RISIKO UE/ Le possibili manovre di Salvini e del democristiano Juncker

- Giulio Sapelli

Le elezioni europee hanno lasciato uno quadro molto incerto sul futuro dell’Ue e, di riflesso, anche sull’assetto del Governo italiano

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Giuseppe Conte, Sebastian Kurz e Donald Tusk ad un recente Consiglio europeo (LaPresse)

Il Financial Times del 29 maggio così titolava in seconda pagina: “Lame duck complicate EU decision making” e bene esprimeva il rito di passaggio in cui la Commissione europea e il Consiglio europeo erano immersi. Il risultato del voto europeo e italiano in specie è stato di una chiarezza fortissima sul piano dei numeri: il centro tedesco, cattolico e protestante e aggregante attorno a sé gli Stati baltico-anseatici mantiene il punto nonostante l’emorragia di voti ampia e consistente, e così si distacca dalla socialdemocrazia europea e in primis tedesca, che, invece, si sta inesorabilmente disgregando. Al suo fianco si elevano i partiti e le culture neoglobaliste e neoecologiste intransigenti del liberismo economico dilagante e della filosofia dei diritti senza obbligazione morale: i verdi, i liberali guidati da un leader internazionale come Verhofstadt, che diverranno i veri punti di equilibrio e di stabilizzazione del Parlamento europeo.

Tutto ciò si riverbererà sulla composizione della Commissione europea, sin da subito impegnata in un complicato lavoro di attribuzione secondo tabelle a doppia entrata (sull’ascissa gli Stati nazionali e sull’ordinata i partiti) per attribuire i posti di comando nelle caselle dei commissari europei. Il Governo italiano è sin da subito anch’esso impegnato in questo manuale Cencelli, che gli italiani democristiani hanno esportato in tutto il mondo come il caffè e la pizza, contribuendo al suo ordinato dissolvimento.

Attenzione, però. Sarebbe assurdo sostenere, come già gli Stati nazionali europei subito fanno per accaparrarsi più nomine possibile, che l’Italia ha ottenuto per lunghi anni un posto di comando essenziale e ben più importante dei commissari ovvero Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea. Gli studiosi sanno, dopo la pubblicazione di molte ricerche, che Mario Draghi alla testa della Bce non ha mai rappresentato l’Italia, ma gli Usa, molto preoccupati del prevalere dell’ordoliberismo da deflazione secolare che si sarebbe con molta più forza inverato in Europa se non si fosse affermata la politica di espansione della liquidità e di sostanziale salvataggio degli istituti bancari imposta da Draghi ai riluttanti tedeschi e olandesi e anseatici ora al comando, così da non interrompere l’erogazione del credito alle imprese e alle famiglie in misura ben più consistente di quanto sarebbe accaduto se tali interventi non fossero stati effettuati.

L’Italia aveva poi ottenuto una carica istituzionalmente rilevante come quella data a Federica Mogherini, rilevante simbolicamente, ma di fatto ininfluente in una Europa priva della potenza militare, potenza che sola fonda l’influenza nel sistema delle relazioni internazionali, come si è ben potuto disvelare durante le crisi balcaniche e iraniane che si sono succedute in costante polemica con l’alleato Usa in merito alla Nato e alla politica di contenimento della Cina che è clamorosamente mancata, non solo in questo Governo, che ha compiuto, grazie ai 5 Stelle, passi gravissimi vero la subalternità nei confronti dell’imperialismo cinese e la rottura dell’alleanza atlantica.

La discussione in corso in Italia in merito al futuro del Governo testé scosso dai risultati elettorali è strettamente legata alla discussione in corso per l’attribuzione degli incarichi europei nella Commissione. Il Governo, dal canto suo, è in fibrillazione per la lotta interna alla cuspide del Movimento 5 Stelle che riflette la sua trasformazione da movimento in partito, trasformazione ormai inderogabile e che avviene con gli sperimentati modelli già descritti dai libri seminali di Francesco Alberoni sulla trasformazione dei movimenti collettivi in partiti. Il tutto complicato dal fatto che l’italico Movimento 5 Stelle non è di massa se non nelle elezioni, convivendo questa dimensione massificata con quella ristretta e verticale degli elettori dei candidati da proporre – attraverso piattaforme mediatiche privatistiche – alla competizione più pubblicistica di tutte, quella elettorale. Quindi una impasse terribile e foriera di gravi conseguenze democratiche.

Nello stesso tempo la Lega, l’unico partito in campo in veste governativa, continua a orientare la sua direzione politica verso un’alleanza con i nazionalisti austriaci, polacchi, ungheresi che, se possono essere temporanei alleati sul fronte immigratorio, sono i principali avversari dell’Italia sul piano del confronto sulle politiche economiche. La Lega è stato l’unico partito tra gli italici a non votare il Fiscal compact ed è questo il suo vero punto di forza ora che la negoziazione nelle cuspidi tecnocratiche avverrà non con il computo dei voti (se così fosse i cosiddetti sovranisti contano per un decimo dei seggi elettorali e quindi sono destinati all’irrilevanza), ma con la capacità di esperire un potere di soft power nei confronti di un manipolo di commissari allo sbando e in ritirata dinanzi alla mutazione dell’asse politico europeo. Tutto deve cambiare.

Certo, salgono alla ribalta protagonisti ancora più deleteri dal punto di vista delle politiche europee: nessun verde, nessun liberale, nessun conservatore europeo vorrà mai fare una politica per gli investimenti europei, nessuno di loro vorrà mai una politica di mutualizzazione dei debiti o di unione fiscale à la Macron, che tenta in questo modo di riequilibrare il crescente squilibrio tra la potenza francese e quella tedesca sul piano economico. Il futuro sarà una vera tragedia di cui Macron non tarderà ad accorgersi, perché si vedrà anche lui isolato in un’Europa che non saprà che farsene della sua retorica ora che è riuscito in un’operazione pressoché unica: dividere Parigi e l’Île de France dalla Francia facendo vincere Marine Le Pen in tutto il territorio francese che circonda Parigi e la isola politicamente.

Avanza la disgregazione sociale europea. Di questo ci si dovrebbe occupare. È quello che preoccupa anche Juncker, che non a caso – nella sua intelligenza democristiana – sostiene che non è tempo per sottoporre l’Italia a procedure di infrazione e altre pillole punitive da pilota automatico. Quali che siano i nuovi equilibri elettorali c’è un significato politico più che elettorale del recente volto europeo: è di questo significato politico profondo e non estemporaneo che bisognerà discutere in futuro.

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