DIETRO LE QUINTE/ Il voto su Salvini a processo prepara la scissione in M5s

Il paradosso del caso Diciotti è evidente: sulla graticola, invece di Matteo Salvini, ci è finito il Movimento 5 Stelle. Lo scenario

18.02.2019 - Anselmo Del Duca
Matteo Salvini al Senato
Matteo Salvini (LaPresse)

Il paradosso del caso Diciotti è evidente: sulla graticola, invece di Matteo Salvini, ci è finito il Movimento 5 Stelle. Sull’autorizzazione a procedere contro il vicepremier leghista il governo rischia una crisi irreparabile, e questo è chiaro a tutti, grillini compresi. Ironia della sorte, però, è che i pentastellati hanno molto più da perdere rispetto all’alleato.

Salvini ha talmente le vele gonfiate dai sondaggi da essere l’unico che può guardare senza paura al crollo del governo. A suo favore gioca persino il più probabile prossimo segretario del Pd, Nicola Zingaretti, che si è schierato per nuove elezioni se l’esecutivo Conte dovreste cadere. E va ricordato che sino al 20 marzo circa ci sarebbero ancora i tempi tecnici persino per andare ad abbinare un voto politico con le europee.

La posta in gioco nel voto online degli attivisti 5 Stelle sul comportamento da tenere sulla richiesta di processare Salvini è quindi elevatissima. Di Maio e i suoi non hanno scelta: devono salvare l’alleato dal processo, ma proprio per questo, comunque vada la consultazione sulla piattaforma Rousseau, per loro sarà un disastro. O crisi di governo nell’improbabile ipotesi di un sì all’autorizzazione a procedere, o la perdita definitiva dell’innocenza giustizialista, che è sempre stata pietra fondante del Movimento.

A complicare le cose i grillini ci hanno messo molto del loro, partorendo un quesito talmente cervellotico da suscitare il sarcasmo dello stesso Beppe Grillo: per dare disco libero al processo bisogna votare no al quesito, e quindi per esprimersi contro l’autorizzazione a procedere è necessario schierarsi per il sì. Da solo questo fotografa lo stato confusionale di un Movimento che sembra aver affidato esclusivamente al reddito di cittadinanza le proprie chances di risalire nei consensi dell’elettorato, e che comincia a tremare all’idea di un disastro elettorale.

Nella pancia del corpaccione pentastellato, cresciuto troppo in fretta, il dissenso cresce, e ogni tanto diventa visibile, come quando due senatrici esperte come Paola Nugnes ed Elena Fattori rendono noto di aver messo in dubbio già dieci giorni fa l’opportunità e l’efficacia di affidare al voto online la scelta del comportamento da tenere al Senato su Salvini.

La crepa potrebbe allargarsi nelle prossime settimane, tanto nella base, quanto nei gruppi parlamentari. E potrebbe condurre allo scontro finale fra le differenti anime del grillismo. Fra quella che si può definire di sinistra, caratterizzata dal forte senso di legalità, costi quel che costi, e quella governativa, che deve salvare Salvini per pura realpolitik. Attenzione: l’epicentro di questa possibile frana è proprio al Senato, dove i numeri della maggioranza sono decisamente meno solidi. Ci sono solo una mezza dozzina di voti di margine, e fra i 107 senatori di osservanza grillina i malpancisti sono numerosi.

Il resto del mondo politico resta a guardare, e nessuno ha intenzione di andare in soccorso di Di Maio e soci. Del resto, oltre al fronte Diciotti, i fronti critici sono davvero tanti, ultimo in ordine di tempo l’autonomia differenziata rivendicata dalle Regioni settentrionali a trazione leghista. Un’altra partita delicatissima, che i grillini sembrano non sapere come affrontare. E poi la legittima difesa, le nomine (Inps, e non solo), il rischio di un’imminente nuova manovra economica per via dei dati economici in rapido peggioramento.

Si tratta di scenari di estrema incertezza che preoccupano non poco il Quirinale, che sembra però più risoluto che mai nell’evitare al paese eccessivi sbandamenti. Lo si è visto nei rapporti con la Francia, un terreno su cui Mattarella si è caricato sulle spalle per intero il peso della ricucitura con Macron, mentre Di Maio si è ben guardato da qualsivoglia gesto di scuse o, quantomeno, di distensione. Quello che il ministro del Lavoro ha definito a dicembre “l’angelo custode del governo” dopo averne invocato a fine maggio la messa in stato d’accusa (impeachment) potrebbe diventare un giudice sempre più severo per un partito che sembra aver smarrito insieme la propria strada e la propria identità.

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