LETTERA/ Il populismo non si combatte con le alchimie o cercando di “cambiare” gli elettori

- Matteo Forte

Le forze anti-sistema sono la risposta confusa a una speranza delusa. Frutto della pretesa delle élite di voler appiattire la vita delle persone alla sola dimensione economica. MATTEO FORTE

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Luigi Di Maio e Matteo Salvini (LaPresse)

Caro direttore,

ho letto con interesse l’articolo di Pierluigi Banna. Una lettura intelligente dell’attualità, che provo a condividere offrendo spunti che giungono dalla mia attività politica a livello locale.

Parto anch’io dalla critica al nuovo bipolarismo che taluni prospettano all’indomani del voto del 4 marzo. Fronte costituzionale vs populisti? Sostenitori della società aperta vs sostenitori della società chiusa? Scrive ne Il secolo greve Mattia Ferraresi, brillante corrispondente dagli Usa, che questa è una tentazione semplificatrice: “non sono le invasioni dei nuovi barbari a minacciare la cittadella liberale, sono le fondamenta della cittadella stessa a dare segni di cedimento” (pagina 8). A proposito del fenomeno “the Donald” Ferraresi ha poi spiegato: “Trump è la confusa risposta a una speranza delusa, quasi che l’America abbia osato desiderare troppo. Troppa prosperità, troppo benessere, troppa felicità sono state promesse perché la scoperta che non è possibile ottenere tutto subito non generasse un trauma. Trump è il volto odierno di questo trauma” (pagina 63).

Si potrebbe sostituire il nome del quarantacinquesimo presidente americano e riadattare l’analisi ai Paesi europei: le forze anti-sistema, i movimenti euroscettici sono il volto odierno di un trauma generato da una grande promessa disattesa. Il populismo non è la malattia, ma un sintomo. Si è rotto qualcosa nelle fondamenta della nostra convivenza civile in un sistema democratico di tipo liberale. Dobbiamo capire cosa si è rotto e smetterla di crogiolarci in quella arroganza tipica delle classi dirigenti contemporanee per cui sono gli elettori che sbagliano e non apprezzano gli sforzi fatti in campo economico.

“Roma apre le sue porte a moderni barbari”, ha titolato il Financial Times a commento del governo giallo-verde di Lega e M5S. “L’Italia – si legge nell’editoriale non firmato – è sul punto di installare il governo più non convenzionale e senza esperienza per governare una democrazia occidentale europea”. Un altro giornalista, Wolfgang Münchau, il 20 maggio 2018 ha scritto sullo stesso giornale un articolo dal titolo “L’Italia mostra la via per uscire dalla democrazia liberale”, spiegando quanto le mirabolanti promesse in campo economico del contratto di governo tra Salvini e Di Maio ricordino addirittura la “più importante lezione dalla Repubblica di Weimar. Se una democrazia liberale fallisce nel tentativo di portare prosperità economica a una porzione sufficientemente vasta di popolazione nel lungo periodo, allora finisce. Assieme alle istituzioni economiche che essa ha creato”.

Simili letture non ottengono altro che consolidare le forze anti-sistema, che si nutrono proprio del disprezzo delle élites del mondo economico e finanziario. Mondo che inevitabilmente finiscono per rappresentare i novelli difensori dell’ordine repubblicano nello scontro frontale ricercato con i cosiddetti populisti. Occorre piuttosto prendere consapevolezza dei grandi travolgimenti in atto per tentare di rispondere e offrire ipotesi risolutive a quelle istanze, ansie e insicurezze che determinano sempre di più il voto reattivo e di mera protesta, quando non l’astensione, la disaffezione, l’indifferenza o, come lo chiama qualcuno, lo sfascismo.

Occorre capire che è definitivamente finita l’era retta sulla semplificazione offerta dallo slogan con cui Bill Clinton vinse le presidenziali americane del 1992: “It’s the economy, stupid”. L’idea che le scelte elettorali si sarebbero ormai decise esclusivamente in base ai dati macroeconomici e alle performance del Prodotto interno lordo è stato il grande paradigma su cui si sono rette le liberaldemocrazie dopo il crollo del comunismo. Non avrebbero mai più avuto peso e rilevanza la politica estera, le nuove questioni sociali legate alla natura del lavoro che cambia, i temi relativi alla bioetica e al rispetto delle convinzioni più intime delle persone e delle famiglie.

E tuttavia quella che avrebbe dovuto essere una crescita infinita si è arrestata. E non solo per la crisi finanziaria degli ultimi dieci anni. Con la globalizzazione le relazioni economiche si sono denazionalizzate, svuotando i governi nazionali di poteri reali per definire il contesto di regole in cui operano le imprese di un Paese. La delocalizzazione e i lunghi periodi di mobilità lavorativa hanno mostrato il lato oscuro di un sistema che ha ridistribuito la ricchezza sul pianeta, ma a danno del ceto medio e dei poveri dei Paesi già industrializzati.

Tra di essi i giovani sembrano essere i più penalizzati: alti livelli di disoccupazione, aumento di quelli che né studiano né lavorano. Nella migliore delle ipotesi, quando occupati, ingrassano le file dei cosiddetti working poor, cioè gente che nonostante abbia un reddito da lavoro fatica ad arrivare a fine mese. Significativi i dati diffusi da Bankitalia nel periodo immediatamente post-elettorale: il rischio povertà negli ultimi dieci anni è aumentato tra i giovani e in particolare nella fascia d’età tra i 35 e i 45 anni (passata dal 18,9% del 2006 al 30,3% del 2016!) e diminuito per gli over 65 (dal 20,2% del 2006 al 15,7% del 2016). Cosicché impegnarsi in progetti di vita definitivi e mettere al mondo figli viene vista sempre di più come una scelta proibitiva.

È come se i disagi sociali ed economici fossero la valvola di sfogo di quell’infiacchimento di fondo dovuto al crollo di antiche certezze che pure avevano sostenuto i nostri nonni nella fatica di “tirar su” una famiglia anche tra le macerie causate della guerra. La pretesa di appiattire la vita delle persone alla sola dimensione economica, propria delle democrazie liberali uscite vittoriose dal confronto con il comunismo, ha fallito clamorosamente. L’aver perseverato su questa strada da parte dei partiti tradizionali ha creato le premesse per il successo delle forze anti-sistema.

Pensare di reagire a questo stato di cose con nuove alleanze e alchimie è solamente fuorviante. Per cambiare non bisogna aspettare che cambino gli elettori, magari sotto la minaccia della reazione dei mercati. Occorre invece incoraggiare una nuova generazione di politici che, prima ancora di offrire risposte, viva e condivida i bisogni, i problemi, le ansie e le insicurezze che oggi portano il nostro popolo nelle braccia della protesta. Non certo per soffiare sul fuoco, ma per essere testimoni credibili di contenuti di proposta e ipotesi risolutive.

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