SCENARIO/ Debito, Pnrr, riforme: la crisi “impossibile” rafforza Draghi

- int. Guido Gentili

Un Draghi determinato su tanti temi, anche perché si avvicina un collo di bottiglia difficile da attraversare tra riforme da attuare, economia da rafforzare e rapporti con la Ue

green pass
L'Aula di Palazzo Madama (LaPresse)

Green pass, obbligo vaccinale, terza dose, confronto Salvini-Lamorgese, destino del governo, corsa al Quirinale, G-20 e ruolo dell’Europa sull’Afghanistan: nell’ultima conferenza stampa Mario Draghi è apparso molto deciso, prendendo posizione nette su tanti temi, anche sensibili, delicati e divisivi. Secondo Guido Gentili, ex direttore del Sole 24 Ore e oggi editorialista della Prealpina, la determinazione del premier “nasce innanzitutto come metodo ed è strettamente connaturato alle sue caratteristiche. Draghi ha già dimostrato determinazione quando ha ricoperto l’incarico di governatore della Banca d’Italia, in precedenza come direttore generale del Tesoro e soprattutto nei sette anni alla guida della Bce”.

Come va interpretata questa determinazione a tutto campo?

Draghi è un timoniere che nel momento in cui servono decisioni forti e chiare sa assumerle, e bene. Basti ricordare l’ormai famoso “whatever it takes” con cui ha salvato l’euro nel 2012. Ma c’è anche un aspetto politico in questa determinazione.

Quale?

Questo è un governo che al momento non ha alternative. Al di là quindi dell’ovvia discussione, con posizioni diverse espresse dai partiti che compongono la maggioranza, sul merito delle questioni in campo, il governo Draghi è nato su spinta del Capo dello Stato come esecutivo di unità nazionale senza etichette politiche e con il preciso compito di combattere la pandemia e far ripartire l’Italia. Essendo due matasse ancora molto aggrovigliate e con cui dobbiamo ancora fare i conti, è difficile immaginare un ribaltamento politico. Come lo sanno i partiti, lo sa bene anche il presidente del Consiglio. Draghi segue una rotta chiara ed è coerente con la sua impostazione iniziale: sul fronte sanitario, ha sempre detto che l’obiettivo è “vaccinare, vaccinare, vaccinare” per far ripartire l’economia. Ed è quello che sta facendo.

“Il governo va avanti” ha detto, cioè non accetta veti o smarcamenti. Un messaggio rivolto più a Salvini, che chiede le dimissioni della Lamorgese, o a Letta, che considera la Lega fuori dall’Esecutivo?

Io credo che sia un messaggio rivolto a entrambi. Se la difesa netta della Lamorgese è un messaggio diretto a Salvini, non è però la prima volta che Draghi risponde infastidito alle uscite di Letta, che sembra impegnato, come in una sorta di ping-pong, a criticare la Lega. Un premier come Draghi mal sopporta questo ping-pong, che non mette certo in crisi la maggioranza di governo, ma è come se fosse una sollecitazione continua a fare delle verifiche politiche. A questo gioco il premier non ci sta.

La debolezza di visione e di strategia dei partiti è oggi la forza di Draghi e del suo governo?

Senza dubbio questo contribuisce a rafforzare la figura del premier e il suo governo. Draghi poi non è uno sprovveduto. Ha aperto alla possibilità di aprire una cabina di regia come salvagente lanciato ai partiti in difficoltà per coinvolgerli se non altro in una consultazione permanente sulle scelte principali. E da questo confronto usciranno proposte concrete, nel senso che saranno frutto della sua mediazione fra i partiti.

Draghi ha aperto a un allargamento del green pass, all’obbligo di vaccinazione e alla terza dose. Tutte scelte in chiave anti-lockdown?

È la sua strategia, delineata fin dall’inizio: evitare i lockdown con la prevenzione e con soluzioni ragionate, graduali, non mettere più a rischio la ripartenza dell’economia. Una strategia che ha dato i suoi risultati.

I dati del Pil, infatti, sono incoraggianti, ma secondo Draghi la vera sfida sarà “mantenere il passo della crescita più elevato di quanto fosse prima della pandemia”. Come fare?

Che sia in atto un rimbalzone è sotto gli occhi di tutti, ma questo non deve far sembrare il booster come la vittoria di un paese che si è rimesso in carreggiata sulla via della ripresa. Sappiamo bene da dove partivamo, anche prima della pandemia: a fine 2019 la nostra crescita del Pil era sostanzialmente vicina allo zero. Era da un quarto di secolo che l’Italia faceva registrare tassi di crescita anemici, da fanalino di coda nella Ue. Difficile immaginare che il Pil 2022 abbia un balzo del 6% e riportare il paese su un sentiero stabile di crescita – al 2% o magari al 2,5% – è complesso. È realistica la prospettiva che delinea Draghi.

In effetti l’agenda economica d’autunno è molto nutrita: fisco, ammortizzatori sociali, concorrenza, misure anti-delocalizzazione, Quota 100, giustizia. Troppe riforme da attuare in troppo poco tempo, con troppe fibrillazioni nella maggioranza? L’equazione rischia di saltare?

Siamo di fronte a un quadro che presenta difficoltà oggettive non da poco, una sorta di collo di bottiglia da superare. È sicuro che la Ue, accanto all’erogazione dei fondi, ha attivato i relativi controlli sull’iter di attuazione delle diverse riforme. Non possiamo perdere terreno né tempo, soprattutto sul riordino di fisco e concorrenza, che da fine luglio sono slittati a fine settembre. Il che li porta a incrociarsi con la predisposizione prima del Def prima e poi della legge di Bilancio 2022, che andrà presentata entro metà ottobre. Ricordiamo, infine, come addentellato politico che contribuirà a tenere alta la conflittualità tra i partiti e le loro richieste su vari fronti della spesa pubblica, che il 3 e il 4 ottobre si svolgeranno le elezioni amministrative in molte grandi città italiane.

E sulle risorse?

Finora abbiamo agito su deficit e debito, ma presto si chiuderanno i rubinetti dei sussidi e dobbiamo tornare su un sentiero che assicuri la sostenibilità e il controllo dei conti pubblici. Va ripresa in mano la spending review. Tutti passaggi politicamente delicati.

Terreno minato?

Inimmaginabile una crisi di governo nel momento in cui è in pieno svolgimento la partita, appena aperta, del Recovery fund. Arriveremo a snodi in cui Draghi dovrà mettere in campo ancora maggiore fermezza rispetto a quella dimostrata nell’ultima conferenza stampa.

Sul reddito di cittadinanza, dove è in atto un durissimo braccio di ferro tra chi vorrebbe abolirlo – Renzi ha addirittura presentato un referendum in tal senso – e il M5s, gruppo parlamentare più numeroso, che lo difende a spada tratta. Chi dovrà cedere? O il Rdc rischia di essere la classica buccia di banana su cui il governo può farsi male?

Ritengo che il confronto sul Rdc rappresenti il classico esempio di come verrà esercitata la famosa capacità di mediazione di Draghi, che intende mantenerlo, però migliorandolo.

A proposito di conti pubblici, da Francoforte – sponda Bundesbank, con seguito dei paesi del Nord Europa – giungono messaggi poco rassicuranti su tassi e politica monetaria. Lei che scenario vede tra Draghi, la Bce e la Ue?

Draghi dava per acquisito che l’inflazione non avrebbe cambiato le carte in tavola. Sono invece alcuni mesi che la crescita dell’inflazione preoccupa, non solo il Nord Europa, ma anche gli Stati Uniti, dove è iniziato un dibattito serrato sulla necessità di frenare le politiche monetarie accomodanti. È una tensione che si lega a una scadenza politica decisiva: il 26 settembre si vota in Germania, paese iper-sensibile ai temi dell’inflazione, del deficit, del debito, delle politiche della Bce e della riforma del Patto di stabilità, ora congelato fino a fine 2022. Può diventare un terreno molto scivoloso, soprattutto se la fiammata inflazionistica dovesse rivelarsi non temporanea, ma strutturale, che potrebbe complicare i conti di tutti i governi, Italia in testa, visti i nostri livelli di deficit e di debito pubblico. Il rimbalzone del Pil ci dà un po’ di respiro, ma resta il fatto che ogni anno dobbiamo mettere in campo 400-450 miliardi di titoli pubblici per finanziare il debito.

Come commenta le parole di Draghi in conferenza stampa riservate alla corsa al Colle?

Ho l’impressione che l’uscita di Draghi sia servita a spegnere il chiacchiericcio sul tema Quirinale e a far capire che il premier non vuol entrare in questa contesa, preferendo restare a gestire il Recovery fund. Una sorta di altolà a far iniziare la partita a settembre, con tutto quel che c’è in agenda, dalle riforme alla legge di Bilancio e ai rapporti con l’Europa. Meglio che la corsa al Colle entri nel vivo a fine anno, con l’avvicinarsi della scadenza naturale.

(Marco Biscella) 

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