DIETRO LE QUINTE/ La conta per decidere il destino di Lega e Governo

- Sergio Luciano

Dopo il Consiglio dei ministri di ieri si attende solo l’esito delle europee, che sembra essere molto importante per Matteo Salvini

salvini governo senato lapresse 2018
Matteo Salvini (Lapresse)

Immaginatevi se un marziano appena atterrato sul Pianeta Terra pretendesse di capire cosa sta succedendo nella politica italiana e leggesse i quotidiani di ieri: si farebbe l’idea di un Paese lacerato dallo scontro tra le due forze politiche di governo. Eppure ieri pomeriggio queste stesse forze divise su tutto e apertamente in polemica aspra l’una contro l’altra, hanno approvato all’unanimità tre nomine importantissime nella nomenclatura pubblica: al vertice delle Fiamme Gialle, la polizia fiscale cui sarebbe affidato il compito di perseguire gli evasori, il generale di corpo d’armata Giuseppe Zafarana, un tecnico; alla Ragioneria dello Stato come segretario generale Biagio Mazzotta, funzionario molto vicino a Daniele Franco, passato nel direttorio di Bankitalia. E infine, è stata formalizzata la già nota nomina di Pasquale Tridico al vertice dell’Inps, economista di area grillina. Dunque leghisti e grillini sono divisi su tutto, ma poi sulle nomine vanno d’accordo. Misteri per marziani.

Intanto – ai fini dello scenario elettorale – va detto che mai le relazioni tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio (e dietro di loro, i principali collaboratori) sono state altrettanto tese. E per la prima volta la Lega, per bocca dell’autorevole sottosegretario alla Presidenza Giancarlo Giorgetti, ha tirato in ballo perfino il premier, Giuseppe Conte, accusato di parteggiare per i Cinquestelle, beccandosi la replica di palazzo Chigi per vie formali: “Grave mettere in dubbio la mia imparzialità”, ha detto il premier: “Se Giorgetti vuole farlo, lo faccia formalmente davanti ai ministri, in consiglio”.

Si direbbero pronti a rompere, insomma, Salvini e Di Maio. Anzi, nell’entourage di Salvini molti sussurrano: “Matteo si è stufato”. Però poi lui stesso, il Capitano, getta acqua sul fuoco: “Ho fiducia in Conte, assolutamente”. Ma alla sera, quando il Consiglio dei ministri formalmente ha inizio, Salvini apprende che ci sarebbero perplessità del Colle sul decreto sicurezza-bis e s’infuria: “Attendo di sapere quali”. Sul tavolo del governo, oltre al decreto sicurezza inutilmente sospinto da Matteo Salvini, c’era anche il decreto famiglia e natalità scritto da Luigi Di Maio. A sua volta destinato al rinvio. Come l’intesa sulle autonomie, neanche discussa. Insomma: nessun atto di governo fino a nuov’ordine, il rinvio con cui a mezzanotte e mezza si chiude il consiglio dei ministri è teoricamente per una prossima seduta “in settimana”, ma siamo a martedì e non sembra facile riuscirci, almeno fino al fatidico 27 maggio, quindi alla settimana prossima, quando i risultati elettorali europei dovrebbero aver ridefinito i rapporti di forza tra i due fratelli-coltelli.

Ma sarà così? Ridefiniranno davvero qualcosa?

Il voto europeo ovviamente non ha effetto sulla composizione del Parlamento nazionale. E, come ben sa Matteo Renzi, conferisce al vincitore un’aura di potere che non è affatto certo di poter tradurre alla bisogna in numeri e seggi nelle Camere nazionali, al successivo voto politico. Ciò che conferisce però particolari incognite alla situazione – al di là di questo strano minuetto tra accuse incrociate e convergenze spicciole concrete tra soci di maggioranza, come queste sulle nomine – è che Salvini ha perso più terreno nell’ultimo mese di quanto ne avesse guadagnato nei precedenti sei.

Ha dovuto incassare alcuni veri e propri smacchi, primo fra tutti quello su Siri, il sottosegretario inquisito, che ha mostrato con faccia feroce di voler difendere a ogni costo ed è stato poi costretto ad abbandonare al suo destino, senza rompere l’alleanza sul suo caso. Ma allora perché la “faccia feroce” prima e la resa poi? Se lo chiedono tanti elettori leghisti di area moderata. Lo scontro con la Chiesa e lo sventolio del rosario dal palco di Milano: sono atteggiamenti sconcertanti, per quanto papa Bergoglio non stia simpatico a tutti i cattolici italiani è pur sempre il Pontefice, prendersela con lui non è politicamente saggio. L’agiografia pubblicata dalla casa editrice di Casa Pound, con lo scandaletto del libro ritirato dal Salone di Torino: l’oggettivo sostegno dato al Capitano dal gruppusculo post-fascista di inclinazioni squadriste, mai rinnegato dall’interessato… sono tutte scelte azzardate, alla ricerca di un consenso estremista che minaccia di far perdere il doppio nei consensi conservatori ma moderati sui quali invece si è retto il ventennio berlusconiano.

Per la seconda volta, inoltre, il Colle interviene contro la linea dura salviniana sulla sicurezza. Un atteggiamento molto forte, e quindi grave per il destinatario, da parte di una figura estremamente sobria e riservata come Mattarella, che è pur sempre il capo della magistratura, il quale dapprima accompagna il primo decreto sicurezza con una lettera in cui enuncia ovvietà, che smettono di essere ovvie proprio perché lui le enuncia: che cioè spetta ai magistrati valutare la qualità del turbamento emotivo atto a giustificare la reazione difensiva; e ancora, ieri, i rilievi fatti pervenire a palazzo Chigi sul testo del decreto sicurezza-bis, a proposito delle multe a chi aiuti l’immigrazione clandestina…

In un simile scenario sembrano ormai di difficile percorribilità sia la strada della stabilità, col governo giallo-verde determinato a durare per tutta la legislatura, perché i veti incrociati bloccano tutto e il Paese sta diventando ingovernabile; sia la strada del voto nazionale anticipato, che Salvini pensava e ancora pensa possa dargli la maggioranza assoluta nelle Camere, naturalmente aggregando alla Lega – ma in posizioni nettamente subaterne – Forza Italia e Fratelli d’Italia.

E dunque resta questo il valore della “conta” europea: se strologando sui risultati del 27 maggio si dovesse percepire una fattibilità del sorpasso, le elezioni anticipate a fine settembre sarebbero una prospettiva inevitabile, e forse auspicabile. Se la conta dei voti del centrodestra post-berlusconiano (ma con Berlusconi!) non autorizzassero a un bis a livello nazionale, probabilmente inizierebbe per Salvini una parabola politica discendente.

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