repubblica delle tv” dei Berlusconi e Veltroni con al posto delle sezioni di partito gli studi televisivi, ora è l’avvento della “Repubblica dei social” tra Facebook e Twitter dei Renzi, Salvini e Di Maio espressione di una “folla solitaria” che il Censis fotografa impaurita e incattivita: una piscina di proteste in cui i leader politici si tuffano, ma che si riempie e si svuota molto rapidamente.

In Italia la protesta antieuropeista e sovranista è ora padrona del Palazzo, occupa una posizione di potere dopo l’altra con telegiornali e programmi Rai a disposizione. Dice di essere anti-élite, ma ormai è indubbiamente establishment con la Casaleggio Associati che a fari spenti guida lo spoil system mentre al balcone il M5s ha strillato di aver “abolito la povertà” e  Di Maio ha annunciato la stampa e l’imminente distribuzione di 5 o 6 milioni di schede con centinaia di euro e relativi personal trainer per scegliere tra varie offerte di lavoro.

Il governo Conte, con i capi politici di Lega e M5s, farebbe bene a ricordare il precedente delle difficoltà che vissero personalità di ben altro calibro — da Riccardo Lombardi a Giorgio Napolitano — quando partiti di sinistra con una cultura ancora di “superamento” o di “fuoriuscita” dal capitalismo si trovarono a confrontarsi con la Dc nella seconda metà degli anni 60, finito il boom e alle prese con la “congiuntura” negativa, o nella seconda metà degli anni 70 con una situazione di generalizzata deindustrializzazione. Nel momento in cui c’è da fronteggiare una situazione economica sfavorevole, se l’economia sociale di mercato è una lingua sconosciuta e manca una piattaforma alternativa riformista allora l’alternativa è o il cedimento o il ritorno all’opposizione.

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