IL CASO/ 1. Caro Edwards, quante vite di bambini è costato il tuo Nobel?

- Roberto Colombo

ROBERTO COLOMBO spiega come la fecondazione in vitro, per il contributo alla quale Robert Geoffrey Edwards ha ricevuto il Nobel per la medicina, ha introdotto pratiche eugenetiche

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Il premio Nobel 2010 per la Medicina è stato assegnato al fisiologo della riproduzione ed embriologo britannico Robert Geoffrey Edwards, 85 anni compiuti, professore della Cambridge University. Lo studioso britannico divenne noto in tutto il mondo, con la designazione di “pioniere della fecondazione in vitro umana”, a partire dalla sera del 25 luglio 1978, quando, poco prima della mezzanotte, venne alla luce – presso il dipartimento di ostetricia del Oldham General Hospital, nei pressi di Manchester (UK) – la prima bambina “concepita in provetta”, Louise Joy Brown, oggi la signora Brown, a sua volta divenuta mamma di un bambino, concepito naturalmente nel 2006.

Alla nascita di Louise contribuì anche il ginecologo Patrick Christopher Steptoe, morto nel 1988 a Canterbury senza vedere riconosciuto il suo ruolo, altrettanto decisivo, nell’introduzione della tecnica della fecondazione in vitro (FIV) e del trasferimento embrionario in utero (ET).

La generazione e lo sviluppo precoce di un embrione di mammifero al di fuori del corpo della femmina era già stata realizzata in laboratorio ed applicata in zootecnia assai prima della fine degli anni ’70 (il primordiale esperimento documentato di IVF-ET è quello pubblicato su Nature nel 1959 a nome di C. F. Chang, che portò alla nascita di un coniglio) e non erano mancati anche alcuni tentativi di FIV umana, che traevano vantaggio dagli studi di Anne McLaren e John Biggers sulla coltura in vitro degli embrioni, risalenti agli inizi degli anni ’50.

Tuttavia, fu solo per l’opera del professor Edwards che la tecnica della fertilizzazione artificiale passò con successo dall’animale all’uomo, aprendo la strada all’applicazione clinica nei casi di sterilità di coppia mediante il trasferimento nell’utero della donna di un certo numero di embrioni, dopo che questi erano stati fatti sviluppare in laboratorio per qualche giorno, osservati attentamente al microscopio ed eventualmente selezionati.

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Il resto della storia è conosciuto e ha segnato uno dei capitoli più controversi della ginecologia, dell’andrologia e dell’ostetricia degli ultimi 30 anni che, nel frattempo, unendo i propri sforzi a quelli della biologia della riproduzione e dell’embriologia, avevano dato vita ad una nuova specialità medica, la “medicina della riproduzione”. Essa oggi vanta numerosi cultori nei paesi occidentali e anche (cosa inaudita, considerato il deplorevole stato in cui si trovano altre discipline cliniche, indispensabili per la sopravvivenza e la salute delle popolazioni) in alcuni paesi del Terzo Mondo.

 

La ricaduta che il lavoro scientifico di Robert Edwards ha avuto sulla ricerca in biologia della fertilizzazione e dello sviluppo negli ultimi tre decenni e la diffusione della tecnologia FIV-ET nell’ambito della cosiddetta “procreazione medicalmente assistita”, non consente di negare la rilevanza dell’opera dello studioso del Regno Unito nell’ambito delle innovazioni che hanno caratterizzato la medicina sul finire del XX secolo e, dunque, il riconoscimento del suo lavoro attraverso il prestigioso premio assegnato dall’Istituto Karolinska in memoria di Alfred Nobel.

 

Al di là del merito scientifico e dell’impatto nel campo della clinica della infertilità, ci si può legittimamente chiedere se sia tutto oro quello che luccicherà sulla medaglia che sarà consegnata al professor Edwards il 10 dicembre prossimo, a Stoccolma. I dati, trionfalisticamente riportati sulla stampa, parlano di circa quattro milioni di bambini nati attraverso la FIV-ET, ma non rendono ragione della realtà intera della fecondazione artificiale, della sua pratica e delle sue conseguenze.

 

Per quanto le modalità di FIV, di coltura degli embrioni ottenuti e di ET si siano considerevolmente evolute rispetto a quelle introdotte da Edwards trent’anni orsono, il numero di concepiti che sono esposti al rischio attuale di non potersi sviluppare e di morire prima di potersi impiantare nell’utero della madre resta sempre elevato.

 

 

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Per restare in Inghilterra, la patria del neo-premiato Nobel, i dati più recenti resi disponibili dalla Human Fertilization & Embriology Authority (HFEA), che si riferiscono all’anno 2007, non lasciano spazio a equivoci: il numero di nascite per ciclo di FIV-ET è complessivamente pari al 23,7%, e oscilla tra il 32,3% per le donne con età inferiore ai 35 anni e meno del 12% per quelle oltre i 40 anni.

 

Poiché il numero di cicli di FIV-ET, realizzati in quell’anno, è pari a quasi 47.000, se il numero di embrioni generati in vitro e trasferiti fosse stato anche uno solo per ciclo, poco meno di 36.000 di essi sarebbero andati perduti, a fronte di 13.672 bambini nati (tenuto conto delle gravidanze multiple, il 23% del totale delle gestazioni da FIV).

Ma è noto, dai protocolli dei cicli di FIV-ET, che la quantità di embrioni generati per ciclo, selezionati morfologicamente e talora anche citogeneticamente e trasferiti in utero è assai superiore all’unità, un dato che eleva il numero di quelli che hanno perso la loro vita in una delle fasi dell’intera procedura ben oltre la cifra sopra rappresentata.

 

La diffusione della pratica della FIV-ET (negli Stati Uniti, più di una nascita su cento è dovuta a questa tecnologia biomedica) ha introdotto anche, quasi in modo impercettibile da parte della società, una concezione eugenetica del concepimento e della nascita, che solo le legislazioni di alcuni Paesi (come l’Italia) sono riuscite a contenere: la disponibilità per la manipolazione e l’analisi degli embrioni in vitro, prima del loro annidamento nell’endometrio materno, ha reso di fatto possibile la selezione dei concepiti rispetto alla loro “qualità” biologica, dei concepiti (diagnosi prima dell’impianto), consentendo l’eliminazione fisica di quanti sono portatori cariotipo o il genotipo identificato nell’embrione e la salute del nascituro) di difetti o imperfezioni reali o presunti (considerata la notevole incertezza che grava sul rapporto tra il cariotipo o il genotipo identificato nell’embrione e la salute del nascituro).

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E’ giunto il tempo in cui il giudizio della società sulla scienza e sulle sue applicazioni tecnologiche non si limiti ad una mera considerazione dell’originalità di una scoperta, della creatività di una invenzione o dell’ampiezza del campo dei possibili o già realizzati trasferimenti del know-how, ma allarghi l’orizzonte della ragione sino ad abbracciare il senso di tali scoperte o invenzioni per l’uomo, per tutto l’uomo e per ciascun uomo, dal quale, ultimamente, deriva il loro valore per la persona e per l’intera comunità umana.

 

La grande avventura dell’intelligenza fa sì che la realtà sia indagata sempre più profondamente attraverso gli strumenti conoscitivi che le diverse forme del sapere offrono all’uomo, e ogni goccia di conoscenza in più renda gloria al Creatore dell’uomo e della sua intelligenza. Per questo è giusto che venga stimata e premiata dalla società. Ma la stessa avventura della ricerca rappresenta una sfida per la libertà dell’uomo, in quanto non può sostituirsi ad essa nella sua originaria apertura all’Essere, alla sorgente della verità intera e del bene, ma la postula e, al tempo stesso, la provoca potentemente.

 

«Che cosa ha da dire – si chiedeva Edmund Husserl ne La crisi delle scienze europee – questa scienza sulla ragione e sulla non-ragione, che cosa ha da dire su noi uomini in quanto soggetti di libertà? Ovviamente, la mera scienza di fatto non ha nulla da dirci a questo proposito; essa astrae, appunto da qualsiasi soggetto».

 

Per questo, la possibilità offerta dalla FIV-ET alle coppie sterili, che non possono concepire naturalmente un figlio, rappresenta l’occasione per una domanda a proposito del loro “io”, della coscienza che un uomo e una donna hanno di essere stati generati e di essere a loro volta chiamati a generare, della dignità intrinseca all’atto della procreazione, dell’insostituibilità di un atto essenzialmente personale con il quale la madre e il padre sono chiamati a collaborare all’opera del Creatore.

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Senza, per questo, svalutare o censurare il contributo che la scienza e la medicina possono offrire loro nel compimento di una vocazione al dono della vita, ma anche senza che i ruoli dei genitori e quelli dei biologici e dei clinici si confondano o uno di essi prenda il posto dell’altro. Guardando il concepito come un “tu” che sta di fronte al proprio “io”, sin dal momento del suo sorgere alla vita, ogni donna e ogni uomo è interpellato personalmente nella sua libertà ad un’accoglienza senza esclusioni e ad una compagnia umana che non lo abbandona mai, in nessuna circostanza.

Ai giornalisti che lo intervistavano, un giorno il professor Edwards ha confidato: «Non potrò mai dimenticare il giorno in cui ho guardato nel microscopio e ho visto una cosa strana nelle colture. […] Ho guardato nel microscopio e quello che ho visto è stato un blastocisti che mi osservava. Ho pensato: “ce l’abbiamo fatta”».

Chissà se in quel momento, forse il più bello della sua lunga carriera scientifica, il premiato Nobel si sia anche lasciato interrogare dall’embrione che stava sotto i suoi occhi: “Sarà concesso a me, e a milioni di altri esseri umani come me e come te che saranno chiamati alla vita attraverso la tua brillante ricerca scientifica, di poter vedere un giorno il cielo stellato come tu lo vedrai questa sera, dalla finestra di casa tua?” Per poter dire “ce l’abbiamo fatta” con verità, dobbiamo poter offrire ai nostri figli ciò di cui noi non vorremmo privarci mai: la vita ed il suo gusto insaziabile di giorni.



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