IL CASO/ Il futuro della sanità tra vino e Coca Cola

- Pietro Davoli

Il sistema sanitario dipende da molti fattori. Riuscirà l’Italia fra 10-20 anni ad averne uno non inferiore a quello attuale? PIETRO DAVOLI ci spiega come provare a ottenere questo risultato

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foto Infophoto

Riuscirà l’Italia ad avere fra 10-20 anni un sistema sanitario non inferiore a quello attuale? La domanda può sorprendere, perché si tende a pensare in termini di progresso, quasi che il miglioramento sia strettamente correlato al procedere del tempo e perché non ci rendiamo conto a quali presupposti sono correlate le attuali prestazioni. Il sistema sanitario dipende da molti fattori: economici, legislativi, organizzativi. Dipende dalla domanda e dall’offerta, dall’invecchiamento della popolazione, dalla comparsa di nuove tecnologie, sempre più miniaturizzate e personalizzate, ma dipende soprattutto dal rapporto tra paziente e medico.

Negli anni ‘90 ho vissuto per dieci anni a New York e ho potuto constatare la qualità del servizio sanitario americano, eccellente per chi non ha problemi economici, carente per chi non ha mezzi per sostenere le cure. Pur appartenendo alla categoria dei fortunati che potevano permettersi le migliori cure, sono rimasto molto colpito da un sistema che arrivava a spendere quasi un terzo della spesa complessiva in assicurazioni. Si tratta di cifre enormi, ma quello che è più grave e che, nel tempo, si è incrinato il rapporto paziente-medico. Quest’ultimo sa che parenti, amici, conoscenti non mancheranno di spingere il paziente a citarlo per danni. I medici e gli ospedali cercano di cautelarsi sottoscrivendo polizze, che diventano sempre più costose, ma soprattutto evitando di assumere rischi non assolutamente necessari. Le terapie praticate non risultano essere quelle più adeguate dal punto di vista clinico, ma quelle che minimizzano i rischi di essere citati in giudizio.

Facendo il confronto tra gli Usa e l’Italia constatavo che negli Usa c’era una elevata qualità media, mentre in Italia c’erano picchi di assoluta eccellenza, accompagnati da casi di profondo degrado. Parlando con gli amici paragonavo la sanità al vino: di qualità standard negli Usa (inutile assaggiare un vino californiano com’è inutile assaggiare la Coca Cola), mentre in Italia esistevano vini eccellenti accanto a quelli di qualità davvero bassa. Nel vino sono stati fatti grandi progressi in tutto il mondo e anche in Italia la qualità è molto cresciuta. Nella sanità ci stiamo avviando a imitare le prassi americane e questo potrebbe avere effetti particolarmente deleteri.

Le cause del male

I danni profondi hanno cause lontane, si propagano nel tempo e arrivano a intaccare le strutture al loro interno. Occorre non fermarsi alla superficie, ma scavare all’interno per coglierne tutta la pericolosità. La malattia la si combatte attraverso uno sforzo congiunto tra medico e paziente. Solo una profonda sinergia tra i due può avere successo. Non basta il medico migliore e la terapia più idonea: se il paziente non collabora, non asseconda, non ha fiducia nella cura, anche i risultati ne risentiranno.

Il rapporto medico-paziente è fondamentale e se viene meno la fiducia, se il medico si tutela come nei confronti di un potenziale avversario, tutta la terapia ne viene influenzata. I veri disastri hanno bisogno di essere codificati, difesi come giusti, perché solo così possono diffondersi. Ecco dunque passare dalla cultura della professionalità e della deontologia a quella delle regole: chi le viola deve pagare. Nessuno si domanda se le regole possono garantire il risultato: devono essere rispettate perché sono ovvie, sono giuste, sono necessarie (così sostengono questi nuovi giustizialisti, cioè persone che credono che si possa garantire la giustizia e il bene attraverso le loro regole).

Quando il terreno è ben preparato ecco gli avvocati incoraggiare i pazienti a non accettare il danno (vero o presunto) che qualcuno può avere arrecato a loro o a un loro congiunto. Ecco nascere la pubblicità di “Parte Lesa” che invita a rivolgersi con fiducia agli avvocati, senza onere alcuno. La promessa è quella, senza nulla rischiare, di ripartirsi il recupero del danno citando per malasanità medici e ospedali. Si tratta di una prassi gravida di conseguenze negative e non certo a costo zero come sostengono coloro che la promuovono.

 

Le conseguenze del male

1) Avvocati, politici, affaristi, diffondono nuove regole: chi sbaglia deve pagare. Si introduce la cultura del sospetto sistematico.

2) Le cause per malasanità si moltiplicano, quasi come i colpi di frusta nei tamponamenti. Il costo delle polizze aumenta e la collettività è chiamata a sostenere questi nuovi oneri.

3) I medici non adottano più le terapie migliori dal punto di vista sanitario, ma quelle ritenute in grado di meglio cautelarsi da eventuali cause. Diventa sempre più difficile trovare chirurghi disposti a interventi rischiosi. Conosco vari chirurghi stimatissimi che, alla soglia dei sessant’anni, si lamentano per quanto spendono in assicurazione (spesso ne sottoscrivono 3-4 per meglio cautelarsi) e del tempo che devono perdere per le varie cause intentate nei loro confronti. Mi dicono che loro continueranno ad adottare le terapie che ritengono giuste perché sono vissuti sempre seguendo questa logica e non intendono cambiare a pochi anni dalla pensione, ma sanno che i loro assistenti seguiranno altri percorsi e che diventerà sempre più difficile trovare qualcuno che si assuma dei rischi.

4) La consapevolezza di avere un comune destino, il bisogno di alleviare le sofferenze dei nostri simili, hanno saputo generare, attraverso i secoli, Ospedali, Ospizi, Opere di Carità eccellenti. Oggi la cultura del sospetto frena la com-passione e la spinta verso una vera condivisione

5) In futuro trovare terapie adeguate sarà sempre più difficile. Si dovrà ricorrere a immigrati, magari indiani o pakistani, per avere terapie che i nostri medici si rifiutano di praticare

L’alternativa

Se non recuperiamo la natura profonda e vera della nostra umanità, la profonda dipendenza che ci lega agli altri uomini, se accettiamo che i nostri rapporti siano regolati da manuali comportamentali e da protocolli che hanno la pretesa di definire a priori i comportamenti corretti, se tollereremo l’ingordigia di quanti privilegiano il loro guadagno particolare a spese del bene comune, allora la sanità verrà irrimediabilmente indebolita. Non solo i nostri figli e i nostri nipoti non potranno godere di un servizio sanitario come quello di cui abbiamo potuto fruire noi, ma sarà intaccata la base stessa della vera terapia: una lotta ingaggiata contro la malattia e combattuta, con comunanza di intenti e diversità di ruoli, tra medico e paziente.

Non è un problema tecnico legislativo, ma di educazione che ci riguarda tutti.

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