CONGRESSO PD/ Zingaretti a Milano, ecco programma (e volti) del dopo-Renzi

Ieri Zingaretti era a Milano per la campagna congressuale. Renzi è un ricordo (e un errore da evitare). Ecco cosa succede nel Pd

13.01.2019 - Antonio Napoli
Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, con Giuseppe Sala, sindaco di Milano (LaPresse)

Chi l’avrebbe mai detto che in poche settimane la sinistra milanese, quella che conta, si sarebbe schierata senza se e senza ma con Nicola Zingaretti

Ci siamo abituati negli anni scorsi ad assistere alla presenza fissa di Renzi a Milano, quasi fosse la sua città di adozione, una seconda Firenze. Mentre ora l’area renziana, quella che Pietro Bussolati ha guidato per quasi 5 anni senza mai incontrare l’ombra di un’opposizione, sembra sparita nel nulla. Deflagrata. La parte più autorevole del gruppo dirigente che in questi anni ha guidato la crescita di Milano e che ha ricostruito la sua immagine di baluardo del riformismo italiano, oggi è con Zingaretti: da Pisapia a Sala, da Majorino a Lia Quartapelle, da Cervetti a Claudio Martelli.

Ieri, in un’affollata sala del Teatro Leonardo nel cuore di Città Studi, una lunga e approfondita discussione sul programma contenuto nella sua mozione congressuale ha incoronato il presidente della Regione Lazio nuovo capo di fatto del partito.
Seguiranno i congressi e le primarie del 3 marzo. Ma con il solito spirito pragmatico che contraddistingue l’approccio milanese alla soluzione dei problemi, qui ci si porta avanti con il lavoro. E Zingaretti torna a Roma con la consapevolezza di aver ottenuto proprio nella regione di provenienza di Maurizio Martina, il suo principale concorrente, un confortante incoraggiamento a proseguire nella sua marcia vincente verso la segreteria del Pd.

La cosa che colpisce di più è il clima generale che si respira in sala. Spariti l’atmosfera adrenalinica della Leopolda, la musica ad alto volume così come i tempi dettati da qualche sceneggiatore televisivo nascosto dietro le quinte. Si discute con calma. 57 gli interventi lungo 6 ore di dibattito intenso. Il senso di questo cambio di marcia lo interpreta bene l’ex ministro della cultura Dario Franceschini. “Basta con la fretta, basta con Twitter” scandisce dal palco, dimostrando con chiarezza di sapere da dove è necessario partire per la svolta che serve nei prossimi anni.

La sala segue con attenzione, quasi come se avesse riscoperto il gusto per il merito delle questioni, per chi ragiona e non urla, per chi cerca di capire l’avversario senza demonizzarlo. “Non abbiamo bisogno di un leader, ma di un partito con un leader” gli ha detto Zingaretti.

La svolta a sinistra del Pd, intesa come sacrosanto tentativo di riconnettersi con il proprio popolo, è contenuta nella scelta delle sessioni di lavoro e delle persone che hanno preso la parola.

Il deus ex machina è Pierfrancesco Majorino, il nuovo astro nascente della sinistra milanese. L’assessore che ha dedicato tutto il suo lavoro ad intessere una rete molto solida con mondi che nel frattempo il Pd renziano aveva sciattamente emarginato, oggi raccoglie un riconoscimento unanime da parte del mondo del volontariato, delle associazioni dell’impegno sociale, della lotta all’emarginazione e per i diritti civili. Insomma di tutti quelli che chiedono semplicemente alla sinistra di fare la sinistra. E lui, Majorino, accetta e ringrazia. “Siamo noi la periferia”, conclude così il suo applaudito intervento che lo incorona nuovo numero uno a Milano. 

La seconda considerazione riguarda l’approccio generale. Quasi tutti gli intervenuti affrontano il tema del momento: la rottura tra élite e popolo, e tutti vanno al sodo della questione e cioè che la colpa di questa rottura è delle élite, e non del popolo. Baricco docet.

Colpisce come Milano sappia sempre interpretare velocemente i tempi. Smessi immediatamente i panni della città ricca e superba, si parla soprattutto di crisi sociale, di come ricostruire i corpi intermedi, di diritti dei riders, di “smettere di avere la puzza sotto al naso”, come afferma il sociologo Aldo Bonomi. Che conclude il suo intervento con un appello che sembra un mantra per una sinistra smarrita: “stare dentro, mettersi in mezzo, occuparsi dei volti, perché solo dopo vengono i voti”.

L’ultimo aspetto riguarda la politica. In sala il nemico principale è la Lega di Salvini. In questo forse sta la ragione di fondo della scelta di abbandonare Renzi al suo destino. Che è quello di guardare a destra. Qui nessuno vuol fare alleanze con i 5 Stelle, che peraltro al Nord non hanno sfondato e soprattutto faticano a fare allo stesso tempo opposizione e i rappresentanti del socio di maggioranza del contratto di governo. Se c’è un posto dove il Movimento assume le sembianze di un movimento sostanzialmente meridionale è proprio qui al nord. E’ qui che 5 Stelle non mordono, non sono in campo.

Zingaretti dovrà fare tesoro di questa giornata milanese. “Milano è l’esperienza migliore” gli ha detto con orgoglio Sala. “Milano vuole creare benessere per tutti, non per pochi” gli ha dato ragione Zingaretti, che ha raccolto numerose conferme, ma anche spunti critici a cui sarebbe sbagliato non offrire una sponda convinta.

Il presidente del Lazio ha due grandi opportunità. 

La prima è la possibilità di prescrivere una consistente cura ricostituente al partito, aprendo le porte e le finestre, facendo entrare tutta quell’aria fresca respirata in questa sala meneghina. Non sarà semplice farlo, ma può intanto iniziare. E deve dirlo con chiarezza che questo è il suo modello di partito, o meglio la condizione “per rialzarsi e ricominciare a guardare avanti”.

La seconda riguarda la formazione delle liste per le europee. Il segnale dato pochi giorni fa con la disponibilità a sostituire il simbolo Pd con quello di uno schieramento più ampio ha già ottenuto due risultati: ha fatto palesare immediatamente l’inconsistenza dei suoi competitors, ma anche la piena disponibilità di una figura critica come Carlo Calenda. Zingaretti su questo punto non deve dimostrare timidezze quanto piuttosto lavorare per trovare una figura in grado di rappresentare il Nord che voglia aderire ad un progetto di rilancio europeo. Lo può fare recuperando figure accantonate durante il predominio renziano, come Enrico Letta o Giuliano Pisapia. Ma anche scegliendo tra la straordinaria ricchezza di donne e giovani che la discussione di oggi ha dimostrato essere ancora un importante patrimonio del Pd, almeno in questa parte del paese.

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