DON FABIO BARONCINI/ E il suo cristianesimo: orizzonte infinito, non penombra di sacrestia

- Alberto Reggiori

Se n’è andato ieri don Fabio Baroncini (1942-2020), amico e discepolo di don Giussani, educatore di migliaia di giovani, prima a Varese e poi a Milano

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Don Fabio Baroncini (1942-2020) si cala in doppia dal campanile di Varese

Don Fabio Baroncini, classe 1942, da Morbegno, fu ordinato sacerdote dal cardinal Colombo nel 1966 e subito inviato nella parrocchia di Varese per seguire gli studenti insegnando religione al Liceo classico Cairoli. Una normale trafila per un prete in quegli anni sonnolenti a ridosso del 68, in cui il mondo cattolico viveva ancora di liturgia e associazionismo. Ma don Fabio si era fatto prete con ben altra pretesa: qualche anno prima l’incontro con don Giussani gli aveva risvegliato la fede e acceso la ragione. Lui stesso affermava di ringraziare il buon Dio per avere incontrato una forma di fede in cui l’intelligenza e l’umanità vengono esaltati, in cui l’aspetto comunitario è il suo realizzarsi quotidiano. In cui il cristianesimo è integrale, non esclude nulla, coinvolge tutte le dimensioni interessanti della vita: cultura, carità, missione. Orizzonte infinito, non penombra di sacrestia.

Quella da cui era stato contagiato era l’esperienza di Gioventù Studentesca, poi diventata Comunione e Liberazione. Ascoltando don Giussani prima a Lecco, quindi a Milano, il giovane Fabio Baroncini (14 anni), rispose mettendo a disposizione la sua vita, senza riserve; certamente pensò: Ecco quello che ho sempre atteso! La sua umanità viva e sensibile esprimeva una potente domanda di vita assetata della risposta vera come l’unica cosa preziosa dell’esistenza cui sacrificare lietamente tutto il resto. Il tesoro nascosto del Vangelo. Questa risposta al mistero della vita è accettare il rapporto con il Padreterno, diceva don Fabio, e questa scommessa era proposta a chiunque lo incontrasse. Penso di non aver conosciuto altra persona che meritasse la stima di tutti, dico tutti, quelli che lo incontravano al pari di lui. Che si fosse d’accordo o meno, don Fabio era comunque un punto di paragone, mai banale. Lo rivedo nei corridoi del Cairoli che discuteva con l’extraparlamentare contestatore, con il prof di filosofia, con la ragazza timida che gli confidava i sui timori. Non pretendeva che tu fossi d’accordo ma che accettassi la sua sfida intelligente rischiando la tua umanità.

Il suo periodo varesino è stato segnato da centinaia di incontri con i ragazzi di Gs (il raggio), proposte culturali, di autori (Dostoevskij, Dante, Eliot, Guardini), libri, film, canti, campi di lavoro per raccogliere fondi per le missioni, vacanze indimenticabili sulle Dolomiti in cui la passione per la montagna era scoprire la bellezza e scoprire un Altro da sé. Amore per la libertà in tutti i suoi aspetti, anche quelli più esigenti. Uomo mai conformista, un mattino si arrampicò sul campanile di Varese con la scusa di sistemare delle pietre pericolanti e poi ne discese in corda doppia con la città che guardava in su (vedi foto).

Viveva discretamente una cura per la singola persona addirittura impressionante. In Gioventù Studentesca in quegli anni passavano tutti, magari per una volta, ma tutti, destra, sinistra, agnostici o ragazzi bene, volevano vedere di cosa si trattasse. Volevano incontrare quest’uomo così libero e originale e l’esperienza che proponeva. Aveva a cuore centinaia di persone, tutte per lui erano importanti, passava pomeriggi a ricevere chi cercava una bussola nei marosi della vita. Il giudizio, cioè guardare ogni aspetto della persona seconda la verità (“giudicate tutto ma trattenete il buono”) era il suo carisma ed un dono per tutti. Lontano anni luce dal formalismo borghese, con lui si poteva discutere ed avere un’illuminazione sulle decisioni importanti della vita, sul rapporto con la ragazza, sui problemi con i figli, sulla malattia, sulle incertezze esistenziali che ci afferrano.

Intimiditi davanti alla scrivania verde del suo studio, avvolti dal fumo delle sue Muratti, ci si sentiva presi sul serio, ruvidamente spesso, ribaltati molto spesso. Magari bastava un minuto, senza fronzoli. Uscivi che il nero era diventato bianco, che il difficile era facile, che l’impossibile si era sciolto; decollavi. Se non è un educatore questo! Mai moralista ma nemmeno facendo sconti, ti lanciava sempre in mezzo alla battaglia, non potevi stare ai margini. La cartina di tornasole (sua frase tipica) della sua passione per il destino delle persone è il realizzarsi di famiglie, di vocazioni al sacerdozio, alla clausura, alla vita consacrata. Persone che discretamente hanno ricevuto da lui luce, sicurezza e paternità. Io e mia moglie abbiamo deciso di spendere 10 anni in Uganda quando lui ci ha detto che quello che conta non è sistemare la vita e accomodarla, ma seguire Cristo senza ripensamenti, donando tutto di sé.

Ripeteva di non aver mai accettato di ridurre l’esperienza comunitaria in termini intellettualistici o pietistici, ma ricercava sempre l’autenticità della chiesa ed in particolare di Cl come luogo di esperienza cristiana, di vita vissuta nella comunione. Il punto centrale da lui affermato era Cristo, centro del cosmo e della storia. Si andava in montagna, si cantava insieme, si giudicava la politica, si era presenti negli ambienti come desiderio di riconoscere, affermare ed annunciare Cristo. Insieme.

Non ha mai mollato un centimetro sull’unità come metodo privilegiato pur apparendo un bastian contrario. Le sue omelie erano incisive come diamanti, una sua frase ti illuminava la settimana. Dagli anni 70 don Giussani gli affidò la cura degli universitari ed il suo trasferimento a Milano come parroco di Niguarda nel 1986 fece ulteriormente crescere la sua presenza a livello centrale di Comunione e Liberazione. Cercava costantemente un rapporto con don Giussani, sempre dialettico e filiale, mai da gregario verso il capo. Seguiva le comunità delle facoltà scientifiche e del Politecnico, centinaia di universitari, famiglie, predicava annualmente gli esercizi spirituali per migliaia di persone, girava instancabile per incontri culturali.

Per lui era della massima importanza una cena con amici, non era un piacevole passatempo ma una cosa seria: era l’occasione di vivere la comunione, riconoscendo che dove due o tre sono presenti nel suo nome lì c’è Cristo. Capitava di fare anche cento chilometri in una sera per andare a prenderlo e poi riportarlo a casa. Solo per cenare insieme. Lui, letteralmente, dipendeva da questa amicizia come un assetato dall’acqua. Ci credeva. Negli ultimi anni non gli è stata risparmiata la sofferenza più grave; il Parkinson lo ha indebolito fino alla carrozzina e poi all’immobilità e all’afasia. Ma non mollava. Ricordo alcune gite in montagna in cui la sua carrozzina arrivava in cima spinta da mille mani amiche. Era lui che lo chiedeva, anche senza dire una parola. Quando gli fu chiesto come sopportava quella terribile sofferenza rispose con un filo di voce: Offro. Partecipo alle sofferenze di Cristo offrendo.

La sua incredibile personalità è frutto della grazia di Dio e della paternità di don Giussani, lui stesso è stato padre di tanti, la cui vita fiorisce e genera. Un inaspettato avvenimento di umanità nuova come contributo a questo mondo. Una granitica certezza della presenza del Mistero buono in ogni aspetto dell’esistenza. Con nostra sconfinata gratitudine.

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