DIETRO LE QUINTE/ Le contromisure di Mattarella in vista dello “scossone”

- Anselmo Del Duca

Le agenzie sull’apprezzamento del Colle per il Def, le smentite, il Quirinale al lavoro dietro le quinte. Ecco cosa sta realmente pensando di fare Mattarella

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Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Giuseppe Conte con il Capo dello Stato Sergio Mattarella (LaPresse)

Se una smentita ufficiale del Quirinale non smuove di un millimetro la narrazione dei giornali, vuol dire che qualcosa di grosso bolle in pentola. La smentita, categorica, è quella dettata giovedì sera dall’ufficio stampa di Mattarella un attimo prima del decollo del velivolo presidenziale dalla Giordania: il Capo dello Stato “non esprime alcuna valutazione su provvedimenti che non conosce”. Oggetto della contesa il Def, di cui secondo due retroscena concordi di Ansa e Agi, sarebbe stato apprezzato il realismo nel ridimensionare le stime di crescita, senza per questo mitigare le preoccupazioni sui conti pubblici, soprattutto in vista della sessione di bilancio, che si preannuncia complicatissima.

La vicenda di questa velocissima smentita (quaranta minuti dall’uscita delle due agenzie) è ricostruita correttamente da Ugo Magri su La Stampa, che è però il quotidiano che più calca la mano con il titolo di prima pagina. Ma lo stesso hanno fatto tutti i grandi quotidiani, al contrario dei telegiornali Rai che alla nota del Colle si sono attenuti.

Mattarella si è sentito tirare per la giacca, ma il suo tentativo di frenare la ridda delle ipotesi è riuscito solo a metà: l’immagine che è passata sui giornali è quella di un Quirinale già al lavoro su scenari foschi, che partono da una crisi di governo post-elezioni europee e si spingono sino alle elezioni anticipate. Fra le possibilità anche quella di un nuovo governo tecnico. Alla Monti, tanto per capirci.

Il più chiaro nell’adombrarlo una vecchia volpe della politica come Luigi Bisignani, che sparava domenica scorsa sul Tempo l’ipotesi di un’imminente nomina di Mario Draghi a senatore a vita. In questa uscita si nasconde un errore tanto clamoroso da non poter essere casuale: anche i sassi sanno che Mattarella ritiene che i senatori a vita di nomina presidenziale non possano essere più di cinque in tutto. Lo hanno sostenuto tutti i suoi predecessori, tranne due, Pertini e Cossiga. Oggi la quota è piena, quindi discorso chiuso.

Proprio per questo macroscopico svarione, però, l’uscita di Bisignani non può che essere l’indicazione di un percorso: Draghi come Monti, pronto a mettersi alla guida di un governo di salute pubblica in autunno, terminato il suo mandato alla Bce.

Non può essere solo una coincidenza. Sembra di intravedere un disegno che soffia sul fuoco delle difficoltà del governo gialloverde per spazzarlo via. Disegno di chi? E il Quirinale è d’accordo? Alla prima domanda la risposta è vaga, viene da pensare a movimenti nel mondo della finanza, italiana e non solo. L’allineamento della grande stampa depone in questa direzione, sembra che si voglia creare il clima dell’emergenza. Resta però difficile immaginare che in questo parlamento si trovino i voti per sostenere l’ennesimo governo tecnico. 

Da questo disegno sembra, almeno per ora, volersi tenere lontano il Quirinale. Appare ovvio e normale che la vigilanza del Colle rimanga molto alta sull’andamento dell’economia e sullo stato di salute del governo. Che ci possano essere scossoni dopo le elezioni europee è nell’ordine delle cose. Immaginare però un Mattarella già intento a tramare rischia di confondere l’attuale inquilino del Quirinale con il suo predecessore. Già nella lunga crisi di governo seguita all’elezione dello scorso anno si è visto con chiarezza come in cima alle priorità di Mattarella vi sia il rispetto della volontà popolare, nell’alveo dei valori indicati dalla Costituzione: equilibrio dei conti pubblici, rispetto dei vincoli e degli impegni assunti con l’Europa, centralità del parlamento.

È lecito quindi immaginare che dopo il 26 maggio Mattarella seguirà la situazione tenendosi pronto a intervenire, ma senza schemi predeterminati da attuare. Se Salvini e Di Maio finissero per litigare si potrebbe anche finire negli scenari immaginati oggi, un rimpasto, le elezioni anticipate e persino il governo tecnico. Dipenderà dalle circostanze, dagli eventi come verranno maturando. Quello che però è sbagliato immaginare oggi è che l’approdo di una riedizione della stagione montiana sia ineluttabile. A meno che chi lo pompa non abbia interesse a farlo.

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