DIETRO LE QUINTE/ Le 4 elezioni (prima delle europee) che decidono il futuro del governo

Finora la solidità del governo gialloverde è stata garantita dalla mancanza di alternative. Ma le cose presto potrebbero cambiare

14.01.2019 - Anselmo Del Duca
Di Maio e Salvini alla Camera
Di Maio e Salvini "divisi" alla Camera (LaPresse, 2018)

La bonaccia forzata dovuta all’entusiasmo seguito all’arresto di Cesare Battisti non deve trarre in inganno: dentro la maggioranza il fuoco cova sotto la cenere. E impressiona il vedersi aprire un fronte dopo l’altro. Ormai non si contano più, anche perché magari le ragioni di scontro si sopiscono per poi tornare a riaccendersi all’improvviso.

Nuovo di zecca nell’ultima settimana è stato il categorico no leghista al disegno di legge grillino per la legalizzazione della cannabis, ma ai più è parsa una ripicca rispetto all’annunciato esito negativo della valutazione costi benefici sul Tav Torino-Lione, con il Carroccio lesto a scendere in piazza a fianco dei Sì Tav. E questo mentre slitta continuamente l’esame in Consiglio dei ministri dei decreti contenenti le promesse-manifesto dei due partiti, reddito di cittadinanza e “quota 100” per la difficoltà di accontentare tutti. Ma il Governo barcolla anche sulla legittima difesa, che sta molto a cuore a Salvini, oppure sulla gestione dei migranti, dove lo scavalcamento del premier rispetto al suo ministro dell’Interno è stato un episodio di quelli che fanno male sul serio e non si dimenticano tanto facilmente.

Di sicuro l’elenco pecca per difetto, il governo barcolla, ma non molla. E’ davvero così? la domanda è sempre più legittima, e per cercare di trovare una risposta bisogna partire dalle dichiarazioni dei diretti interessati, dei Dioscuri di Palazzo Chigi, che giurano e spergiurano di non avere intenzione alcuna di far cadere l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte.

Salvini è forse il più netto dei due, almeno in apparenza: “Non farò mai cadere il governo per vanagloria ed egoismi personali”, dice. “Poi saranno gli italiani a dirmi vai avanti, o non sei stato bravo, vai a casa”. Vien da pensare che il primo orizzonte per verificare il sostegno popolare saranno le elezioni europee del 26 maggio. Bisogna ricordare però che nell’arco della primavera si voterà anche per quattro regioni. Si comincia il 10 febbraio con l’Abruzzo, si prosegue il 24 con la Sardegna, cui si aggiungeranno Piemonte e Basilicata, che andranno alle urne insieme alle europee.

Se Salvini a fine maggio arrivasse con un ricco bottino elettorale (diciamo oltre il 30% alle europee e quattro governatori di centrodestra), l’effetto minimo sarebbe quello di provocare un forte riequilibrio all’interno dell’area di governo. Ma anche staccare la spina diverrebbe una tentazione forte.

Parlando con i fedelissimi il capo leghista continua a dirsi allergico alle manovre di palazzo. Inimmaginabile per lui conquistare la guida del governo attraverso manovre di nuovi “responsabili”, come immaginato da Berlusconi. No a transfughi grillini o democratici. Non solo regalerebbe potenti argomenti propagandistici ai grillini, ma si troverebbe pure a contrastare famelici appetiti di potere di Forza Italia e Fratelli d’Italia, ben più esperti e attrezzati dei 5 Stelle. In più, i numeri dell’attuale parlamento consentirebbero ai berlusconiani di chiedere di avere gli stessi posti dei leghisti. Per qualche tempo meglio allora avere compagni di strada impreparati e sprovveduti come i grillini, che fanno risaltare la centralità della Lega salviniana anche come interlocutore unico delle forze economiche e produttive (si veda tutto il dossier infrastrutture). Se crisi dev’essere, la colpa ricada interamente su Di Maio e i suoi.

E’ un piano (quasi) perfetto che lascia intravedere la possibilità di elezioni a inizio 2020, ma a cui non mancano gli ostacoli. Il primo è la frenata dell’economia, che potrebbe essere molto più pronunciata rispetto alle attese, praticamente una recessione, con conseguente nervosismo delle categorie economiche. Il secondo è la possibilità di una frattura della galassia 5 Stelle, assai meno compatta della Lega.

In questo caso tutto verrebbe accelerato, si aprirebbero scenari imprevedibili, forse anche tentativi di governi fra Pd e 5 Stelle, l’ipotesi che Renzi fece saltare durante la crisi di governo. Ecco perché la navigazione del governo appare incerta. E una provocazione (o la ricerca di un pretesto) rimangono possibilità concrete.

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