SCOPERTA/ Moro (San Raffaele): ho trovato i confini di Babele, ma il mistero del linguaggio resta

- int. Andrea Moro

Oggi al Meeting di Rimini un incontro cercherà di rispondere alla domanda: quale bene dalla scienza? Tra gli ospiti che cercheranno di rispondere ci sarà anche ANDREA MORO

scienziataR375_25gen10
Foto Fotolia

Ha esplorato “i confine di Babele” (così si intitola un suo stimolante libro del 2006), coniugando le conquiste della linguistica con le nuove possibilità di indagine aperte dalle neuroscienze. Andrea Moro è ordinario di linguistica generale all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ma con frequenti periodi di studio e lavoro al MIT di Boston. Oggi parlerà al Meeting, dialogando col matematico Edward Nelson, sotto la regia di Marco Bersanelli, sul tema “Quale bene dalla scienza?”: un interrogativo sul quale Moro si è intrattenuto spesso anche per la sua curiosità intellettuale che lo porta a inoltrarsi volentieri nei territori delle diverse scienze e a entrare in rapporto con molti ricercatori.

 

È abbastanza facile giustificare la bontà della scienza pensando ai tanti vantaggi pratici prodotti dalle sue applicazioni; più difficile indicare il valore di ricerche apparentemente prive di applicazioni (almeno a breve termine): dove guardare allora per rintracciare il vero valore della ricerca scientifica?

È facile, ma è fuorviante. La ricerca scientifica è solo il nome di un metodo: per definizione un metodo non contiene i fini; l’efficacia di un metodo può solo essere misurata rispetto alla coerenza e alla capacità di prevedere nuovi fatti (spesso tramite la semplificazione di fatti noti). Se si parte da questo punto di vista non dovrebbe esserci differenza tra la ricerca con ricaduta pratica e l’esplorazione non finalizzata del reale. Chi fa ricerca dovrebbe avere come misura esterna la capacità dei risultati ottenuti di dire qualcosa su se stesso. Non si tratta ovviamente (solo) di verificare se il risultato della ricerca mi cambia nel concreto: il valore di una ricerca potrebbe anche semplicemente consistere nella conferma che io posso entrare in relazione con il mondo secondo ragione e nella consapevolezza che questa possibilità non è data né da me, né dall’oggetto della ricerca. Quando si pretende che la ricerca scientifica ponga da dentro se stessa gli scopi, il rischio è che diventi un’impresa autoreferenziale, un vicolo cieco, un’ideologia, il vero “oppio dei popoli”. La ricerca deve essere invece un’occasione per imparare che è possibile desiderare cose grandi, indipendentemente dall’esperienza della nostra limitatezza.

Accanto alle applicazioni positive, ci sono tutte quelle conseguenze dello sviluppo tecnico scientifico che destano preoccupazioni e timori. Da più parti si parla allora di responsabilità e moralità. Ma la moralità nella ricerca è qualcosa che entra in gioco alla fine, al momento dell’applicazione o c’è qualcosa prima?

PER CONTINUARE A LEGGERE L’INTERVISTA CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO

Il giudizio morale nella ricerca deve precedere e accompagnare i gesti concreti perché la ricerca deve coinvolgere tutto quanto me stesso: l’immoralità starebbe nell’escludere parte di me dal giudizio. L’irresponsabilità sarebbe pretendere che i fatti parlino al mio posto, escludendo quello che io voglio dalla vita, quello che io sento come vero nella vita. Certo rimane verissimo che esistono timori e preoccupazioni sui rischi connessi con nuove tecnologie. L’uso dell’energia atomica o la capacità di alterare il genoma di una specie, ad esempio, fanno certamente sorgere dei legittimi dubbi di pericolosità e la necessità di una cautela infinita quando si tratta di manipolare la natura. Ma se si parla di immoralità anche una ricerca innocua diventa immorale se è condotta senza aver idea di quale sia la richiesta globale che sta alla base delle mie azioni. In altre parole, la responsabilità deve essere fondata ben prima di quando si mette mano a una struttura in laboratorio e consiste nell’avere la consapevolezza che quel che sono io e di quel che sto chiedendo alla vita entrano nella mia ricerca come elementi essenziali. Ovviamente, non esiste una via sperimentale per avere delle risposte su questi temi: occorre un allenamento difficile che un uomo non può fare totalmente da solo.

 

Nelle sue ricerche lei ha messo in luce la natura sorprendente del linguaggio umano e nello stesso tempo i limiti che incontrano anche le scienze più avanzate come le neuroscienze. Questi limiti riducono il valore e la portata della conoscenza scientifica o ne rivelano i caratteri più profondi?

 

Il linguaggio umano è il vero scandalo della natura: non si riesce a inquadrarlo in nessun modello scientifico né filosofico definitivo. Cartesio fu addirittura costretto proprio dall’evidenza della creatività linguistica degli esseri umani a costruire un’immagine dualistica del mondo. Questa frattura è ancora vivissima oggi. Il sogno riduzionista dei primi anni Cinquanta, quando si pensava che si fosse a un passo dalla possibilità di catturare il funzionamento del linguaggio in termini matematici e informatici, è stato infranto proprio alla fine dei quegli anni dalla nascita della grammatica generativa a opera di Noam Chomsky, un linguista americano tutt’ora attivo al MIT di Cambridge (Massachusetts). Usando le stesse armi della logica e della matematica dimostrò che il linguaggio si presenta all’indagine conoscitiva con caratteristiche simili a quelle del mondo fisico: si può esplorare solo in maniera sperimentale ma non “derivarlo” da presupposti logici. Con la nascita di queste grammatiche, tuttavia, arrivarono quattro scoperte rivoluzionarie. Scoperte “vere”, cioè fatti che certamente nessuno si sarebbe aspettato di verificare: la prima, il nucleo fondamentale delle grammatiche umane è la capacità di costruire strutture potenzialmente infinite secondo schemi regolari di natura sconosciuta (quella che tradizionalmente chiamiamo “sintassi”); la seconda, la sintassi è il vero spartiacque tra il linguaggio umano e quello di tutti gli altri esseri viventi che pure, evidentemente, comunicano; la terza, il bambino nel convergere verso la sintassi della propria lingua non commette alcuni tipi di errori possibili; la quarta, non tutte le sintassi concepibili sono realizzate nelle lingue del mondo.

 

Ma le neuroscienze hanno permesso ulteriori scoperte …

 

PER CONTINUARE A LEGGERE L’INTERVISTA CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO

Il passo avanti fondamentale che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo secolo è che, sfruttando anche tecniche di neuroimmagini, sia pure con gli enormi limiti intriseci che esse hanno, si è visto che la struttura delle regole sintattiche dipende dall’architettura e dal funzionamento del cervello umano. La variazione tra le lingue umane non è illimitata perché non è, come invece lasciava credere una certa filosofia del 900, né frutto né del caos né di una convenziona arbitraria. I confini di Babele esistono e sono scritti nella nostra carne. Si aprono dunque quesiti sulla questione dell’evoluzione della nostra specie impensabili nel secolo scorso, ma rimane fondamentale la consapevolezza che il nucleo del linguaggio umano, la sua capacità creativa, è un mistero, parola che utilizza Chomsky stesso in questo caso. Questo non deve toccare minimamente l’entusiasmo del ricercatore, anzi: prender coscienza che si può solo percepire alcuni aspetti della realtà, che nella sua totalità rimane inaccessibile, è proprio uno dei momenti esaltanti della ricerca, sempre che non si confonda un metodo con un fine.

 

Quali sono le aspettative e i desideri che agitano il cuore di uno scienziato nella sua attività quotidiana?

 

È una domanda molto difficile per me, proprio perché, coerentemente con quanto ho detto, mette in gioco tutto me stesso. La prima risposta che mi viene da dare è che queste aspettative e questi desideri non me li sono creati io: sono una risposta a una chiamata, mossa da uno stupore doppio, quello per i dati che mi trovo di fronte e quello per la capacità che ho di decifrarli. L’effetto di questa esperienza di corrispondenza è che mi sento autorizzato dai fatti a desiderare cose grandi, anche nel mio lavoro di ricerca perché in fondo non è distinto dalla mia pretesa sulla vita. Accanto a questa constatazione sta poi la consapevolezza di partecipare a un’esperienza collettiva dove il mio lavoro sperimentale e teorico non può essere autosufficiente, ma si basa sul rapporto di fiducia nel lavoro degli altri. In questo senso, di fatto, io non riesco a percepire una differenza sostanziale nel metodo scientifico e nel metodo della fede: la differenza la fa ovviamente la sorgente dei fatti sui quali ci si basa, ma non la ragione per fidarsi.

 

(a cura di Mario Gargantini)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori