SINDACI & MIGRANTI/ Le manovre di Conte e Di Maio per isolare Salvini

Con l’apertura di Conte ai migranti della Sea Watch e il dialogo con i sindaci, il premier e Di Maio spostano M5s verso il centro

06.01.2019, agg. alle 09:06 - Anselmo Del Duca
La nave Sea Watch 3, della Ong tedesca Sea Watch (LaPresse)

La bonaccia seguita all’approvazione della legge di bilancio è durata lo spazio di un mattino. I venti di tempesta sulla navicella del governo hanno ricominciato a spirare sin dal 2 gennaio, quanto Leoluca Orlando ha suonato la carica ai sindaci contro Salvini e il suo decreto sicurezza. E l’anno nuovo sembra aver portato una novità rilevante, un rinnovato attivismo del Movimento 5 Stelle sull’asse Conte-Di Maio. L’altro vicepremier sembra essere stato colto alla sprovvista.

Il nuovo ruolo del premier si era già visto nei giorni più caldi della trattativa con Bruxelles sulla legge di bilancio, con l’invito, tanto inaspettato quanto perentorio, ai suoi vice ad abbassare i toni, e la determinazione nell’arrivare a un compromesso. L’apertura ai primi cittadini pronti alla disobbedienza civile nei confronti delle norme contro i migranti e la disponibilità all’incontro va nella stessa direzione. E altro segno di nuovo protagonismo di Conte è l’annuncio (lasciato, però, annunciare a Di Maio) che il governo è pronto ad accogliere le donne e i bambini a bordo delle due navi umanitarie sballottate dalle onde del Mediterraneo in tempesta nelle acque territoriali maltesi. Un premier sempre più presente e più attivo, che contende al ministro dello Sviluppo economico il ruolo di front man dell’area grillina.

In più, questi segnali appaiono talmente moderati dal far pensare a un tentativo di spostare verso il centro il Movimento 5 Stelle. Segnali di attenzione verso le istanze che vengono dalle gerarchie cattoliche, dopo le parole di comprensione del presidente della Cei, Bagnasco, verso la disobbedienza civile dei sindaci, e i continui richiami all’accoglienza dei migranti salvati in alto mare.

Prese nel loro complesso si tratta di un rosario di brutte notizie per Matteo Salvini, un tentativo di sospingerlo sempre più a destra che forse il leader leghista non immaginava, e che potrebbe far crescere sempre di più la tensione all’interno dell’esecutivo gialloverde. Sinora la vita del governo è stata garantita dal rapporto diretto fra i due Dioscuri: Salvini si fida di Di Maio, e viceversa. Le dichiarazioni pubbliche in questo senso si sprecano. Nelle più recenti il ministro dell’Interno dice che “cercano di farci litigare”, ma anche che “senza il M5s non sarei riuscito a fare quello che stiamo facendo insieme”. Viene da chiedersi se questo asse di ferro possa essere spezzato a breve, e la risposta non può che essere positiva.

Sul radar del governo stanno delineandosi passaggi estremamente insidiosi, su cui il rischio di arenarsi è elevato. Salvini vuole in tempi brevi il via alla legge sulla legittima difesa e – prima delle europee – anche l’accordo sulla maggiore autonomia delle Regioni del Nord. Su entrambi i mal di pancia in casa grillina sono sempre più evidenti. Al contrario i leghisti sono gelidi sulla riforma dei meccanismi di democrazia diretta che il ministro Fraccaro porterà in discussione in parlamento da metà gennaio, con l’obiettivo di introdurre il referendum propositivo e cancellare il quorum. Il tutto mentre bisognerà dare attuazione alle due promesse chiave contenute nella legge di bilancio, reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni. E potrebbero essere dolori quando si dovrà definire in entrambi i casi la platea dei beneficiari.

L’interesse a concretizzare reddito di cittadinanza e quota 100 è tale che un collasso del governo prima delle elezioni europee sembra oggi meno probabile di qualche settimana fa. Eppure il percorso dei prossimi mesi si presenta costellato di mine, una più insidiosa dell’altra, che potrebbero saltare in ogni momento. Al Senato, in particolare, basterà pochissimo a causare un incidente, visto che i numeri si sono fatti sempre più risicati dopo l’espulsione dei senatori grillini Gregorio De Falco e Saverio De Bonis: oggi il governo può contare su soli quattro voti di margine, con la fronda in casa 5 Stelle ben più numerosa dei due espulsi.

Per la coalizione gialloverde quindi il 2019 si presenta ricco di incognite. E la vita del governo sembra appesa a un filo. Un filo che potrebbe spezzarsi all’improvviso, sia per scelta di uno dei contraenti, sia per un incidente, che resta sempre dietro l’angolo.

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