RIFORMA PA/ L’inizio di un percorso che può portare al vero cambiamento

- Salvatore Taormina

L’iniziativa del Governo è certamente indispensabile per avviare un percorso di cambiamento della Pa, che dovrà essere sostenuto da altri soggetti

Renato Brunetta
Renato Brunetta (LaPresse)

Tanto si sta già dicendo e, probabilmente, molto altro ci sarà ancora da dire nei prossimi mesi a proposito del “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” sottoscritto il 10 marzo scorso tra il presidente del Consiglio, il ministro per la Pubblica amministrazione e le organizzazioni sindacali confederali. L’iniziativa segue a ruota l’audizione in Commissioni riunite di Camera e Senato, svoltasi il giorno precedente, nella quale il Ministro Brunetta ha illustrato le “Linee programmatiche in tema di Pubblica amministrazione in vista del PNRR” (Piano nazionale di ripresa e resilienza) previsto per l’utilizzo del Recovery Fund – Next Generation Eu.

L’esame dei due documenti rende da subito evidente anche ai non addetti ai lavori quello che si annuncia come un vero e proprio cambio di passo nell’approccio politico e tecnico al tema della Pubblica amministrazione, che tende a distanziarsi non poco dal tenore delle varie riforme succedutesi nell’ultimo quarto di secolo, non ultima quella promossa nel 2009 dallo stesso Ministro Brunetta.

Per comprenderlo è sufficiente soffermarsi sul primo rigo del Patto che testualmente afferma “Il nostro Paese riparte dalle donne e dagli uomini della Pubblica Amministrazione, nello Stato, nelle Regioni e negli Enti locali, nel sistema della Conoscenza e della Sanità…“. A questa espressione fa eco l’impegno assunto nella premessa delle Linee programmatiche, secondo il quale “Le persone saranno al centro della nostra azione: persone che lavorano per la nostra amministrazione e persone che attingono da essa servizi e beni pubblici“.

Eccola, dunque, la cifra sintetica di questa nuova e, si auspica, risolutiva stagione: la riconosciuta centralità della persona nell’ormai ineludibile percorso di cambiamento che il nostro apparato pubblico è chiamato a realizzare.

Le linee tematiche e operative tracciate dal Governo per i prossimi mesi evidenziano, infatti, la chiara consapevolezza di come la sfida della pandemia e la connessa irripetibile opportunità rappresentata dal Recovery fund chiedano di investire innanzitutto su di un duplice protagonismo motivazionale e professionale: quello di chi opera già all’interno dell’Amministrazione così come quello di coloro che saranno chiamati a operarvi in virtù di un ricambio generazionale da attuare in tempi assai più rapidi degli attuali (una media di 4 anni dall’emersione del fabbisogno all’assunzione dei vincitori di concorso), criticamente evidenziati dalle Linee guida del Ministro. 

Qualificare la formazione quale “diritto/dovere soggettivo” del dipendente, programmare la ricognizione dei titoli, delle competenze e delle abilità del personale già in servizio e prevedere un piano delle competenze su cui incentrare l’individuazione dei nuovi fabbisogni professionali e di sistemi di gestione dei concorsi pubblici meno farraginosi degli attuali costituiscono altrettante traduzioni operative della strategica volontà di investire sul soggetto.

L’obiettivo dichiarato è quello di renderlo protagonista di una vera e propria “transizione culturale” necessaria per non lasciare solo sulla carta l’annunciata semplificazione dei processi organizzativi, primi tra tutti quelli relativi allo smart working e alla gestione dei concorsi pubblici nonché l’evoluzione in chiave digitale a favore di cittadini e imprese.

In tale scenario è lecito attendersi un’attenzione maggiore di quella che i documenti governativi sembrano avergli sin qui riservato al ruolo della dirigenza pubblica e del suo rapporto con gli organi politici, contraddistinto in questi anni da un uso dello spoil system che, al di là del dibattito sulla validità del modello di governance che lo ispira, il più delle volte si è mostrato il terreno di una politica rimasta orfana di competenze gestionali dirette (e ovviamente di connesse responsabilità) e assillata, perciò, dalla fidelizzazione della dirigenza, più che dalla sua competenza e dalla sua capacità manageriale, come unica forma di garanzia della propria azione amministrativa o di governo.

A completare questo insieme concorrono infine delle chiare indicazioni di marcia dettate in ordine ai nodi dell’iperlegislazione e dei regimi di responsabilità, che lo stesso Presidente Draghi ha richiamato nel suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti come fonti di una responsabilità sproporzionata in capo ai funzionari pubblici, all’origine dei fenomeni di “fuga dalla firma” prevalentemente derivati da “colpe e difetti a monte e di carattere ordinamentale” più che dalla programmatica ignavia del dipendente pubblico (peggio se dirigente), con l’evidente effetto distorsivo di norme e procedure rispettate e bene comune sostanzialmente disatteso.

Tutto ciò senza considerare che proprio la quantità, il livello di complicazione e la contraddittorietà della produzione legislativa del nostro Paese sono state non da oggi additate quale fattore in grado di favorire l’azione e gli interessi di poteri criminali che, specie in tempo di Recovery fund, vanno ancor più rigorosamente colpiti ed estromessi da qualunque possibilità di infiltrazione.

Se dunque la volontà è, come sembra, quella di promuovere e sostenere la capacità di resilienza del sistema Paese in questo delicatissimo tornante della storia, lasciandosi alle spalle esasperate generalizzazioni e disarmanti semplificazioni concettuali sul ruolo dell’Amministrazione pubblica e di chi ci lavora, siamo davvero di fronte alla possibilità di avviare la ricomposizione di una vera e propria “comunità professionale” da contrapporre all’idea di casta radicatasi nell’immaginario collettivo.

L’iniziativa del Governo pur se indispensabile non esaurisce, tuttavia, l’insieme degli attori che necessitano per promuovere e sostenere questo percorso, come ben dimostra il coinvolgimento pattizio sin dal suo avvio delle organizzazioni sindacali confederali. 

Oltre a quello essenziale delle parti sociali in questa cornice trova spazio, difatti, il protagonismo ideale e scientifico di soggetti diversi, tendenti a configurarsi, nell’inscindibile mix di patrimonio ideale condiviso e dimensione tecnico-scientifica, quali ambiti di vera e propria “educazione civile” all’esercizio delle proprie responsabilità professionali pubbliche, in quanto permanentemente orientati al confronto e alla valutazione delle stesse, anche attraverso il coinvolgimento, in chiave critica, degli stakeholder esterni. 

Ma è proprio questo ruolo dei corpi intermedi a rendere ancor più evidente il livello personale della sfida lanciata a quanti operano professionalmente nella Pubblica amministrazione o vi opereranno in futuro: la battaglia per il cambiamento è dentro di sé prima che attorno a sé 

Una prospettiva di impegno personale, dunque, a guardare, mettere in comune e valorizzare, anche sul piano della conoscenza e della ricerca, i frutti di esperienze professionali già in atto, piccole o grandi che siano, così come di nuovi modelli possibili, facendone il tessuto connettivo della relazione tra quanti l’attuale battaglia contro il virus non rinunciano combatterla, ogni giorno, dietro la scrivania di un ministero, di un assessorato o collegati da casa attraverso la “VPN” con la quale in tanti hanno familiarizzato in questi mesi. 

È questo l’esercizio quotidiano richiesto per non smarrire la grande opportunità di cambiamento che la crisi della pandemia sta offrendo, anche in un ambito così contraddittorio e complesso come quello della Pubblica amministrazione.

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