LUMEN FIDEI/ Mazzarella: ecco perché anche i politici dovrebbero leggerla

Il senso “duale” di questo lavoro a quattro mani sta evidentemente in altro dalla misura del rispettivo concorso di Benedetto XVI e Francesco al testo. EUGENIO MAZZARELLA

08.07.2013 - Eugenio Mazzarella
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Innanzi tutto un punto: il senso di un’opera a “quattro mani”, che non sta certo nel computo “filologico” di quanto abbia contribuito Francesco al testo dell’enciclica già quasi pronto di Benedetto XVI. Otto pagine su ottanta, secondo alcuni, sei o sette paragrafi in tutto, qualche interpolazione, che avrebbero aggiunto “comunicativa” pastorale, e accentuazione sociale, ad un testo dottrinalmente ascrivibile al Papa teologo, Ratzinger; testo idealmente a corona, la Lumen fidei, del trittico sulle tre virtù teologali che Benedetto XVI aveva in animo di chiudere nell’anno dedicato alla “fede” dopo le lettere encicliche sulla carità e la speranza.

Il senso “duale” (“noi due”) di questo lavoro a quattro mani sta evidentemente in altro dalla misura del rispettivo concorso di Benedetto XVI e Francesco al testo. Sta nel segno dell’assunzione toto corde, come è evidente nel paragrafo settimo, da parte di Papa Francesco dell’enciclica già quasi pronta di Benedetto XVI al momento della sua rinuncia al pontificato, a sottolineare, in un passaggio delicatissimo e per certo aspetti epocale della vita della Chiesa, la continuità apostolica come custodia di un depositum fidei fondamentalmente intangibile nel suo nucleo di verità quali che siano le vicende e gli avvicendamenti sul soglio di Pietro, e nei suoi talora troppo terreni dintorni.

Anzi, facendosi leggere in così stretta continuità con un Papa che, con le sue dimissioni, ha operato una “cesura” certamente storica nella vita e nella prassi della Chiesa, Francesco, emerso proprio da quella “rottura”, sembra voglia sottolineare che egli continua le ragioni di quel gesto: “rimettere al centro della nostra vita ecclesiale e personale il primato di Dio in Cristo“; in un momento di dubbio per il mondo, e nella stessa vita della Chiesa, ritornare ai fondamenti dello spirito evangelico, alle ragioni dell’indizione dell’Anno della fede nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, “un concilio sulla fede”, lume dell’uomo, lume delle genti.

Ragioni da proporre al mondo nella purezza di una fedeltà – vita e opere – alla parola di Cristo da parte dei suoi testimoni, la comunità dei credenti, che solo rende quella parola viva e vivificante per chi li ascolti. Un modo duale di dire, e ammonire, reso pregnante dal gesto di Benedetto XVI e dai gesti di governo della Chiesa di Francesco, che ne sono nati, che nel “canale del magistero della Chiesa” – che non è solo dottrina ma “vita e opere”, parola che si fa carne nella storia, nei giorni di ogni giorno, senza cedere alla carne del mondo – le acque che devono scorrere sono quelle che sgorgano dalla “vera fede, quella che ha per sorgente Cristo” (Paolo VI, udienza generale dell’otto marzo 1967, citato al paragrafo 6), che è “partecipazione al suo modo di vedere … amore e verità che non si possono separare“; luce interiore, che ci mette in comunione con Dio e in comunione tra noi, “eguali” sul piano morale, sociale, politico di una fraternità che “privata del riferimento a un Padre comune quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere“, come ha ampiamente dimostrato, con le delusioni che ne sono venute, l’illuminismo moderno, che ha creduto di potere affidare le ragioni di quella fraternità alla sola “ragione”.

In  Cristo, Dio che si è fatto uomo tra uomini, la verticalità della trascendenza dell’esperienza religiosa non si chiude nel rapporto tra il soggetto autonomo e Dio, ma è creaturale comunione di occhi che alla stessa fiamma, l’amore fedele di Dio per la sua creatura, devono la luce che li apre gli uni agli altri mentre li apre alla verità di sé stessi nella partecipazione all’amore divino. È, questo, un secondo punto centrale dell’enciclica. Il rimando alla vera fede, a Cristo, come luce non solo nel cuore, ma luce per la ragione: esperienza che libera l’uomo per la comunione con Dio, con gli uomini, con il creato, e sola può tirarlo fuori dall’autoreferenzialità di chi si affida e crede solo all’opera delle sue mani, il nocciolo duro dell’idolatria, del potere della solitudine quando ci lasciamo “rubare la speranza”, la fiducia su cui si regge e su cui cresce la vita, che innanzi tutto è affidata ( e “crede”) – come il bambino – non a se stessa ma alle mani e al seno che l’accoglie.

Dio, il dio di Cristo, è questa fiducia e questa fedeltà: “L’uomo fedele riceve la sua forza dall’affidarsi nelle mani del Dio fedele“. Un punto fermo anche per l’uomo contemporaneo, esposto all’idolatria della tecnica, alla seduzione delle cose che escono dalle sue mani, che rischia di non saper più “vedere” con il cuore e con la ragione Chi ci dona le mani, l’orizzonte di senso anche per quando esse riposano stanche o cadono inerti, senza successo. Anche tra le mani dell’uomo della tecnica, se vorrà sfuggire al relativismo antropologico che esita dalla sua capacità di definire o aprire nuovi piani di realtà, non potrà non esserci la “lampada che guida nella notte i nostri passi”, la luce della fede, il sentimento dell’umiltà di una ragione che sa che dalla verità è abbracciata, più che possederla, e che quel tanto di verità che è nelle sue mani lo riceve.

E lo riceve dai piani di realtà da sempre approntati per l’uomo da Dio nella natura e nella società, piani di realtà per la cui comprensione fede e ragione sono chiamati a cooperare e non a divorziare. In questo senso la fede è “un bene comune, un bene per tutti“, una luce per la città degli uomini, il cui primo ambito che illumina è la “famiglia”. L’enciclica indica in essa “innanzi tutto l’unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio“: “essa nasce dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne e sono capaci di generare una nuova vita“. 

Chiarissima presa di posizione sul fondamento “comunitario” di differenza tra eguali, uomo e donna, nella genesi stessa della vita, che si fanno “una sola carne” nella comunione, che è anche accomunarsi biologico, della loro differenza sessuale: un piano di realtà inaggirabile da ogni ragione che voglia ragionare con verità sulle basi morali, non meramente sentimentali, cioè  sui costumi fondativi della società, che solo la rendono possibile. E questo è un punto di bruciante attualità, dove il magistero di Francesco, che firma l’enciclica, in niente si distingue, né poteva essere diversamente, dall’insegnamento a lungo proposto da Benedetto XVI.

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