SCENARI/ Il patto Isis-Iran ha come obiettivo Israele, Iraq e Libia

- int. Fausto Biloslavo

Torna ad alzare la voce lo Stato islamico, minacciando Israele e i soldati americani in Iraq. Ecco i nuovi obiettivi del leader al Qurashi. Libia compresa

reclutatrice isis Tooba Gondal
Isis (Foto dal web)

Site, l’agenzia che sorveglia le attività terroristiche sul web, ha intercettato un messaggio del nuovo portavoce dell’Isis, Abu Hamza al-Qurashi, che ha preso il posto di Al Baghdadi dopo la sua uccisione. Nel messaggio viene annunciata una nuova fase che avrebbe come primi obbiettivi Israele e l’Iraq, in particolare l’impegno a cacciare le truppe americane. Un obbiettivo, come spiega Fausto Biloslavo, corrispondente di guerra de Il Giornale e autore di reportage da varie zone calde del mondo, che “paradossalmente coincide con quanto l’Iran, che fino a ieri ha combattuto lo Stato islamico, intende perseguire: cacciare, appunto, i soldati americani dall’Iraq”. Sempre secondo Biloslavo, l’attuale Stato islamico non ha la forza militare né economica per attaccare Israele o altrove, ma non c’è dubbio che la situazione di crisi a Baghdad, che si trascina ormai da mesi, ha di fatto distolto l’attenzione dall’Isis, che sta invece cercando di riorganizzarsi.

Al Qurashi, per la seconda volta da quando ha preso la guida di ciò che resta dell’Isis, si è rivolto ai miliziani, questa volta ordinando di attaccare Israele e americani. È credibile questo messaggio?

Al Qurashi è senz’altro un vero terrorista, ancor prima che venisse dichiarato lo Stato islamico. Aveva conosciuto Al Baghdadi in carcere ed era già attivo in campo jihadista. Ha guidato la difesa di una importante roccaforte vicina a Mosul, che si è difesa con grande ostinazione dai russi e dai siriani. Ha una particolarità: è iracheno di origine turkmena. Le sue minacce sono senza dubbio credibili, è un nemico feroce e abile, ma è altrettanto vero che l’Isis di oggi non ha più la capacità di fare grossi attentati come quando era all’apice del suo potere territoriale con le stragi compiute in Europa e altrove. È comunque una minaccia da non sottovalutare.

Difficile, soprattutto per l’Isis, colpire Israele?

Certamente. Le sue sono parole che vogliono rilanciare l’Isis e i miliziani ancora attivi, puntando il dito contro Israele, ma il vero obiettivo alla loro portata oggi è l’Iraq, da dove in fondo tutto era cominciato nel 2014.

L’Iraq è ormai da mesi paralizzato dalle manifestazioni contro le autorità, si trova sull’orlo di una guerra civile ed è sotto attacco iraniano dopo l’uccisione di Qasim Soleimani.

La situazione irachena si è irrimediabilmente incancrenita e in questa instabilità che sta diventando endemica si è persa di vista la minaccia vera: l’Isis, il suo risorgere e la sua capacità di cambiare pelle come struttura clandestina.

In che senso sta cambiando strategia? Ha ancora uno spazio geopolitico da occupare?

In Siria certamente no, dove i russi e l’esercito siriano governativo hanno il controllo di quasi tutto il territorio. Ma nel messaggio di al Qurashi si parla di uno Stato islamico che va dalla costa occidentale a quella orientale del Mediterraneo nordafricano. È chiaro il riferimento alla Libia, dove l’Isis si è infiltrata in varie occasioni. Vista l’instabilità dello scenario libico, l’Isis mira a costituire uno Stato islamico sulle coste mediterranee, un rischio che non va assolutamente sottovalutato. La situazione al momento è paradossale: fino a ieri l’Iran combatteva con gli americani per distruggere lo Stato islamico; oggi Iran e Isis hanno lo stesso obbiettivo: cacciare gli americani dall’Iraq. Dal Libano all’Iraq e fino all’Iran divampano le rivolte giovanili, ed è molto difficile dire quanto siano spontanee. I giovani si ribellano contro la corruzione, ma è anche una rivolta politica che interessa uno scenario più ampio. Ed è in questo quadro non idilliaco che l’Isis può sguazzare.

In passato l’Isis aveva avuto l’appoggio di Turchia, Arabia Saudita e paesi del Golfo. Oggi?

Non è più come allora, quando dopo la proclamazione della capitale del califfato nel 2014 si faceva contrabbando di petrolio con la Turchia. Adesso non lo fanno più, non hanno neanche aiuti economici e militari da paesi come il Qatar, ma sicuramente le varie intelligence dei paesi arabi non hanno rotto i rapporti con loro.

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