SCUOLA/ Dai trasporti alle Asl, così paga il prezzo dell’inefficienza altrui

- Andrea Burzi

La seconda ondata di Covid-19 ha messo allo scoperto tutte le inadempienze e le inadeguatezze del sistema Italia. Non è la scuola l’anello debole

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Esame di Stato in una scuola di Bergamo (LaPresse)

L’autunno del nostro scontento vede ogni categoria avanzare  recriminazioni e proteste di fronte ai gravissimi problemi causati dalla seconda ondata della pandemia. Ci sono quasi sempre fondate e legittime ragioni per recriminare e non vi è dubbio che i problemi economici sono in certi casi molto acuti, ma se non usciamo dall’ottica del “particulare” e non prendiamo l’emergenza come l’occasione per  pensare un modo nuovo di organizzare la società e l’economia a partire da parole antiche come solidarietà ed uguaglianza, andiamo poco lontano e, quando finalmente tutto questo sarà passato, non saremo affatto migliori di prima.

Con questa premessa, guardare ad uno specifico ambito colpito dalla pandemia, quello della scuola, può apparire incongruo. Ma credo vi siano buoni motivi per considerare la peculiarità della scuola, stante le gravi conseguenze sulla formazione e sulla tenuta morale e civile dei giovani di fronte ad un ulteriore e probabilmente non breve periodo di allontanamento dalle aule.

Nel periodo del primo lockdown la macchina scolastica ha saputo adeguarsi con una capacità di reazione francamente insperata, attivando in pochi giorni o tutt’al più in poche settimane una modalità di didattica a distanza che, in situazioni normali, avrebbe forse richiesto degli anni. A questo è seguita un’estate dove tutti speravamo di essere sulla via d’uscita dalla pandemia e, anche senza darsi alla movida e ai viaggi esotici, in molti ci siamo dimenticati dei moniti su una probabile seconda ondata che venivano da vari scienziati. Oggi siamo di nuovo in didattica a distanza (che al ministero, per non perdere l’abitudine, hanno pensato bene di rinominare con una nuovo acronimo: Ddi ovvero didattica digitale integrata) totale o parziale, a seconda delle regioni, e non è affatto da escludere una nuova chiusura totale delle attività didattiche in presenza.

Tutto questo ha portato molto sconforto nel mondo della scuola, a cominciare dagli studenti i quali, a differenza di quanto  semplicisticamente esternato da qualche politico in cerca di visibilità permanente, non sono affatto contenti di starsene a casa lontani da teoremi ed endecasillabi, senza incontrare i loro compagni o incontrandoli solo saltuariamente, rinunciando così ad un’esigenza fondamentale della loro età e ad una componente essenziale della relazione didattica.

Lo sconforto è alto anche fra gli insegnanti, i dirigenti e tutto il personale della scuola. La scuola nel corso dell’estate ha fatto tutto il possibile per permettere la ripresa dell’attività didattica in presenza a settembre e comunque ha fatto tutto quello che le è stato chiesto. E questo (distanze fra i banchi, percorsi separati, scaglionamenti degli ingressi, riorganizzazione dei laboratori, ecc.) non è stato affatto inutile se, come è accertato, solo pochissimi casi di contagio si sono registrati dentro le scuole. Posso fare l’esempio, forse non valido statisticamente ma qualcosa vorrà pur dire, della mia scuola, un istituto professionale alberghiero di Firenze, dove i numerosi ragazzi risultati positivi appartengono tutti a classi diverse e quindi è chiaro che non hanno contratto il virus a scuola.

A fronte di questo impegno del mondo della scuola, non altrettanto si può dire delle altre istituzioni e degli altri soggetti coinvolti direttamente o indirettamente nella vita scolastica. Tralasciamo la questione, quest’anno ancora più grave che in passato, del mostruoso ritardo con cui è stato possibile vedere le cattedre coperte, al punto che alcune non lo sono ancora.

Vogliamo parlare del fatto che l’autorità sanitaria ha perso completamente il controllo dei tracciamenti e della gestione delle quarantene per i contatti dei casi positivi? La legge affida ai dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie locali l’emissione dei provvedimenti di quarantena e la programmazione dei test e tamponi per i soggetti a rischio, studenti e docenti, in quanto venuti a contatto dei casi positivi. Ebbene, almeno a Firenze, ma mi risulta in buona parte d’Italia, le Asl non sono in grado di svolgere questo compito e vengono sistematicamente sostituite dai presidi che, pur non avendo la piena copertura giuridica per farlo, emettono provvedimenti di invito a non lasciare il proprio domicilio per coloro che sono stati a contatto stretto con i casi positivi verificatisi nella scuola.

La Asl, se e quando ce la fa, si accoda facendo pervenire il proprio provvedimento oramai a fine quarantena (ho notizie di colleghi a cui il provvedimento è arrivato al tredicesimo giorno della quarantena, che dura quattordici giorni). È più che lecito pensare che  il tracciamento, che dovrebbe accompagnare tali provvedimenti, sia del tutto aleatorio. Perché non si sono rafforzate le strutture sanitarie territoriali a ciò preposte quando durante l’estate c’era tutto il tempo per farlo? Immagino che i vincoli burocratici non fossero pochi, ma nelle emergenze dovrebbe esserci la capacità e la volontà di superarli.

Un altro capitolo dolente è quello del trasporto pubblico locale. Settore delicatissimo perché lì si sono verificati i maggiori assembramenti di studenti in corrispondenza delle ore di ingresso e di uscita da scuola e, molto probabilmente, parecchi casi di contagio. Gli enti che gestiscono il trasporto pubblico non hanno stabilito nessun rapporto organico con le scuole, limitandosi ad una blanda intensificazione delle corse in alcune fasce orarie di maggior affollamento, mentre da parte del governo si innalzava il riempimento degli autobus fino all’80 per cento della capienza, limite peraltro spesso superato nei fatti. Questo non è servito se non in misura modesta ad evitare gli assembramenti sui bus, particolarmente gravi nei percorsi extraurbani perché la permanenza è maggiore. Infatti serve a poco intensificare le corse in alcune fasce orarie, mentre gli studenti prendono il bus tutti insieme quando entrano ed escono da scuola. Capisco che non sarebbe stato facile organizzare, approfittando dell’estate, intensificazioni mirate dei bus nei momenti in cui ciò sarebbe stato davvero utile e che questo avrebbe richiesto un coordinamento stretto fra scuole ed enti gestori del trasporto che purtroppo non vi è stato, ma sarebbe davvero stato il caso di provarci.

Aggiungiamo il fatto che quando i ragazzi, fino a ieri, appena usciti da scuola, si toglievano le mascherine, si avvicinavano fra loro, si scambiavano sigarette e bottigliette d’acqua (nel loro delirio d’onnipotenza adolescenziale e nel loro egoismo generazionale che ha fatto sì che la grande maggioranza non si sia minimamente preoccupata della possibilità di contagiare i loro familiari più anziani) non si è mai vista una pattuglia di vigili nei dintorni delle scuole per far rispettare le regole e sanzionarne l’inosservanza.

Questi esempi, ed altri se ne potrebbero fare, fanno sì che noi che nella scuola operiamo ogni giorno e che ci siamo adoperati in estate per attrezzare la nave perché fosse in grado di affrontare la seconda ondata della pandemia, adesso ci sentiamo come naufraghi aggrappati sul pennone di quella nave che sta affondando verso una nuova chiusura, circondata dalle onde del Covid e dall’indifferenza e inefficienza delle altre istituzioni che avrebbero dovuto aiutarne la navigazione.

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