PROROGA BLOCCO LICENZIAMENTI/ 4 proposte per togliere una “zavorra” alle pmi

- Luca Pirola

La proroga del blocco dei licenziamenti varata con il Decreto sostegni crea qualche problema alle pmi, sia a livello di costi che di organizzazione

lavoro operaio fabbrica attività (LaPresse)

Caro direttore,

finalmente mercoledì scorso è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto sostegni, prima vera norma approvata dal Governo Draghi per contrastare gli effetti economici della pandemia in atto. Dopo qualche giorno di incertezza (data dalle varie stesure del decreto che circolavano tra gli addetti ai lavori) sono state chiarite le modalità del blocco dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo: sono sospesi i licenziamenti da parte di aziende del settore industriale fino al 30 giugno e per tutti gli altri settori fino al 31 ottobre. Il Governo ha anche approvato e finanziato ammortizzatori sociali (Cassa integrazione ordinaria e in deroga, Fondo di integrazione salariale) da utilizzare nel periodo di sospensione dei licenziamenti.

Tale prosecuzione del blocco dei licenziamenti economici, senza eccezioni salvo casi eccezionali come la chiusura definitiva di un’azienda, crea ulteriori problemi al tessuto imprenditoriale del Paese, caratterizzato da imprese medio-piccole che fanno della flessibilità e adattabilità il loro punto di forza. In particolare, è importante sottolineare che il dipendente in cassa integrazione è per l’azienda un costo: tra maturazione del Tfr, maturazione dell’anzianità aziendale costi amministrativi per la gestione della domanda di cassa e degli adempimenti connessi il costo arriva a circa il 10% del costo ordinario del dipendente. In secondo luogo, l’attivazione della cassa integrazione impedisce alle aziende l’assunzione, nei reparti dove è attivo l’ammortizzatore sociale e per le mansioni per cui è stato attivato, di nuovo personale, ostacolando un sano ricambio generazionale e la necessaria iniezione di nuove persone, giovani e dinamiche, in azienda e riducendo la possibilità di rimettersi in gioco per chi, magari perché assunto a tempo determinato o con contratti di lavoro autonomo ha comunque perso il lavoro. Non a caso in Spagna, unico Stato europeo dove è stato in vigore un blocco, seppur molto più blando del nostro, dei licenziamenti, un giudice di Barcellona ha dichiarato il blocco illegittimo, in quanto contrario alla libertà di impresa tutelata non solo dalla Costituzione spagnola ma anche dai trattati europei.

Il Governo avrebbe quindi potuto trovare delle altre strade per mitigare le conseguenze sociali, inevitabilmente gravi, della seconda fase della pandemia, salvaguardando al contempo la libertà di impresa e permettendo alle imprese di ristrutturarsi per ripartire. Provo a elencare alcune proposte: 

– Aprire da subito ai licenziamenti individuali, quelli che coinvolgono meno di 4 persone, lasciando invece sospesi i licenziamenti collettivi.

– Offrire alle aziende una alternativa tra la possibilità di usare ammortizzatori sociali e la possibilità di licenziare per ragioni economiche.

– Offrire alle aziende che non licenziano né utilizzano ammortizzatori sociali importanti sgravi contributivi atti a ridurre il costo del lavoro e incentivare le nuove assunzioni.

– Irrobustire l’indennità di disoccupazione per coloro che perdono il lavoro, collegandola a un rafforzamento delle politiche attive, della formazione e dei tirocini per disoccupati.

Nutro comunque ancora la speranza che il Governo, liberandosi dalle pressioni ideologiche provenienti da una parte della maggioranza e dalle organizzazioni sindacali, possa a breve riprendere in mano la riforma del mercato del lavoro per sostenere e spingere la ripresa economica che, speriamo, caratterizzerà il periodo post-pandemia.

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