SCUOLA/ Autonomia e modello Trento per risalire il baratro dei risultati Invalsi

- Anna Maria Bellesia

Per capire il disastroso dato nazionale Invalsi e invertire la tendenza, bisogna studiare il caso positivo di Trento e capire i motivi di questo successo

scuole aperte
Didattica a distanza (LaPresse)

Per capire il dato nazionale negativo e invertire la tendenza, bisogna studiare il caso positivo di Trento e capire i motivi di questo successo. La “ricetta” si può riassumere in tre parole chiave: investimenti, formazione, autonomia.

Per la scuola italiana sono arrivati i disastrosi risultati Invalsi del 2021, e subito è stato trovato il colpevole: la Dad. Troppo semplicistico! I mali delle scuola italiana partono da lontano, guardare solo alle difficoltà emerse con la pandemia vuol dire che i problemi rimarranno senza adeguata soluzione e che i nostri studenti saranno sempre più carenti nella formazione, senza riuscire a invertire il trend.

Per prima cosa va detto che la Dad in sé andrebbe considerata con un minimo di lucidità e obiettività, senza indicarla come colpevole tout court. Semmai bisognerebbe prendere in seria considerazione, per capire le carenze degli studenti, la riduzione/frammentazione del curricolo, quello dedicato allo sviluppo delle competenze specifiche del percorso di studio, per far posto al modello di scuola contenitore di tutto e di più, quello dell’“infarinatura” appunto e delle generiche “competenze di cittadinanza”.

La didattica digitale integrata (Did) può essere una risorsa per la scuola, come indicato a suo tempo dal ministero e come emerge anche dal famoso libro di luglio 2020 Idee e proposte per una scuola che guarda al futuro, frutto del lavoro del comitato di esperti dopo la prima fase pandemica.

Ebbene, la scuola che guarda al futuro si apre al digitale “senza se e senza ma”, non si possono censurare le potenzialità in ragione dei possibili rischi, dicevano gli esperti un anno fa. Il digitale e la rete vanno implementati attraverso il potenziamento delle infrastrutture, la valorizzazione dell’autonomia funzionale delle scuole, la formazione di docenti e studenti.

Formazione, formazione, formazione

Ma come si fa a organizzare una Dad efficace ed efficiente? Niente improvvisazione, ma attività condotte con metodo e obiettivi precisi. Prova ne siano i vari progetti ben confezionati e ben condotti per i Pcto, anche con la collaborazione di soggetti esterni. Ma qui emerge il problema sostanziale. Dopo la prima fase “creativa” del 2020, che ha colto tutti alla sprovvista, il ministero avrebbe dovuto indicare in maniera seria, convinta e ben supportata con investimenti ad hoc l’unica via percorribile per evitare i risultati disastrosi che prevedibilmente si sarebbero verificati. Investire sulla formazione didattica dei docenti e stimolare l’autonomia delle scuole nell’analizzare i problemi, cogliere i bisogni, predisporre gli strumenti, guardando alla situazione concreta, che è diversa a seconda dei territori. La diversità territoriale e specifica avrebbe dovuto essere la bussola di ogni intervento normativo, a tutti i livelli decisionali, dal ministero alle regioni. Invece, come sappiamo, si è verificato il contrario. A livello centrale, linee guida generiche e investimenti inadeguati o perfino sbagliati. A livello regionale chiusure generalizzate, contestate anche dai Tar proprio per questo motivo.

Sviluppare l’autonomia, guardando al modello Trento

Dove è stato possibile, l’autonomia ha salvato la scuola. Lo vediamo, come al solito, nella Provincia autonoma di Trento. Nonostante la pandemia, gli istituti scolastici hanno riportato risultati al di sopra della media nazionale nei test di italiano, matematica e inglese, dimostrando di aver saputo contenere gli effetti negativi dei periodi di chiusura e di didattica a distanza.

Dunque, invece di puntare il dito solo sulla Dad, senza considerare neppure come è stata fatta, bisogna studiare il caso trentino e capire i motivi di questo successo. La “ricetta” si può riassumere in tre parole chiave: investimenti, formazione, autonomia.

Fin da luglio 2020, dopo la prima fase pandemica, a Trento è stato deliberato un “Piano operativo” che prevedeva per l’anno scolastico 2020/21 una situazione molto articolata e diversificata di espletamento del servizio scolastico. La Provincia ha potuto stanziare 45 milioni di risorse straordinarie per fronteggiare la situazione, di cui 33 milioni di euro destinati ai docenti, 5 milioni al personale Ata, 4 milioni per i bisogni educativi speciali, 3 milioni per arredi e attrezzature.

Particolare attenzione è stata dedicata alla “didattica digitale integrata”, per stimolare nuove modalità di insegnamento/apprendimento e sviluppare un ambiente collaborativo, flessibile e personalizzabile. Il Piano straordinario di formazione dei docenti era già attuativo fin dall’estate scorsa, per rispondere alle urgenze dettate dall’emergenza sanitaria e incidere sulle competenze dei docenti nella delicata fase della riapertura delle scuole. Contemporaneamente, si è puntato all’alleanza con tutti i soggetti utili presenti sul territorio, per usufruire opportunamente di tutte le risorse disponibili attraverso “patti educativi” mirati.

Come leggiamo nei vari articoli pubblicati nei giorni scorsi, se il Trentino ha potuto mantenere i risultati pre-Covid, unico in Italia, è stato grazie al “programma strutturato di investimenti” messo in atto nell’estate scorsa, che ha puntato da un lato sull’ottimizzazione della didattica, dall’altro sul mantenere aperte le scuole il più possibile grazie anche al potenziamento dei trasporti.

L’autonomia insomma funziona così. Bisogna conoscere il proprio territorio, valorizzare le potenzialità e mettere risorse dove servono con obiettivi e finalità precisi. L’ottica è quella della sussidiarietà, secondo il principio dichiarato nella nostra Costituzione all’articolo 118.

La domanda che adesso tutti si pongono, compreso il ministro Bianchi, è però questa: il modello trentino è esportabile? Certamente alcuni spunti da estendere al resto d’Italia si troveranno, sembra che si stia lavorando su questo. Ma alla base c’è il nodo dell’“autonomia dei territori”. Vecchio progetto che sembrava quasi raggiungibile. Ma poi l’emergenza pandemica ha dato fiato ancora all’inetto centralismo statale che continua a emettere ricette uguali per situazioni diverse con risultati in continuo peggioramento. È ora di cambiare.

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