SCOPERTE/ Vulcani: i primi a studiarli furono i monaci benedettini

- int. Caterina Napoleone

Dopo il contributo di Plinio il vecchio i primi studi scientifici di una certa serietà sui vulcani risalgono agli anni ’40 del settecento. Lo racconta CATERINA NAPOLEONE che ha curato anche una mostra a Catania sull’argomento

etnaR375_05nov09

Scienza e arti all’ombra del vulcano: è il titolo di una mostra inaugurata nei giorni scorsi a Catania (resterà aperta fino al 16 dicembre) in una location di quelle che non ci si aspetterebbero per un argomento del genere: l’esposizione è infatti allestita presso il monastero benedettino di San Nicolò l’Arena – insieme a quello di Mafra in Portogallo il più grande d’Europa – nelle sale della maestosa biblioteca settecentesca progettata da Giovan Battista Vaccarini. Ma non si tratta solo di una location.

Edificato dopo il terremoto del 1693 che distrusse gran parte della Sicilia orientale, il monastero ha ospitato sino al 1867 – anno della soppressione da parte dello Stato italiano – una comunità di monaci che in città primeggiava per la sua ricchezza e il suo prestigio. Un ambiente che, con il suo sfarzo e la sua opulenza, dai chiostri ai giardini, dalle sontuose celle alle labirintiche cucine al Caffeaos, ha ispirato alcune delle pagine più note dei Vicerè di Federico De Roberto, e le cui le attività culturali e scientifiche forse non hanno ricevuto la dovuta considerazione, che questa mostra contribuisce quindi a ristabilire.

Il monastero di San Nicolò, a partire dagli anni Quaranta del Settecento è stato crogiolo di una intensa attività culturale aggiornata sui progressi della scienza e del sapere internazionale. «Una vitalità – osserva la curatrice Caterina Napoleone – che smentisce il paradigma gentiliano della Sicilia “segregata” dal resto d’Europa e che si riflette appieno non solo nei ricchissimi fondi che costituiscono la Biblioteca, dai volumi di Montfaucon a quelli di Linneo, dagli atlanti alle illustrazioni di pietre e conchiglie, agli erbari illustrati, come l’esemplare di Liberato Sabbati proveniente dall’Hortus Medicus dell’Università La Sapienza di Roma dove venne acquistato alla metà del Settecento da Placido Scammacca, ma anche nelle collezioni antiquarie e scientifiche che ne rappresentano il colto ed elegante complemento».

 

Accolta dunque in quello che può essere ritenuto il tempio del sapere del monastero di San Nicolò l’esposizione mette in scena l’interdisciplinarità che diede origine parallelamente ad approfonditi studi nel campo dell’antiquaria, della vulcanologia, della geografia, della botanica, della agronomia, della mineralogia e della astronomia, che mirano a restituire la peculiare fisionomia storica e naturalistica della città “all’ombra del vulcano”. «Emblematica in questo senso è la figura di Vito Maria Amico, teorizzatore, alla metà del Settecento, dell’indissolubilità del binomio storia-geografia. È significativo inoltre che l’istituzione ecclesiastica, privilegiando una disciplina come la botanica, abbia consentito di sviluppare ad alcuni dei suoi esponenti competenze che trovarono anche uno sbocco nell’insegnamento universitario. Sottesa, comunque, alle loro indagini nei diversi campi di studio, rimase sempre la necessità di contemperare scienza e fede. Valga l’esempio di una personalità come l’abate Emiliano Guttadauro, iniziatore degli studi botanici al monastero e al quale si deve l’orto botanico impiantato sul terreno lavico limitrofo. In Guttadauro la passione per la scienza – non solo per la botanica ma anche per la malacologia (studio dei molluschi, ndr) – si trova unita ad una moderna sensibilità umana e religiosa, invalsa a partire dagli ultimi decenni del Settecento».

A evocare le arti del titolo della mostra contribuiscono inoltre l’imponente Meridiana nel pavimento della navata centrale della chiesa di San Nicolò, il cui progetto nel 1841 venne affidato dall’abate Corvaja a due scienziati d’oltralpe il tedesco Wolfgang Sartorius von Waltershausen e il danese Christian Frederick Peters; mentre le tarsie in marmo delle costellazioni furono eseguite dal lapicida Carlo Calì su disegno di Thorvaldsen; e il monumentale organo costruito da Donato del Piano, ammirato da tutti i viaggiatori in Sicilia della seconda metà del Settecento e dell’Ottocento, da cui risulta evidente la passione dei monaci per le questioni relative all’acustica e per la musica.

 

 

Nel nome del barone Sartorius è inevitabile imbattersi parlando di Catania e del suo vulcano: lo studio della storia geologica dell’Etna non può prescindere dal suo Der Ätna un’opera tra le più significative ed esaurienti sull’argomento. Ed è singolare anche la vicenda del suo coinvolgimento nella costruzione della meridiana del monastero dei benedettini: «Come racconta Mario Alberghina in una sezione del Catalogo, il suo è stato un divertissement isolato sulla scia del maestro, il grande matematico e fisico tedesco Carl Friederich Gauss. Sartorius fu spinto dalla necessità di correggere l’errore commesso da un astronomo siciliano quando l’abate non sopportava più lo smacco di un fallimento scientifico nella sua grande chiesa. Insieme al giovane compagno geodeta Peters, il barone rifece i calcoli delle coordinate geografiche, aprì un nuovo gnomone e consegnò l’opera: una linea rossa stesa sui lastroni di marmo bianco; poi se ne andò vagando sulle pendici del vulcano».





© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie

Ultime notizie