SCENARIO/ Sapelli: il partito tedesco dell’austerity minaccia Draghi e l’Italia

- Giulio Sapelli

Wolfgang Schäuble, presidente del Bundestag, critica la mutualizzazione del debito, parla a sproposito di Hamilton e manda un chiaro messaggio all’Italia di Draghi

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Wolfgang Schaeuble e Jens Weidmann (Lapresse)

È raro leggere uno scritto gonfio di falsità storiografiche e di minacce allusive come quello che possiamo leggere oggi (ieri, 14 maggio 2021) su Il Sole 24 Ore a pagina 13. Si tratta di un articolo a firma di Wolfgang Schäuble, presidente del Bundestag. In esso, uno degli uomini politici che più di ogni altro ha impersonificato con lucidità l’ordo-liberismo tedesco, ossia la cosiddetta politica di austerità e di mercantilismo che domina gli Stati europei, dice a chiare lettere che coloro che si sono fatti l’illusione che la mutualizzazione del debito possa far presagire una modificazione dei Trattati e dei Regolamenti che condizionano le politiche di bilancio degli Stati sottoscrittori dei Trattati che vincolano le singole nazioni aderenti all’Ue, ebbene, quella illusione debbono lasciarla da parte. La minaccia futura, scongiurato che sarà il coronavirus, sarà quella della “pandemia del debito, con conseguenze economiche disastrose per l’Europa”.

E così continua: “Lasciati a se stessi (sottolineo “lasciati a se stessi”) è sin troppo facile che membri di una confederazione di Stati come la zona euro siano tentati di contrarre debiti a spese della comunità. Senza pressioni esterne, è pressoché impossibile realizzare bilanci equilibrati nei Paesi ad alto debito. Ho parlato spesso di tale pericolo con Mario Draghi. Abbiamo sempre convenuto che, data la struttura dell’Unione Economica e Monetaria, il mantenimento della competitività e di una politica fiscale sostenibile siano responsabilità degli Stati membri. Spero vivamente che Draghi possa mettere in pratica questo principio in Italia”.

E continua sottolineando che se così non si farà, il modello da seguire sarà quello indicato dal Consiglio degli Esperti economici della Germania, che già dieci anni orsono propose “un patto di riscatto del debito per la zona euro sul modello dello storico fondo di ammortamento di Alexander Hamilton, istituito nel 1792 per gli allora nascenti Stati Uniti”. Secondo Schäuble, esperto di storia nordamericana, come è noto, quel patto consentì agli Usa “di ridurre gli enormi debiti pubblici delle ex colonie dopo la Guerra d’Indipendenza”. Ed ecco la chicca: “I ‘peccatori’ ostinati del deficit furono messi in una insolvenza strutturata per prevenire l’azzardo morale a scapito degli Stati più frugali. Quel vincolo esterno alla politica fiscale – e non la mutualizzazione del debito che è stata occasionalmente raccomandata per l’Ue – è stato il punto cruciale del tanto citato ‘momento hamiltoniano‘”.

E qui si tocca il punto più inquietante di questo “presentismo” (quello che Adriano Prosperi ha identificato “nel rifiuto della storia”) fondato sulla falsificazione: la falsificazione storica che è divenuta senso comune. Sulla specificità della questione hamiltoniana aveva, invece, con verità di analisi e lucidità di studioso, posto l’accento profeticamente anni or sono Marco Leonardi in un prezioso intervento su La voce.info. In esso Leonardi richiamava il fatto che ciò che caratterizzava il “momento hamiltoniano” era il fatto che Hamilton aveva vittoriosamente vinto la sua battaglia di costruire le fondamenta degli Usa inverando un processo che fu esattamente l’opposto di quello attuatosi nel Vecchio continente dopo il crollo dell’Urss e l’unificazione tedesca, seguendo quello che io chiamo, sulla scorta delle idee di Jean Monnet e di David Mitrany, il “funzionalismo” che consente di sottrarre spazi di sovranità via via crescenti agli Stati sottoscrittori dei Trattati, in assenza di una Costituzione europea (c’è qui una falsità lampante nello scritto di Schäuble allorché definisce l’Ue una confederazione di Stati, mentre altro non è che un gruppo di nazioni governate da trattati internazionali e da un regime che non è di diritto, ma tanto giurisprudenziale quanto retto dai poteri di fatto delle burocrazie e quindi senza legittimazione).

Leonardi mi pare che giustamente ricordasse che negli Usa prima si costruì un debito comune e solo dopo si giunse alla creazione della moneta unica, da cui seguì la preveggente idea di Hamilton di costituire una banca centrale a cui tuttavia, sempre a differenza dell’Ue, fu proibito di acquistare titoli di debito degli Stati componenti la federazione (gli Usa hanno una Costituzione, a differenza degli Stati europei vincolati dai Trattati che costituiscono una Europa di fatto ma non di diritto). La Fed, insomma, opera sui livelli di spesa e di debito dello Stato federale, ma non su quello dei singoli Stati.

Sfugge allo Schäuble, che imita di fatto il rivale di Hamilton, lo Jefferson proprietario della Virginia, Stato del Sud e rappresentato delle oligarchie più reazionarie dei nascenti Stati Uniti d’America, così come sfugge a tutti gli innamorati del potere di fatto e non del diritto costituzionale, la questione centrale della storia nordamericana: ossia che ciò che rafforzò rapidamente gli Usa fu proprio il fatto di disporre di un debito comune sin da subito, debito a cui seguì la moneta unica: tutto il contrario di ciò che è accaduto in Europa con esiti disastrosi, com’è noto ormai a coloro che ragionano e non sono invasati dalle ideologie. Mentre Thomas Jefferson era antifederalista, sostenitore di un’economia agricola e di un Governo centrale debole, Hamilton era, all’opposto, industrialista, federalista e campione di uno Stato centrale interventista ai fini della costruzione di una forte economia industriale. 

Tra i “padri fondatori” Hamilton era quello che comprese lucidamente che occorreva compiere nello stesso tempo due “rivoluzioni”: una politica, fondando un Governo repubblicano, e una economica, dando vita a un capitalismo industriale globalizzandone i mezzi di produzione, il commercio e la finanza, sostenendo le tesi di quel “dirigismo” che propugnò in diretta polemica con le teorie del tempo fondate sul cosiddetto laissez faire. Tutto il contrario delle radici mercantilistiche del capitalismo tedesco che non a caso ha avuto in Friedrich List il suo alfiere teorico (forse l’unico economista tedesco teoricamente sostenibile, oltre all’altro grande economista tedesco, ebreo ed espulso dalla sua patria, Karl Marx). Ricordo per amore della verità che anche Friedrich List ebbe una vita travagliata e che fu costretto in gioventù a emigrare negli Stati Uniti per le sue idee liberali e, ritornato che fu in Prussia, travolto da un fallimento finanziario, si suicidò nel 1846.

Siamo in un orizzonte ben diverso da quello che minacciosamente Schäuble ricorda al nostro primo ministro Mario Draghi, amatissimo da tutto l’establishment teutonico. Mentre nella Costituzione tedesca si scrive, in sfregio alla distinzione crociana di liberalismo e liberismo, che solo il liberismo può essere la dottrina economica tedesca (e così si è imposto nell’Ue seguendo il dettato del capitalismo tedesco e dei suoi rappresentanti politici), Hamilton, lo ricordo a chi non conosce – come Schäuble – la storia degli Usa, scriveva nel Federalist No. 11, che l’unico modo per difendere la nazione federale dall’imperialismo europeo era la creazione di uno Stato forte nelle sue funzioni economiche.

Così si fece e si continua a fare, come ci insegna la storia nordamericana che è diventata, grazie alle idee di Hamilton, la parte propulsiva della storia mondiale. Seguire le idee di Schäuble – come si è del resto fatto sino a oggi, salvo che per quel che riguarda la direzione della Bce, non a caso sotto la presidenza di Mario Draghi – vuol dire condurre la storia europea verso un disastro che può essere il disastro del mondo. Solo la verità può salvarci. 

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