RETROSCENA/ Putin, gli Usa e il Papa: cosa c’entra l’Italia?

- Giulio Sapelli

La visita di Putin in Italia è stata importante, specialmente ora che in Europa per il nostro Paese le cose saranno più difficili

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Donald Trump e Vladimir Putin (LaPresse)

La visita di Putin in Italia è un evento molto particolare per le sue implicazioni strategiche. Esse sono accentuate dalla situazione italiana in Europa, dove l’interesse prevalente dello Stato italico e degli insediamenti umani in esso compresi saranno sottoposti a una prova futura di intensissima tensione economica e politica.

Il costrutto di nomine non elettive che si è insediato in Europa è di una gravità senza precedenti per quel che riguarda le conseguenze che potranno derivarne all’Italia. In un’altra sede ho di già illustrato perché e qui richiamo solamente i punti essenziali. Nomine che segnano un rafforzamento indiscusso dell’asse franco-tedesco che si presenta come l’unico momento di centralizzazione capitalistica possibile in un’economia europea esposta ai venti della globalizzazione e all’intensificarsi, con alti e bassi continui che saranno la norma, negli anni futuri, del conflitto diplomatico, tecnologico ed economico, e in definitiva militare, tra Usa e Cina

In Europa, dopo la fuoriuscita di fatto del Regno Unito dalla centralizzazione europea (che pure era precaria per la non eliminazione della sterlina a favore di un euro che non si era riusciti a imporre all’isolazionismo insulare e post-imperiale britannico), la via scelta è stata quella dell’assunzione con più grande forza di un percorso di ordoliberismo teutonico che dovrà saldarsi con la teoria della regolazione francese in un rinnovato neo-gollismo da parte della Francia e da un ritrovato destino tedesco nella fusione tra Germania ed Europa. Le nomine europee segnalano, infatti, una crescente distanza tra Europa e Usa con un’intensificazione dell’asse franco-tedesco incentrato sulla continuità sì della linea dell’ordoliberismo, ma essa trova ora interpreti intellettuali di primissimo livello come Ursula von der Leyen, figlia di un grande politico e intellettuale protestante come Ernst Albrecht.

Fusione più che dominio, infatti, assimilazione più che conquista. La figura di Ursula Albrecht sposata von der Leyen ben impersonifica questo cambiamento. Ernst Albrecht era uno dei grandi protagonisti protestanti e democratici tedeschi. Funzionario europeo sin dal 1958, come comprova l’educazione bilingue biculturale di Ursula, era esponente di quel segmento preziosissimo e mai studiato della classe dirigente tedesca che vedeva nella fusione tedesca nell’Europa, più che con l’Europa, l’unica via per superare il passato non solo nazista, ma altresì guglielmino e imperiale della Germania. Un altro importantissimo esponente di questa classe dirigente fu ed è Ernst-Wolfgang Bockenforde, grande giurista cattolico che ha dato esempi illuminanti di questa limitata ma altissima schiera di intellettuali e politici tedeschi.

La difesa dell’ordoliberismo sarà più dura che mai e le conseguenze economiche e sociali saranno disastrose per l’Europa e in primis per l’Italia. E quella difesa si accompagnerà alla chiusura ostinata verso ogni teoria economica non mainstrem da parte della nuova Presidente della Bce, che tutto è meno che un’economista o un’intellettuale, ma semplicemente una diligente funzionaria delle oligarchie liberiste globalizzate ben illustrate da molti studi antropologici e sociologici. Giova ricordare che ella fu nominata alla testa del Fmi dopo una scandalo sessuale che si risolse sì con l’assoluzione dell’imputato e la restituzione della cauzione di sei milioni di dollari pagata per porre in libertà uno scandaloso Strauss-Kahn alla testa del Fmi. Nel 2007 un pericoloso sovversivo era entrato a far parte così dell’esclusivo club dei francesi al vertice di istituzioni economiche internazionali come furono Jean-Claude Trichet, Pascal Lamy e Jean Lemierre. L’imputato fu assolto ma destituito: l’avvocato d’affari Lagarde sostituì appunto Strauss Kahn, già ministro con Lionel Jospin, il quale era una rottura insopportabile con la dominazione della tecnocrazia liberista globale.

Egli propugnava progetti di forte cambiamento programmatico e di mutamento degli indirizzi ideologici del Fondo e si caratterizzava per una piattaforma di principi marcatamente keynesiani, in contrasto con la scuola di orientamento liberista dominante presso il Fmi. Aveva destato scalpore in particolare all’interno dell’istituto un suo discorso tenuto alla Brookings Institution nell’aprile del 2011 (un mese prima dello scandalo a sfondo sessuale di cui fu vittima) in cui metteva in discussione i principi liberisti ai quali si ispirava il Fmi e proponeva apertamente di combattere la diseguaglianza dei redditi attraverso il ritorno alla piena occupazione e gli investimenti di natura pubblica. Secondo una prassi che si era sperimentata in Italia negli anni Novanta, il ricorso al potere giurisprudenziale risolse la questione e l’avvento dell’avvocato d’affari risolse il problema.

La sostituzione di Mario Draghi in questo modo è stata e sarà un trauma soprattutto per gli Usa, che non ritroveranno più alla testa della Bce un interlocutore attento ai loro sforzi di limitare la deflazione secolare europea innescata dal dominio teutonico sulle istituzioni europee. Ora Usa si dovrà confrontare con interlocutori raffinati intellettualmente (la Ursula Albrecht in von der Leyen) e molto più organici con la globalizzazione democratico-clintoniana anti-trumpista in salsa neo-gollista macroniana (l’avvocato d’affari).

Che cosa c’entra tutto ciò con Putin in Italia? È rilevante, invece, perché l’Italia è sempre stata per la Russia il terreno di mediazione e di rapporto con l’avversario strategico universale, ossia gli Usa. L’Italia può fare cose, compiere atti che gli Usa non possono ma che vorrebbero. Ciò che non può fare l’imperatore può fare il vassallo. È questa la regola principe delle relazioni internazionali fondate sul realismo. Lo scontro in atto ora negli Usa è appunto sul problema dei rapporti con la Russia. Occorre ripristinare una entente cordiale con essa, come pareva emergesse nei primi tempi della Perestrojka dalla reazione di Reagan con Gorbacev? Oppure occorre continuare con l’interruzione di quella relazione per via del disegno unipolarista di Bush padre (le follies of power tanto ben descritte da David Calleo) e perseguita di fatto sino ai nostri giorni, aprendo un pericoloso fianco all’aggressività marittima cinese?

Di questo in controluce si dovrà, lo spero, discutere in Italia. Il tempo è giunto. Anche simbolicamente. Lunedì scorso si sono svolti a Mosca i funerali di Yevgeny Primakov, grande orientalista, grande capo di un rinnovato Kgb sotto le spoglie dei nuovi servizi di informazione della Repubblica Russa, Primo Ministro e maestro di Lavrov e di una nuova generazione di diplomatici russa. Primakov ha ridato l’onore alla Russia dopo i tempi oscuri di Eltsin (uno dei maestri delle privatizzazioni all’Argentina come le abbiamo avute in Italia) e ha rifondato tutto il pensiero strategico russo degli ultimi cinquanta anni, ritornando alle radici di una delle grandi tradizioni della diplomazia zarista, ossia quella di affrontare con decisione la natura stessa – euroasiatica – della Russia e di fare di questa continentalità tra Pacifico e lago Atlantico-Mediterraneo un punto di forza anziché di debolezza della nuova Russia.

Di qui l’alleanza strategica con la grande potenza cinese e le medie potenze centro-asiatiche, consentendo in tal modo alla Russia di occupare di nuovo in forma contendibile il Mediterraneo e di contendere agli Usa – dopo il declino britannico – la solitaria presenza in questo lago atlantico, il Mediterraneo appunto. Presenza appena increspata da quella francese.

Di qui la strategicità del rapporto con l’Italia che nel Nord Africa è una presenza storica osteggiata dagli inglesi e dallo storico avversario francese, come rese evidente il massacro di Gheddafi. Gli Usa assecondarono quell’azione militare nel solco dell’unipolarismo. E il ripristino delle relazioni più strette con l’Italia ora – con l’avvento dei repubblicani di Trump – potrebbe essere intesa come un inizio possibile di un bilanciamento strategico partendo appunto dai fatti libici su cui non ci soffermiamo per non dilungarci (non possiamo però non ricordare i nostri scritti sull’incapacità militare del generalissimo Haftar, che ancora una volta dopo il Ciad si è nuovamente resa manifesta in vista di una Tripoli mai raggiunta).

Essenziale sarà il rapporto con la Chiesa Cattolica. Come si sa il Patriarca di Mosca si è sinora ostinato a opporsi alla dichiarazione favorevole nei confronti di una visita di papa Francesco a Mosca, impedendola in questo modo in forma assai scomposta. È evidente la rilevanza dei conflitti che sono sorti in merito all’autocefalia degli ortodossi di Ucraina. Questioni interne ai rapporti tra cattolici e ortodossi e per certi versi aggravatisi per la recente decisione di papa Francesco di donare le reliquie ossee di San Pietro (care in modo particolare a San Paolo VI che le conservava nella sua cappella personale). Un dono certo denso di significato ecumenico che indica la volontà di superare il primato di Roma rivolgendosi in forma positiva alla concezione ortodossa per la quale tutti i vescovi sono i successori di Pietro e il Patriarca di Costantinopoli è primus inter pares.

I massacri dei cattolici nell’Africa subsahariana che non sono stati evitati dal pur ingente dispiegamento di forze francesi e Usa nella regione fanno sì che dopo la difesa russa delle comunità cristiane in Siria effettuata, da parte vaticana si accenda vieppiù uno spirito di valorizzazione del ruolo russo in Medio Oriente e più in generale in Africa.

Come ben si vede come sempre la “quistione” italiana è la “quistione” cattolica, per dirla con Antonio Gramsci. Putin e Lavrov lo sanno. In Italia spesso lo si dimentica.

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