SCUOLA/ Cfp, Cenerentola non vale meno del principe

- Diego Sempio

I Cfp sono stretti in troppe maglie burocratiche e normative che ne hanno bloccato lo sviluppo. Ci sono esperienze nuove che andrebbero seguite

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Caro direttore,
reagisco all’articolo di Valerio Vagnoli “Istituti professionali, come riformare una fabbrica di Neet e disagiati?”, dove con una lucida analisi si rimarcano le grandi difficoltà in cui versano oggi gli istituti professionali che realizzano percorsi di istruzione e formazione professionale (IeFP).

Condividendo molti dei punti indicati dall’autore mi permetto aggiungere qualche riflessione sull’istruzione e formazione professionale realizzata nelle scuole professionali (Cfp) a indirizzo regionale. Sì, perché se Atene piange, Sparta non ride. Sono passati ormai vent’anni da quella rifondazione del sistema di IeFP intrapresa attraverso un confronto serrato tra scuole e Cfp, associazioni e tessuto produttivo, regioni e ministero; confronto fatto di tavoli di lavoro, dibattiti culturali, ricerche metodologiche e pedagogiche nel tentativo, solo in parte riuscito, di evitare che tanti ragazzi fossero “ridotti a desiderare l’officina”, come si legge in un passo tratto dalla Lettera a una professoressa di don Milani e titolo di un bel libro di Emma Neri e Eugenio Gotti sui Ragazzi della riforma lombarda (Guerini, 2008).

In tale tentativo si voleva superare quella visione manichea, tutta italiana, del lavoro contrapposto alla cultura, della pratica separata dalla teoria.

Dalle riforme di quegli anni sono nate scuole più libere di innovare e sperimentare, desiderose di condividere le esperienze e le proprie metodologie. Soprattutto nel nord d’Italia, ma non solo, si è cercato quell’equilibrio tra “esperienza pratica e cultura astratta” di cui parla il collega Vagnoli nel suo articolo.

Tantissimi ragazzi dei Cfp hanno scoperto, attraverso il metodo che semplificando chiamo dell’“imparare facendo”, il proprio valore e talento e come la Cenerentola della favola hanno potuto incontrare e realizzare il proprio desiderio; chi entrando direttamente nel mondo del lavoro, chi proseguendo gli studi anche fino alla laurea universitaria.

La pandemia però ci ha fatto scoprire che anche qui il “re è nudo”, che il sistema della IeFP oggi è stretto in troppe maglie burocratiche e normative che ne hanno bloccato lo sviluppo e che per questo a perderci saranno purtroppo sempre loro: i ragazzi.

Se da una parte infatti l’introduzione del sistema duale (metà tempo a scuola, metà tempo in azienda) e l’apprendistato, nonché l’accesso ai percorsi Its sono tra i più importanti e significativi passi avanti, il rischio per la tenuta del sistema è reale. Si assiste infatti, per fare qualche esempio:

– alla totale assenza, da diversi anni nel dibattito culturale sulla scuola, delle tematiche metodologiche, pedagogiche e sulle finalità proprie del triennio/quadriennio di IeFP;

– all’intoccabilità a livello normativo del concetto rigido di “classe”;

– ad aule che, per far rientrare i bilanci economici, anche nelle ore laboratoriali sono spesso di 25–30 allievi; classi formate molte volte da persone che la scuola media ha in qualche modo espulso e con numeri significativi di studenti “diversamente abili” e con disturbi specifici dell’apprendimento;

– a contratti di lavoro che prevedono cattedre di più di 20 ore di docenza settimanali a cui spesso si aggiungono funzioni di tutoraggio, ricerca e organizzazione dei tirocini formativi, adempimenti burocratici che in molti casi impediscono di fatto, anche per la dimensione delle aule di cui sopra, una reale didattica innovativa per competenze e la personalizzazione degli obiettivi formativi;

– al dogma del monte ore minimo di 990 ore annue pari a una media di 30 ore settimanali di 60 minuti;

– alla tendenza a privilegiare i fondi verso il sistema duale e di apprendistato di primo livello, che se da una parte interviene positivamente nella dinamica di incontro della domanda e dell’offerta di lavoro, quando rivolto a ragazzi di 15–17 anni rischia invece di delegare l’azione educativa e formativa della scuola al mondo dell’azienda.

Tutto negativo? Assolutamente no. Come sottolineato nell’articolo del collega sono tante le “isole felici”, grazie alla passione di dirigenti e insegnanti, ma occorre una rinnovata spinta (a partire dagli enti di formazione oggi forse un po’ troppo chiusi in sé stessi) perché le buone prassi esistenti possano tornare a essere condivise in un dialogo reciproco, fino a diventare indicazioni operative per i soggetti istituzionali a cui è demandato il compito di legiferare. Perché, citando ancora don Milani: “Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori” permanendo infatti quel pregiudizio negativo, anche a livello normativo, verso i ragazzi che frequentano i corsi di IeFP. Si potrà anche nascere “Cenerentola”, ma è un obbligo morale dare a tutti la possibilità di incontrare il proprio principe azzurro!

Ecco allora che tentativi come il “Festival dell’innovazione scolastica”, partito dal Veneto e aperto a scuole e Cfp di tutta Italia, sono da guardare con estrema simpatia e interesse, augurando la massima partecipazione di esperienze a questo rinnovato ritorno al dialogo e al dibattito appassionato sul tema dell’innovazione della scuola, compresa la  sua “seconda gamba”, quella della formazione professionale, fondamentale per quella fascia di studenti portata a imparare, attraverso il metodo esperienziale, anche la teoria.

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