REFERENDUM/ Il No premia gli elettori e non piace alle segreterie dei partiti

- int. Stelio Mangiameli

La riduzione dei parlamentari oggetto di referendum è l’ideale completamento del progetto di ridurre gli eletti a subalterni dei capipartito

Come si vota ballottaggio Elezioni Comunali 2020
LaPresse

“Si tratta di un disegno che vuole ridurre la democrazia italiana e che viene da lontano e di cui i 5 Stelle sono gli ultimi portabandiera”. Stelio Mangiameli, ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Teramo, motiva il suo No al taglio dei parlamentari. Oggi i partiti “sono oligarchie chiuse che limitano la partecipazione e non si sa bene come si finanziano e quali interessi sociali rappresentino” spiega Mangiameli, per il quale la riduzione dei parlamentari è l’ideale completamento del proposito oligarchico di ridurre gli eletti a subalterni dei capipartito.

Mangiameli bolla come populistica e strumentale l’ipotesi della riforma monocamerale e auspica “un sistema maggioritario a collegio uninominale a turno unico, con una clausola che dovrebbe impedire a partiti diversi di fare coalizioni elettorali anziché di governo”.

Professor Mangiameli, come si è arrivati all’attuale numero di parlamentari?

Quando il Costituente scrisse gli articoli della Costituzione sulle camere puntava a costruire non solo una forma di governo fondata sulla centralità del parlamento, ma anche a realizzare una rappresentanza strettamente collegata al tessuto sociale. Di qui la regola di rapportare il numero dei parlamentari alla popolazione in ragione di quozienti tutto sommato contenuti. 

Una regola molto razionale. E poi?

L’Italia nel 1946 aveva circa 45 milioni di abitanti. Al momento in cui veniva adottata la legge cost. n. 2 del 1963, che prevedeva il numero fisso di 630 deputati e 315 senatori, la popolazione era di circa 51 milioni e i numeri fissi corrispondevano grosso modo ai quozienti sino ad allora previsti dalla Carta. 

Ma come si giustificò tale modifica?

Con il fatto che la democrazia in Italia si era consolidata e che una eventuale ulteriore crescita della popolazione avrebbe potuto dare vita ad un parlamento pletorico. 

Il numero dei parlamentari fissato attualmente in Costituzione andrebbe ridotto?

No. Nel complesso il parlamento italiano, e in particolar modo la camera dei deputati, appare in linea con i parlamenti degli altri Stati europei e questo dovrebbe indurre a lasciare le cose come stanno. Non ci sono ragioni costituzionali, né di politica istituzionale, che spingono a ridurre il numero sino a farne il parlamento più piccolo in Europa.

Sulla legge costituzionale voluta da M5s e sottoposta a referendum si stanno dicendo tante cose. Che cosa le preme sottolineare di più?

Ritengo che un giudizio sulla legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari non possa prescindere dal disegno complessivo delle riforme costituzionali che il M5s propone dall’inizio di questa legislatura.

I costituzionalisti per il Sì dicono l’opposto. Ci spieghi la sua posizione.

La riduzione del numero dei parlamentari è solo un tassello delle modifiche costituzionali che il M5s si propone di ottenere: cancellazione del divieto di mandato imperativo e introduzione del cosiddetto referendum propositivo. Sappiamo che la visione della democrazia di M5s passa per la svalutazione della democrazia rappresentativa e per l’implementazione della democrazia diretta. 

D’accordo. E quindi?

La riflessione non può limitarsi alle idee del M5s e dev’essere estesa alla realtà istituzionale attuale. 

Vediamone i principali punti. Da dove cominciamo?

Le leggi elettorali più recenti, dichiarate incostituzionali, hanno spostato l’asse della forma di governo parlamentare dal parlamento al governo, come mostra una legislazione ormai prevalentemente in mano a quest’ultimo, che oltre all’uso continuo del decreto legge e della delega legislativa, con la questione di fiducia zittisce le opposizioni e la sua stessa maggioranza.

E poi?

E poi vengono i partiti. Per effetto del sistema politico, il potere di governo dello Stato è defluito nelle mani delle segreterie di partito e ancor più in quelle dei capipartito, senza alcuna effettiva responsabilità davanti agli elettori.

Non era così anche nella prima repubblica?

Assolutamente no. Quei partiti erano partiti di massa che vantavano legami profondi con il popolo, con strutture che consentivano la partecipazione di militanti ed elettori. I partiti di oggi sono oligarchie chiuse che limitano la partecipazione e non si sa bene come si finanziano e quali interessi sociali rappresentino. 

Ed è per questo che rappresentano un rischio per la democrazia?

Sì, perché queste piccole oligarchie si sono affrancate del tutto dagli elettori grazie a regole di dubbia costituzionalità, come quelle che dispensano con molta facilità dall’onere di sottoscrivere le candidature, e hanno rifiutato ogni tipo di regolamentazione legislativa che possa determinare dei controlli o dei vincoli per il loro ordinamento interno.

Vediamo di trarre le conseguenze del discorso. Tornando al taglio dei parlamentari?

Ora, questi partiti e i loro capibastone, con la riduzione del numero dei parlamentari, avrebbero maggiore facilità di dominare le camere e di ridurre la rappresentanza ad una condizione di subalternità. Questo disegno di riduzione della democrazia che ha riguardato le rappresentanze politiche di ogni livello di governo, con argomenti populisti, verrebbe completato colpendo la sede della rappresentanza politica nazionale. Con molta probabilità si tratta di un disegno che vuole rimodellare la democrazia italiana e che viene da lontano e di cui i 5 Stelle sono gli ultimi portabandiera.

Questo nell’ipotesi che tutte e tre le riforme pentastellate vadano avanti. Ma se così non fosse?

Anche se gli altri propositi di modifica della Carta proposti dal M5s non dovessero andare avanti, come sembra probabile, per cui non vi sarebbe nessun incremento della democrazia diretta, la riduzione del numero dei parlamentari sarebbe di per sé sufficiente nel contesto attuale delle relazioni istituzionali e politiche a segnare un passo verso quella che è stata definita da Colin Crouch la “postdemocrazia”: un sistema che della democrazia conserva alcune forme, come le elezioni, ma che in realtà è ordinato secondo una logica politica verticistica e di occupazione delle istituzioni da parte degli interessi dominanti. 

Quali elementi depongono a favore di questa prospettiva?

Gliene cito uno, il più saliente. La legge elettorale alla quale stanno pensando i partiti è quella del proporzionale, più o meno puro, che attenua fortemente il valore del voto dell’elettore e la naturale competizione che dovrebbe sussistere tra le forze politiche.

Mettiamola in un altro modo. La riduzione dei parlamentari non potrebbe essere l’inizio d una svolta verso una maggiore funzionalità del parlamento?

Capisco dove vuole arrivare. Il concetto è chiaro: prima si riducono i parlamentari e poi si sommano in una sola camera, magari aggiungendo una rappresentanza degli enti territoriali scarsamente influente, com’era nel disegno costituzionale di Renzi che fu bloccato dal corpo elettorale.

Non sarebbe l’agognato superamento del bicameralismo perfetto? 

Mi sembra di più l’imbocco di una scorciatoia verso il monocameralismo. Una concezione, a ben vedere, populistica e strumentale. 

Perché una valutazione così severa?

Questo pensiero non coglie l’essenza dei problemi della nostra democrazia, che sono la perdita di significato del ruolo degli elettori e del parlamento nel suo complesso. Una camera di 600 parlamentari sarebbe troppo ingombrante nella forma di governo italiana e potrebbe dare luogo a problemi ben maggiori rispetto all’intento che persegue chi vuole ridurre il parlamento a due camerette senza cucina e servizi.

Come mai il quesito referendario si intreccia così fortemente con la situazione politica? I partiti sembrano temerlo…

Qualora questa riforma della Costituzione dovesse essere approvata dal corpo elettorale, lo sarebbe per due ragioni, entrambe strettamente legate ai partiti.

Vediamole. La prima?

Il loro opportunismo politico. Soprattutto da parte del Pd, che vuole mantenere questa maggioranza anche pagando un alto pedaggio in termini di trasformismo. 

E in che cosa si sostanzia questo trasformismo?

Dopo aver perso le elezioni nel 2018 e avere subito una scissione con la nascita di Italia viva, il Pd si ritrova lo stesso al governo con la possibilità di gestire risorse enormi e inaspettate e di essere determinante nell’elezione del prossimo presidente della Repubblica. È vero che l’esercizio del potere è alla fine una condizione di fatto, ma il Pd si dannerebbe l’anima come Faust, passando alla storia come il partito che, in un modo o nell’altro, ha ripetutamente tentato di demolire la Costituzione e la democrazia, tanto più che il M5s sembra avere esaurito la sua carica e il compito che gli era stato assegnato, e molto presto potrebbe anche uscire di scena. 

E la seconda ragione? 

Deriverebbe dall’indubbia confusione che esiste sui temi istituzionali. Alla fine il ricorso ad argomenti populisti fa comodo alla maggioranza dei gruppi dirigenti dei partiti. Ma se è così, e non c’è motivo di dubitarne, vuol dire che di qui in avanti le spinte in direzione del populismo potranno solo aumentare, senza che si possa più opporre alcuna credibilità politica.

Si spieghi meglio.

Intendo dire che il deficit di credibilità politica mostrato in questo referendum potrebbe valere per argomenti altrettanto seri come la gestione delle emergenze, la sicurezza pubblica e l’ordine pubblico, l’immigrazione, l’Europa, l’euro e altro ancora.

Qual è la soluzione alla crisi?

Confermerei questo sistema parlamentare, anche nei numeri, e mi porrei il problema di come rafforzare i diritti elettorali dei cittadini, e cioè come fare contare di più il singolo elettore, non con l’illusione della democrazia diretta, ma con quella di una seria democrazia rappresentativa.

A parole…

No. Tutti i sistemi democratici contemporanei si basano su forti democrazie rappresentative, senza alcuna declinazione populista, perché assumono che la sfera della politica goda di una sua specificità che deve essere assolta da un corpo professionale dedito alla decisione pubblica e valutato dagli elettori con il processo elettorale. 

Quale legge elettorale ci serve? 

Da tempo mi auguro che si adotti un sistema elettorale maggioritario a collegio uninominale a turno unico, con una clausola che dovrebbe impedire a partiti diversi di fare coalizioni elettorali anziché di governo.

Perché questo sistema?

Perché ridarebbe agli elettori un potere reale maggiore sia nelle candidature, sia nell’elezione. Ma non sono un ingenuo.

Che cosa intende dire?

So bene che risulterebbe inviso agli attuali partiti politici, che vogliono giocare alle spalle degli elettori e appoggiarsi sul più morbido sistema proporzionale. Anche se in questo modo si alzano considerevolmente i costi di coalizione, che paghiamo noi, i cittadini!

(Federico Ferraù)

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