DIETRO LE QUINTE/ Pd e M5s: i pro e contro del patto per “salvare” il Colle

- Ugo Finetti

Il bipartito Lega-M5s, con i 5 Stelle in calo, non è più equilibrato e questo innesca scenari imprevedibili. Passando per il voto Ue e la Casa Bianca

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)

Il modo in cui è stato eletto Zingaretti – una chiara manifestazione nazionale di protesta contro il governo – non apre, ma sbarra le porte a ogni ipotesi di intesa Pd-M5s in caso di crisi di governo. Zingaretti, appena eletto, ha subito precisato che il Pd chiederà elezioni anticipate. E i commentatori di vari quotidiani non hanno mancato di sottolineare che nei giorni scorsi, sia pur in modo informale e riservato, il nuovo leader del Pd era stato a colloquio con Mattarella. Il M5s è quindi “disarmato”, senza alcun piano B, in un’alleanza con la Lega che risulta sempre più affannata.

Tutti – Conte, Di Maio e Salvini – stanno assicurando che il governo andrà avanti fino al 2023, ma – a cominciare dalle agenzie di rating – nessuno lo crede. Le ragioni sono evidenti: un bipartito con uno che continua a salire e l’altro a scendere ha perso l’equilibrio ed è destinato a cadere. La stessa maggioranza in Senato è scesa a solo due voti. Inoltre, anche se Salvini promette l’alleanza con Di Maio persino fino al 2028, è poco verosimile che il leader della Lega in crescita pensi di cristallizzare lo status quo con a fianco e sopra la testa copremier e premier M5s.

Con l’approssimarsi poi del voto europeo entrambi i partiti devono ribadire la propria identità concorrenziale in modo crescente e conflittuale come si vede, a esempio, sulla Tav. Il tutto si traduce per il M5s in un arrampicarsi sui vetri con il premier Conte che annuncia il finanziamento dei bandi e il ministro titolare, Toninelli, che garantisce il loro annullamento dopo il voto del 26 maggio. Anche sul Ponte Morandi si rischia confusione e rinvio con il vecchio tracciato impraticabile per le nuove leggi e normative.

E così l’avvicinarsi del voto di maggio innervosisce sempre più i vari esponenti del M5s. Nei mesi scorsi era indicata dal governo Conte come una data liberatoria coronata da una nuova Commissione di Bruxelles che sarebbe sorta sull’onda della vittoria dei vari movimenti sovranisti e populisti. Di fronte alle difficoltà nel confronto sui “numerini” con gli “euroburocrati”, la reazione era stata di fingere compromessi, tanto poi a maggio ci sarebbe stata – prevedevano dal balcone di Palazzo Chigi – la vittoria dei populisti europei con la generale emancipazione dagli obblighi di bilancio. Tuttavia le previsioni sono sì di una perdita della maggioranza Ppe e Pse, ma non della sua sostituzione con una maggioranza antirigorista, bensì di un allargamento antipopulista a Verdi e Liberali. E comunque anche il maggior condizionamento sovranista – dalla Le Pen a Orbán – non sarebbe a favore di una maggiore indulgenza verso i conti italiani.

Di sicuro la prossima legge di bilancio vedrà comunque il governo italiano con di fronte stessa Commissione, Eurogruppo e Consiglio europeo in quanto i governi non cambiano e Juncker decade a fine anno. A ciò si aggiunge l’allentamento dei rapporti con Francia e Germania che si sta traducendo in sostanziale isolamento e anche declassamento dell’Italia scavalcata persino dalla Spagna. L’Italia è già estromessa dai vertici europei in cui si programma e si decide.

Lo spostamento a destra nel Parlamento europeo rischia a sua volta di essere uno sfondo favorevole alla riedizione del centro-destra con Salvini che punta a Palazzo Chigi. Luigi Di Maio da asso pigliatutto del marzo 2018, a distanza di un anno, sembra infilarsi in un cul de sac, mentre il Pd inizia a recuperare i voti di quanti lo avevano abbandonato perché vedevano i 5 Stelle più competitivi per evitare un governo di centro-destra con Salvini ministro dell’Interno.

L’equilibrio giallo-verde appare sempre più agonizzante e il “pericolo” di un ritorno a una maggioranza di centro-destra ha visto crescere nelle scorse settimane le sollecitazioni per un accordo tra Pd e M5s. Non è stato più solo Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio a schierarsi in tal senso, ma  anche autorevoli firme di editorialisti del Corriere della Sera come Paolo Mieli. Il principale timore è che il successore di Sergio Mattarella possa essere espresso da un Parlamento con la sinistra fuori gioco. E’ dal 1978 che ciò non accade. Da qui la tesi di Mieli del “romanizzare i barbari” e auspicare un’intesa M5s-Pd.

Con il voto delle primarie nel Pd prevale però la convinzione che a furia di “romanizzare” si possa finire per “imbarbarire” mentre il M5s potrebbe anche implodere. Il vertice Grillo-Casaleggio-Di Maio, dopo la sconfitta delle regionali e in vista delle europee, è apparso con una certa tensione interna, ma anche abbastanza imbambolato e a corto di idee sul piano della strategia politica. E’ indubbio che le simpatie che un anno fa erano diffuse in diversi ambienti imprenditoriali per l’antipolitica di Lega e M5s, di fronte all’evidente calo della competitività italiana con il blocco infrastrutturale, sono ora scomparse. Anche le aperture di credito che venivano dalla Casa Bianca per il premier Conte oggi, dopo il caso Venezuela, sono venute meno. Steve Bannon è scomparso dalla circolazione.

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