RIFORMA PENSIONI/ Dopo Quota 100 il rischio di un altro errore

- Gerardo Larghi

Riemerge il dibattito sulla riforma delle pensioni, al centro del confronto tra Governo e sindacati, con il rischio di commettere un errore

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Si torna a parlare di riforma pensioni, o meglio si ritorna, perché, per ragioni che non hanno nulla di misterioso, in questo Paese il tema batte qualunque altro argomento quanto a presenza nelle pubbliche discussioni. Non che si parli di aumentarle, o di adeguarle, no quella è materia che, dal punto di vista di qualche commentatore, non ha rilevanza. Tanto sono già in pensione…

RIFORMA PENSIONI E QUOTA 100: DOVE NON SBAGLIARE

Ora invece con la scusa, per la verità neppur troppo bizzarra, di dover rivedere la sciagurata Quota 100, fonte di infiniti guai per chi ha figli e nipoti (ma questo non diteglielo: né ai pensionati di cui sopra, né soprattutto ai nipotini di cui sotto), qualcuno pensa di poter usare le pensioni, riviste, anticipate, corrette, rielaborate, ricalcolate ecc. ecc., non per garantire a chi ha lavorato ben oltre i 40 anni di contributi versati magari in lavori pesantini anzichennò, una dignitosa vecchiaia, bensì per consentire alle imprese che hanno problemi di scaricare sulla collettività i soliti costi sociali. Tranne, una volta tirata la barca in secca e al sicuro dalla tempesta, ricominciare magari a maledire quei fannulloni dei dipendenti che vogliono andare in pensione quando i soldi non ci sono, e se ci fossero andrebbero destinati alle imprese, che poi questo è un sostantivo che coincide sempre con imprenditore.

Il tema delle pensioni, però, è troppo serio perché lo si derubrichi a surrogato della formazione continua, a sostitutivo di una dignitosa disoccupazione temporanea. Perché è questo che da qualche parte si sta tentando di fare: a fronte delle imprese che non hanno saputo, o potuto (siamo buoni oggi neh!?), affrontare la crisi del Covid, che hanno chiuso per epidemia e poi sono state chiuse sine die, la sola soluzione che qualcuno sta immaginando è di aumentare il fabbisogno dell’Inps, senza rivedere i costi che la collettività (e non i soli lavoratori dipendenti) dovrebbe sostenere per dare una mano a chi non ha lavoro.

A nostro avviso, però, e magari saremo i soli a pensarla così, ma qualche volta anche i matti e i solitari non hanno torto, i finanziamenti a tasso zero garantiti dallo Stato sono stati causa e ragione perché un folto gruppo di imprese scaricasse il peso dei dipendenti e della fatica di stare aperti sul groppone, già oberato del peso di tanti morti, del povero virus cino-polmonitico e, preso il malloppo, abbia deciso di starsene un annetto a casa propria a vedere cosa succederà. Pronto eventualmente a discettare via internet della bellezza e della fatica del “fare impresa”, dei rischi che questo comporta e del coraggio che ci vuole. Mica come quei poveracci dei dipendenti che sfruttano la “garra” di noi imprenditori. Tutto questo inviato all’urbe e all’orbe da qualche bella località di vacanza e alla faccia del mondo.

Cattivo con gli imprenditori? Vero, ma non ne conosciamo mica uno o due che ci hanno spiegato a maggio che “per quest’anno niente impresa niente fatiche”. Si chiude poi si vedrà: al limite si riaprirà dopo il licenziamento del personale e la riassunzione di chi si vuole e quando e come si vuole.

Oh, non son mica tutti così, ovvio, ma la sensazione che si ha leggendo qualche quotidiano nazionale (almeno di quelli che lanciano sempre i dibattiti seri sul futuro del mondo, ma casualmente ciò coincide sempre con i bisogni immediati di qualche solito noto…), è che il tema pensioni nei prossimi giorni sarà trattato più per il suo scopo di “scivolo” post licenziamenti che per la sua dimensione di sicurezza sociale, di calcolo sulle aspettative di vita, e di sostegno ai pensionati e alle pensionate.

Saremmo (saremo) tanto lieti di sbagliarci, e garantiamo aspersione cinerea sulla zucca dello scribacchino in questione, ma noi siamo anche e rimaniamo irrimediabilmente andreottiani. Non cinici, no, ma un filino, appena appena, dubbiosi sul fatto che in certe scelte prevalgano le buone intenzioni su interessi assai meno nobili.

Non che non si voglia discutere di licenziamenti e di come affrontarli: fa parte anche questo della vita sindacale. No ma il punto è che la risposta ai licenziamenti dei cinquantenni e delle cinquantenni non è, non può più esserlo, il “todos caballeros salviniano”, cioè il tutti pensionati e arrivederci al grido di “Quota 100 non si tocca”, come fosse un “Avanti Savoia” qualunque sul Carso nel 1917!

Vogliamo discutere di aziende che chiudono e di lavoratori che sono a spasso? Benissimo, si tiri fuori quella vecchia (e obliata) roba che è la Formazione Continua; si metta mano ai Percorsi di reinserimento dei lavoratori; si usi la sola cosa buona e sensata che contiene quella sciagura che è il Reddito di Cittadinanza e si costruisca una rete di Centri di Collocamento che non funzioni solo per chi vi è stato assunto. Si lavori sui fondi bilaterali, si investa in infrastrutture; si sostengano le imprese che davvero innovano, di prodotto, di filiera, anche di mezzi.

Poi si separi, secondo il vecchio ma sempre efficace suggerimento di quel grandissimo sindacalista che è ancor’oggi Sergio D’Antoni, la previdenza dall’assistenza e si facciano davvero i conti di quanto c’è in Cassa. Poi si preparino pensioni dignitose per i nostri figli e nipoti e insieme si aumentino a livelli almeno umani le pensioni di troppi nostri nonni e padri.

E la mia generazione, quella dei sessantenni che fin qui hanno goduto di impensabili benefici, che ha dato fondo a troppe casse e casseforti pubbliche al grido di “io ne ho diritto”, si chieda se davvero abbiamo diritto, noi i pluripremiati figli del boom e del Muro di Berlino, di ipotecare, anzi di svendere, il futuro delle nostre genti, dei nostri pargoli e nipotini, per poter andare in pensione qualche mese, o pochi anni prima. E se non ci appassionano le scelte etiche o morali, almeno prendiamo in mano un calcolatore e abbiamo il coraggio di accontentarci di avere quel che abbiamo versato. Senz’altro pretendere dalla collettività.

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