SCENARIO/ Sapelli: von der Leyen e la Francia svelano cosa accadrà all’Italia

- Giulio Sapelli

Il discorso di Ursula von der Leyen, l’atteggiamento della Francia verso il Recovery fund svelano cosa sta accadendo davvero in Europa

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Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue (LaPresse)

Cosa succede in Europa? Ursula von der Leyen può spiegarcelo. Ha pronunciato il suo ultimo discorso il 17 settembre 2020 nella sede del Parlamento europeo: un organismo che non decide, ma rivela ciò che si sta elaborando nell’oscurità burocratica. Ha annunciato a chiare lettere che il pilota automatico dall’alto sta per essere attivato proprio con le strutture decisionali del Recovery fund, deludendo tutti i sostenitori della fine delle regole dell’austerità e altre menzogne simili. È stato veramente paradossale, in questa luce, udir sottolineare che vi è uno stretto legame tra stato di diritto e finanziamenti Ue, mentre l’Europa, invece, non è governata da uno stato di diritto, ma da un potere di fatto (le direttive della Commissione recepite o respinte – ma non succede quasi mai – dai Parlamenti nazionali) e giurisprudenziale (le sentenze delle Corti Costituzionali nazionali e quelle della Corte di giustizia europea).

L’Europa non ha una Costituzione e quindi non può essere uno stato di diritto, ma tuttavia parla per voce burocratica continuamente di diritti. L’annuncio di dar vita a una solenne riunione in Italia per fondare una “Unione della Sanità” non può che far piacere, ma non si può sottacere che il tutto accade con molto ritardo mentre i buoi sono già scappati dalla stalla e la pandemia ancora non si è fermata grazie alla rilassatezza dimostrata sul piano del coordinamento tra Stati e al soft power cinese, solo recentemente posto in discussione nella conferenza on line tra Xi Jinping e i massimi dirigenti dell’Ue.

A nessuno sfugge che questa riunione sulla sanità sarà di fatto un sostegno alle forze estero-dirette presenti in tutte le forze politiche italiane e in tutti gli altri partner europei più o meno dipendenti dal capitalismo estrattivo franco-tedesco. Esse vedono nel sostegno europeo una ragione di sopravvivenza finanziaria per sostenere i loro caciqui politici e gli elettori cosiddetti (nelle statistiche) inattivi, che vedono da tempo nel sostegno finanziario del pilota automatico una conferma possibile della loro inattività. In fondo, nei fondi europei, si riflette la cultura dei cosiddetti “redditi di cittadinanza” che si criticano spesso sul piano nazionale per il loro effetto moralmente nefasto, ma non lo si fa mai sul piano europeo.

Certo il pilota automatico impone una serie infinita di condizioni per utilizzare i fondi che giungeranno, si è affermato, tra la fine dell’ottobre 2021 e il gennaio del 2022. Ma il discorso della Von der Leyen è stato anche una polemica forte e dura verso quegli Stati, a cominciar dalla Francia per finire con la Grecia, che del Mes non vogliono saperne perché iniziano a capire che i costi del pilota automatico sono maggiori dei vantaggi che se ne possono ricavare: sarà ben difficile uscire dalla crisi e dalla deflazione secolare con un aumento del debito anche se a basso tasso di interesse quando si disvelerà il colossale errore di non aver applicato l’articolo del regolamento del Tfue (Trattato di funzionamento dell’Unione) che dà la possibilità di sospendere le regole dell’austerità in caso di evento catastrofico. E il Covid è certamente un avvenimento di tal natura.

In questa luce è eloquente la recente intervista di Bruno Le Maire, ministro dell’Economia francese a Les Echos, dove si afferma chiaramente che la Francia provvederà a varare un suo piano di ripresa dell’economia senza attendere i finanziamenti europei e senza sottostare, così pare dalle dichiarazioni di altri esponenti del potere governativo francese, al necessario ma troppo rapido “taglio” delle emissioni di CO2 del 55% entro il 2030, che rischia di innescare una tempesta fiscale sulle imprese francesi, che subirebbero una forte perdita di competitività internazionale.

Il preannunciare – oltre alle dichiarazioni vaghe su emigrazione e status famigliare – il sostegno alle politiche nazionali dirette a creare uno “schema per i salari minimi” è poi veramente paradossale. Progetto che farà felice il ministro italiano Nunzia Catalfo, ma che mal si concilia con la contrattazione in corso in Italia e in Europa e che ha il suo asse con la libertà tra le parti sociali e il loro confronto, non su politiche regolatorie di natura antiproduttivistica come quelle del “salario minimo”.

I finanziamenti a pioggia continuano. Ma quello che sconcerta è che tutto questo annunciare progetti dall’alto in stile Comecon (da ministro sovietico del Gosplan in visita a Praga o a Berlino nella vecchia dominazione sovietica dell’Europa) non tenga conto della realtà economica mondiale.

L’azione delle banche centrali attraverso le loro politiche monetarie è ormai degenerata in una droga che crea una bolla nelle borse mentre ha effetto praticamente nullo sulle economie reali. I danni strutturali sono stati immensi. Le emissioni obbligazionarie delle corporation hanno raggiunto i 2,61 trilioni di dollari negli Usa, grazie alla politica espansiva della Fed, con la compressione artificiale dei tassi da corrispondere agli investitori e per operare da prestatore di ultima istanza contro qualsiasi avversità di mercato per garantire la sopravvivenza di massa alla Corporate America. In Europa la dinamica non è diversa. Si pensi che in Germania circa 550.000 aziende (un sesto del totale) sono classificate zombie firms in base alle metriche ufficiali della Banca dei regolamenti internazionali (la Bis), tanto da imporre agli osservatori di domandarsi se l’autunno non porterà con sé un’ondata di fallimenti nella prima economia dell’eurozona.

Il nesso causale con l’attività della Bce nei confronti delle corporations franco-tedesche è immediato. Già con il cosiddetto Pspp voluto da Mario Draghi le aziende francesi e tedesche avevano beneficiato della maggior parte di finanziamenti, così come si continua a fare oggi. Infatti, la versione anti-Covid del programma sotto la presidenza Lagarde ha raggiunto il record storico di acquisti obbligazionari. Un’ulteriore domanda sorge quindi spontanea: il mercato potrà ignorare questa dinamica per sempre, a ogni latitudine?

Il discorso non può essere affrontato qui. Ma basta evocarlo per comprendere che il piano enunciato dalla von der Leyen è un pannicello caldo dinanzi alle prospettive veramente inquietanti che ci attendono. Le mosse dell’Ue sono assolutamente inadeguate. E son soprattutto tardive. Forse è meglio cambiare politiche sin da subito e comprendere che il debito maligno è soprattutto quello privato delle grandi imprese mondiali finanziarizzate da manager stockoptionisti ben più di quello pubblico. Come hanno ricordato in molti dopo le parole di Mario Draghi, profeta dell’ovvio che appare tale in un mondo di ciechi, il debito pubblico è maligno se il suo tasso di crescita supera quello dello sviluppo economico. Ma sviluppo economico vuol dire investimenti in capitale fisso per creare lavoro e ancora lavoro grazie al profitto e ancora al profitto capitalistico anziché alla rendita finanziaria e alla rendita di posizione (quella degli inattivi neghittosi e protetti anche dall’Europa con i salari minimi senza una politica attiva del e per il lavoro).

In questa situazione la scelta del Governo italiano non è di natura economica, ma solo politica. Come in Francia, anche in Italia si potrebbero sin da subito spendere i miliardi di euro che sono nelle casse dello Stato come avanzi di tesoreria. A fine luglio ammontavano a 80 miliardi e addirittura a fine agosto a 98 miliardi. Ciò giustifica il fatto che – come Domenico Lombardi dichiarò mai smentito in un’intervista a Il Sussidiario, il 7 settembre 2020 – il Mef cancellò l’asta dei Bot trimestrali prevista per il 9 settembre “in seguito all’assenza di specifiche esigenze di cassa”.

Esiste dunque una precisa volontà politica di provocare un’eterodirezione nella gestione del debito pubblico. Una volontà che si fa sempre più esplicita da parte delle forze dominanti la politica e l’economia italiana. Quella borghesia che io ho più volte definito vendidora e che controlla non solo la stampa quotidiana e pressoché tutti i mezzi di informazione e soprattutto una larga parte – in concorrenza o sovrapponendosi al controllo esercitato dalla Cina – delle forze politiche e quindi parlamentari. Un destino subalterno che da sempre caratterizza gran parte delle classi dominanti italiche politiche ed economiche.

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