LAUDATO SI’/ Così l’Adamo del XXI secolo darà il nome alle cose

- Dario Benetti

E’ importante riflettere sul cambiamento culturale nei confronti della Terra. ” Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data”. Commento di DARIO BENETTI

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Pianeta Terra

La pubblicazione della lettera enciclica Laudato si’ da parte del Santo Padre Francesco merita una riflessione approfondita che vada al di là dei soliti slogan e dei tentativi di appropriazione ideologica. Prima che si moltiplichino i commenti sugli aspetti più dettagliati delle oltre 200 pagine dell’enciclica e prima che le grandi testate giornalistiche ”radical chic” si diffondano con compiacimento sulla ”svolta verde ambientalista” di Papa Francesco, è fondamentale invece riflettere subito su una questione di fondo e cioè il forte richiamo che traspare ad un cambiamento culturale nei confronti della Terra.

”Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data” ( p. 53): la crisi ecologica in cui siamo deriva prevalentemente dall’aver disatteso questo principio. L’uomo piega la terra ai propri desideri e alla propria voglia di potere e si sottrae alla responsabilità di ”custodire e di coltivare” ciò che gli è stato affidato. E’ necessario comprendere come l’urgenza di giungere alla ”Laudato sì”, una novità assoluta per il cattolicesimo, deriva non tanto dalla ripetizione scontata di una denuncia dei danni causati dall’uomo, e neppure dal confermare con forza la gravità morale dei ”peccati contro la creazione”, cosa che già Giovanni Paolo II aveva ripetutamente sottolineato, quanto dal richiamo a ritrovare la fecondità di un pensiero teologico e mistico fiducioso nella identità del reale. Questa enciclica fissa un momento cruciale nello storia del pensiero, la fine della sfrontatezza razionalista, del ”mito moderno del progresso illimitato” (p.61), il crollo definitivo dell’illusione positivista e illuminista, l’esigenza di ritornare alle dimensioni fondamentali dell’uomo e al suo senso religioso.  ”Nel Corano, come nella Bibbia –scrive Wael Farouq, docente di Lingua araba all’Università americana del Cairo-, sull’ultimo numero del mensile Tracce (p.20)- Adamo inizia a relazionarsi con il mondo attribuendo un nome alle cose. L’Adamo contemporaneo invece, perde ogni giorno un pezzo del suo mondo, perché dimentica i nomi delle cose, perché non dà più loro alcun nome, e perché nemmeno gli importa di dar loro un nome. L’uomo, oggi, è diventato post-Adamo. Mentre, per affrontare la sfida dell’oggi abbiamo bisogno, come non mai di tornare al senso religioso, all’esperienza personale. Al vero Adamo”.

Che un intellettuale con matrici così diverse dalle nostre ci ricordi l’importanza del ”dare il nome alle cose” è particolarmente suggestivo; ancor di più in considerazione della sua attenzione globale al problema della persona, evidenziata in numerosi suoi interventi pubblici.

La persona, infatti, esiste solo in un mondo, vive relazionandosi con la realtà. Possiamo anzi dire che la persona è un rapporto: con le stelle, con gli antenati, con la famiglia, con il paesaggio, con i cibi e ciò che lo nutre e lo disseta, con il mistero che lo circonda. L’uomo astratto e meccanico del razionalismo, di cui ancora è infarcito il nostro modo di ragionare, non ha niente a che fare con la persona. Si è costruita l’immagine di un uomo slegata dalla terra, dalla storia, dagli antenati, dalla comunità di appartenenza e doveva essere l’uomo nuovo della società contemporanea. Invece ci si è accorti e sempre più ci si sta accorgendo che questa invenzione è uno schiavo della necessità. La persona è rapporto con le cose e con le altre persone.

Nelle nostre valli alpine le travi di larice non marciscono all’acqua e alle intemperie. Attraversano il tempo e i secoli diventando come osso, scompare la parte più fragile e resta il legno più resistente, l’essenza del durame. Così è il mondo in cui si succedono le generazioni, le cose futili se ne vanno e restano lacerti di eternità, segni del nostro destino. I luoghi sono il sedimentarsi di questi segni: perdere il nesso con essi significa non solo tagliare le radici del nostro essere ma, ancor più, non capirne il vero significato. Noi, infatti, non siamo autonomi, bensì siamo un rapporto con il cosmo. Dare un nome alle cose significa riconoscere la struttura gerarchica della realtà, la presenza nelle cose di un timbro spirituale che ci corrisponde, che corrisponde a quella “dignità infinita” (p.51) che caratterizza l’uomo..

A meno che non ci si voglia rassegnare a cedere a quella ”alleanza tra economia e tecnologia” che “finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati” (p. 43) In tutte le società antiche, ci insegna Mircea Eliade, la prima cosa che l’uomo fa di fronte al mondo è costruire un cosmo (un mondo ordinato) separandolo dal caos e per fare questo deve individuare un asse ordinatore nella realtà stessa, un palo cosmico. E’ nella realtà che l’uomo trova la manifestazione più profonda del sacro, il mistero che lo supera. Il nome delle cose, spesso, è più grande di noi, perché è stato dato prima che noi venissimo alla luce, arriva dal profondo della storia e svela una verità più profonda dell’apparenza. .  ”Io mi esprimo esprimendo il mondo; io esploro la mia sacralità decifrando quella del mondo” (Paul Ricoeur, citato a p. 67) Non c’è secolarizzazione, non c’è metropoli, non c’è differenza di culture e di religione che sfugga a questa verità; torniamo sempre a questo problema perché riguarda, in modo costitutivo, il nostro essere nel mondo.

E’ una rivoluzione copernicana per chi è abituato ad un mondo modellato come materia inerte, trasformato e violentato a piacimento. Il mondo, chiamato, ci risponde, comunica il destino eterno della persona e la eleva al disopra dei suoi limiti mortali. Così avvenne per Ildegarda di Bingen (1089-1179) che, tramite un rapporto cosmico con la natura giunse alla conoscenza mistica e, analfabeta, dettò lo Scivias, il Liber vitae meritorum e il Liber divinorum operum e altri suoi scritti di incredibile profondità proponendo l’immagine dell’uomo come microcosmo, l’uomo in sé racchiude tutti gli elementi del mondo, “come in uno specchio” (1. Cor. 13-12).

Allo stesso modo, a distanza di secoli, Nikolaj Berdjaev (1874-1948), uno tra i più grandi filosofi del Novecento, aveva intuito che la profondità del pensiero russo affondava in questo rapporto primordiale dell’uomo con il cosmo e per questo dialogava spesso con uno dei suoi più grandi amici, Akimushka, ”un semplice contadino delle steppe russe, un bracciante. Aveva una pessima vista e ti dava sempre l’impressione che fosse sul punto di inciampare in qualcosa o di cadere. Era analfabeta… le conversazioni con lui erano assai profonde dal punto di vista spirituale; egli sapeva elevarsi all’altezza delle più complesse problematiche mistiche, peculiari della mistica tedesca”. L’uomo e il cosmo sono legati, dunque, a filo doppio e la redenzione dell’uomo non può essere slegata da quella del cosmo. Questa coscienza porta ad un metodo diverso rispetto a quello puramente razionale; la mistica svela la possibilità di un rapporto quasi ”osmotico”, di un ascolto della realtà; nel mondo è già scritta la risposta al senso religioso dell’uomo e va al di là della mera conoscenza intellettuale.
Nel nome delle cose c’è il filo di Arianna per il destino della persona.

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