SCIENZAinATTO/ Il favoloso innesto: storia, antropologia ed etica della vaccinazione

- Vittorio A. Sironi

Storia del concetto di vaccino, dal virus inattivato all’introduzione del mRNA codificante una proteina del virus. Uno stimolo alla reazione immunitaria, che non ammette eccezioni.

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Dalle prime procedure usate nel ‘700 con l’innesto del vaiolo sottopelle, antenato del vaccino, la lotta per preservare l’organismo umano dalle infezioni virali si è sviluppata fino ad oggi. Ottenuti con virus in vario modo inattivati, i vaccini hanno permesso di far scomparire due gravi infezioni, il vaiolo e la poliomielite, e sono stati anche usati per altre patologie come la difterite, il morbillo, la parotite e la rosolia. L’autore poi esamina l’attuale questione del Covid-19 per la cui immunità viene introdotto un nuovo tipo di vaccino, che ha come veicolo un mRNA.  In conclusione viene richiamata l’importanza della vaccinazione, contro cui le obiezioni che vengono talora sollevate non hanno alcun valore scientifico.

 

 

«Favoloso innesto»: così l’abate e poeta Giuseppe Parini (1729-1799) definisce la pratica della variolizzazione in una delle sue Odi inneggianti la salubrità della campagna (contrapposta agli «aliti corrotti» della città) e le nuove conquiste della medicina in grado di contrastare con successo letali e invalidanti malattie infettive.

Una in particolare, il vaiolo, infezione presente sin dall’antichità, causa di elevata mortalità e, nei casi in cui il malato sopravviveva, di persistenti deturpanti lesioni cicatriziali.

 

Breve storia della vaccinazione: la rivoluzione nasce dal basso

 L’innesto del vaiuolo, l’antica usanza orientale diffusa soprattutto in Cina, in India e nei territori dell’Impero Ottomani, che dà il titolo all’ode pariniana del 1765, era una procedura importata solo di recente nell’Europa del Settecento.

Tale pratica consisteva nell’estrazione di materiale infetto dalle pustole di un malato di vaiolo in una forma non grave (variola minor) e nel suo innesto sottopelle a persone sane (soprattutto bambini) perché empiricamente si era osservato che in questo modo esse risultavano protette dal rischio di contrarre le forme più gravi della malattia (variola vera o variola hemorragica).

Una procedura non scevra di rischi, poiché talvolta l’innesto di materiale infetto con virus umano vivo poteva essere causa esso stesso di malattia grave con conseguenze anche mortali, ma nel complesso ritenuta dalla tradizione popolare una pratica efficiente per evitare il vaiolo con le sue drammatiche conseguenze, poiché questo rischio era di gran lunga inferiore alla mortalità naturale legata alla malattia.

L’esportazione in Inghilterra nella prima metà del Settecento di questa «modalità protettiva» contro il vaiolo è attribuita all’opera svolta da Lady Mary Wortley Montagu (1689-1762), scrittrice famosa per le sue idee progressiste e moglie dell’ambasciatore inglese in Turchia, ella stessa rimasta sfigurata durante l’epidemia di vaiolo scoppiata a Londra nel 1715.

 

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Vittorio A. Sironi

(Docente di Storia della Medicina, della Sanità e di Antropologia medica. Direttore del “Centro studi sulla storia del pensiero biomedico” – Università di Milano-Bicocca)

 

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