RITARDO RECOVERY/ Giovannini: no, il termine è gennaio ma serve una visione a 10 anni

- int. Enrico Giovannini

Sul Recovery and Resilience Facility Conte e Gualtieri non sono in ritardo, ma devono muoversi con una visione e una proiezione più ampie

manovra
Roberto Gualtieri con Giuseppe Conte (LaPresse)

Il Recovery Plan? Il nostro non è un problema di tempo, semmai di contenuti e di visione. Lo dice (al governo Conte) Enrico Giovannini, economista, già ministro del Lavoro nel governo Letta ed ex presidente dell’Istat, portavoce di ASvis, Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. Giovannini è stato, insieme a Gentiloni, tra i principali estensori del piano Colao, che anticipò in alcune direttrici l’accordo europeo del luglio scorso sul Next Generation Eu. Una coincidenza di cui molti non si sono accorti. “Quello che conta è che la vera finalità del Recovery Plan non è soltanto la ripresa, ma anche la costruzione di un’Italia diversa, nell’ottica dell’Agenda 2030” dice Giovannini al Sussidiario. Per questo è importante che Conte e Gualtieri facciano le cose bene, lavorando su una visione del paese a 10 anni. “Fine gennaio è un tempo assolutamente corretto” spiega.

Al “caso Italia” – oggetto di una richiesta di accelerazione che sarebbe emersa, secondo quanto riferisce Repubblica, dagli uffici del commissario Gentiloni – si è aggiunto un problema diverso, lo stop al bilancio europeo imposto da Polonia, Ungheria a Slovenia, che temono le condizionalità europee.

Conte ha definito “fake news” l’allarme Ue sui ritardi dell’Italia riportato Repubblica. Lo chiediamo a lei: la notizia è senza fondamento?

Parla con uno che ad agosto suggeriva al governo di prendere tutto il tempo necessario, anche perché il nostro paese non è proprio abituato a fare programmazione a 10 anni. Perché di questo stiamo parlando. Si ricorda quando l’estate scorsa sembrava che il piano dovesse essere pubblicato a metà ottobre?

Dunque qual è il momento ottimale?

Fine gennaio è un tempo assolutamente corretto, soprattutto se, come Conte e Gualtieri hanno dichiarato, e non c’è motivo di dubitarne, il dialogo con la Commissione è continuo. Infatti, è opportuno che questo dialogo non arrivi soltanto quando il piano sarà ultimato, per scoprire, in ritardo, che ci sono cose che non vanno. Non è questo il problema.

Dove sta invece?

Nel modo in cui si sta lavorando al piano e alla sua impostazione. Altri paesi che hanno già predisposto il piano sono partiti da una visione del loro paese nel 2030.

Ad esempio?

La Spagna, che – tra l’altro – cita alla sesta riga l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile poi dice che cosa va fatto per raggiungere i diversi obiettivi.

Vuol dire che al cantiere italiano manca una visione?

Non lo sappiamo ancora, ma spero non sia così. Le linee guida del governo pubblicate a metà settembre dicono che cosa si vuol fare, ma non esplicitano una visione del Paese a dieci anni; d’altra parte sono le linee guida, non il piano.

L’Agenda 2030 non è citata. Forse è stata ritenuta troppo specialistica?

Sarebbe un errore considerarla in questi termini, perché l’Italia ha sottoscritto l’Agenda 2030 insieme a tutti gli altri paesi. Dunque, quale migliore opportunità per descrivere dove l’Italia vuol essere nel 2030 che usare esattamente quello che abbiamo scelto come obiettivo a dieci anni?

“Stiamo mettendo a punto la struttura normativa che deve consentire che il piano possa ricevere rapida attuazione” ha detto ieri Conte. Un passaggio troppo sbrigativo?

No. L’ultimo capitolo del rapporto ASviS di quest’anno, tutto dedicato a questo tema (Goal and Target), riporta anche le linee guida date dalla Commissione europea. In Italia tutto questo viene chiamato Recovery Fund, ma è un errore, perché il nome esatto è Next Generation Eu. E quello che si avvicina al Recovery si chiama in realtà Recovery and Resilience Facility.

Perché questa precisazione?

Basta leggere le linee guida della Commissione e la decisione del Consiglio Ue per capire che i fondi vanno orientati sì alla ripresa, il “Recovery”, ma anche a rendere il nostro paese più resiliente ai futuri shock. Se lei parla di Recovery le viene in mente la ripresa del Pil, o sbaglio?

È così. Non è per questo che si parla, giustamente, del fondo di rotazione tripartito che nella prossima manovra dovrebbe anticipare i fondi europei in arrivo?

Quello che lei cita fa parte delle tecnicalità, che sono indispensabili. Ma quello che conta è che la vera finalità dell’intervento non è soltanto la ripresa, ma anche la costruzione di un’Italia più capace di fronteggiare futuri shock.

Cioè più “resiliente”.

La stessa Commissione, nel Rapporto sulla programmazione strategica e la resilienza, ha chiarito che quest’ultima va intesa in senso trasformativo, cioè non si deve cercare di tornare a dove si era prima della crisi, ma verso una situazione migliore nell’ottica dell’Agenda 2030. In questo senso, la resilienza è definita come il “nuovo compasso delle politiche europee”. Vuol dire che occorre attrezzarsi per fronteggiare le crisi future, a partire dalla crisi climatica.

In altri termini, non solo sovvenzioni, non solo prestiti, ma riforme vere.

Precisamente. Le linee guida stabiliscono, infatti, che occorre indicare le riforme che accompagnano gli investimenti.

Sono queste le cosiddette condizionalità?

Non si tratta di condizionalità, ma di riforme necessarie. Per capirci: se passiamo alle tecnologie rinnovabili di produzione dell’energia, la regolamentazione del mercato dell’energia può restare la stessa? Se rivoluzioniamo i trasporti mettendone gran parte su ferro, possiamo pensare che la regolamentazione dei trasporti resti la stessa?

Quindi?

Di conseguenza ha ragione il presidente del Consiglio a dire che non c’è solo il problema di decidere quali progetti finanziare, ma anche quello di quali modifiche normative servono per consentire una spesa tempestiva, visto che in Italia spesso una cosa sono gli stanziamenti, un’altra le erogazioni.

Servono procedure semplificate per tutte le strutture strategiche?

No: non tutte. Lo abbiamo detto a suo tempo, come comitato Colao: solo quelle che realizzano il Green New Deal. Un nuovo ponte destinato solo al trasporto pesante su gomma non è Green New Deal, lo è se su quel ponte passano anche le merci su ferro. Ecco perché lo sforzo che il governo deve fare è enorme.

Altre difficoltà?

L’Italia non deve soltanto dire come userà i 200 mld del Piano di ripresa e resilienza, ma come li renderà coerenti con gli altri fondi europei, i 70 mld dei fondi strutturali ordinari. Le linee guida chiedono anche di indicare come tutto questo viene reso coerente con la spesa dei fondi nazionali. Ancora: i fondi del Recovery arrivano allo Stato, ma dovranno essere spesi su settori  – penso all’energia – di competenza delle regioni. I 70 mld dei fondi strutturali arriveranno alle regioni, ma vanno resi coerenti con i fondi statali. È un cubo di Rubik.

Visto che il cubo su cui lavorare è così complesso, c’è una pressione della Commissione sul governo Conte?

Questo non glielo so dire, non faccio parte della Commissione.

Gentiloni sì però. E ha detto “fate presto”. Qual è la vera tempistica, a parte gennaio di cui ha detto?

Quella che deve consentire entro aprile di approvare definitivamente i piani, scontando un paio di mesi per la procedura di approvazione. Io credo che la raccomandazione di Gentiloni faccia riferimento alla strategia complessiva. I depositi delle imprese e delle famiglie presso il sistema bancario sono aumentati enormemente, nonostante la crisi, perché molti attendono le decisioni sul futuro del paese. Prima chiariamo dove vogliamo andare, prima il mercato sa dove è meglio investire.

Ma qual è la prova che si va nella direzione giusta?

Nella sua lettera di missione ai commissari europei von der Leyen ha consegnato loro la responsabilità dell’attuazione dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Analogamente, il governo potrebbe decidere di usare l’Agenda 2030 come chiave di lettura e verifica del Piano. Sarebbe un bel salto di qualità per le politiche pubbliche italiane.

Perché Conte e Gualtieri hanno detto che a fine novembre ci sarà una nuova versione del Piano?

Io stesso, in audizione parlamentare, lo avevo auspicato, in modo che il parlamento e l’opinione pubblica possano capire meglio dove il Governo pensa di orientare il Piano. Anche perché non si può non coinvolgere il Paese in questa discussione prima di inviarlo a Bruxelles.

Che cosa intende dire?

Supponiamo che il governo finalizzi il piano nel segreto di Palazzo Chigi e lo tiri fuori a gennaio. Questo piano va inviato alla Commissione perché possa essere valutato e approvato entro aprile. Si può fare un passaggio del genere all’oscuro del paese?

Sarebbe meglio di no. Chissà se lo pensa anche la Commissione.

Per questo mi sembra significativo che Conte abbia stabilito una tappa intermedia a fine novembre, che potrebbe stimolare una discussione pubblica e in Parlamento. Ai primi di gennaio si potrebbe poi avere una revisione che tenga conto di quest’ultima e poi la finalizzazione a fine mese. In questo modo il governo manderebbe a Bruxelles un piano che gli italiani conoscono.

Nel frattempo alcuni Stati – Polonia, Ungheria, Slovenia – hanno bloccato il bilancio Ue proprio sul Next Generation Eu perché impedisce politiche autonome, ad esempio in materia migratoria.

Mi pare francamente una semplificazione eccessiva rispetto al problema che questi paesi stanno ponendo.

In che senso?

Che le decisioni siano autonome non c’è dubbio, anche se tutti i paesi si sono impegnati a rispettare le linee guida concordate nel Consiglio Ue del luglio scorso. Il 37% del Next Generation Eu deve andare alla transizione ecologica, il 20% alla transizione digitale, il resto essere investito nel contrasto alle diseguaglianze, questo sta scritto nell’accordo. Punto.

Allora che cosa chiedono?

Nell’accordo di luglio ci sono parti specifiche che si richiamano – per l’erogazione dei fondi – al rispetto dei principi dello stato di diritto, come previsto dal Trattato sull’Unione Europea. Mi spiego: se l’Italia decidesse che non ci sono più elezioni per i prossimi dieci anni, questo sarebbe contrario al Trattato, sarebbe un vulnus per la democrazia e la Commissione porterebbe l’Italia davanti alla Corte di giustizia. E mi sembrerebbe giusto che venissero sospesi anche i finanziamenti previsti dal bilancio europeo.

Nel caso in questione?

Alcuni di questi paesi sono stati citati in giudizio dalla Commissione per alcune leggi approvate in violazione del trattato su libertà di stampa, di espressione, sul ruolo della magistratura, ecc. Poiché l’accordo di luglio condiziona il fatto che i paesi possano beneficiare di quei fondi al rispetto delle regole europee, Polonia e Ungheria hanno paura che il Next Generation Eu sia un grimaldello per obbligarli a cambiare le leggi che non rispettano il Tue.

E non è così?

Non tocca a me dirlo, Non sono un giudice. Lo dirà la Corte di giustizia.

(Federico Ferraù)

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