SCUOLA E COVID/ Quei “prof” più preoccupati di sbagliare un verbale che una lezione

- Leonardo Eva

Perché molto, nella scuola, sembra congiurare contro il lavoro dei docenti? Soprattutto: i presidi con chi stanno? La risposta non è scontata

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La sede del ministero dell'Istruzione (LaPresse)

Dialogo immaginario tra un vice-preside e un docente semplice a pochi minuti dall’inizio della giornata scolastica.

– Devi collegarti con l’alunno Pinco Pallino, che ti seguirà da casa mentre fai lezione a scuola. Mi raccomando: inquadra solo te; non visualizzare mai la classe.
– Ah, va bene. Oggi dovrei interrogare alcuni ragazzi. Come procedo?
– Non puoi interrogare mentre Pinco Pallino è collegato da casa! Per questioni di privacy…
– Quindi devo entrare in classe, fare l’appello, sbrigare la burocrazia, collegarmi di corsa con Pinco Pallino, salutarlo rapidamente e scollegarmi altrettanto velocemente, per poi cominciare a interrogare?
– Proprio così!
– Posso scambiarmi di posto col bidello?

Ha proprio ragione il collega di Riccardo Prando che qualche tempo fa, riferendosi alla scuola italiana che si perde dietro alla burocrazia invece di affrontare seriamente questi tempi drammatici, diceva: “Siamo sul Titanic e, mentre la nave affonda, l’orchestra suona”.

Adesso, con le nuove chiusure, l’acqua è ormai alla gola.

Gli insegnanti, generalmente, continuano a essere più preoccupati di sbagliare un verbale che una lezione. Per loro le “domande fondamentali” sono: quando scadeva il termine per l’invio di quel modulo? Potrò copiare quello dell’anno scorso? Dovrò cambiare il tempo dei verbi, rispetto all’originale?

I genitori protestano per le questioni meno importanti. Nessuno mai che si chieda perché spesso i propri figli passano almeno tredici anni nel mondo della scuola con risultati deludenti.

I ragazzi sono impegnati, quando va bene, coi venerdì per l’ambiente (a quando i giovedì per la scuola?).

A questo punto ci si potrebbe domandare se non sia il caso che i dirigenti scolastici smettano di essere così “governativi” e comincino a dire quello che il compianto Gigi Proietti esclamava in un vecchio sketch, quando si trovava nei panni di un conduttore di telegiornale a cui tutto andava storto e riceveva un’inutile telefonata da chi avrebbe dovuto risolvere i problemi: “E vience te!”.

“E ci venga Lei, ministro!”, a sistemare orari, personale, aule, uscite, orari da cambiare, supplenti… Intendiamoci: lo sforzo della scuola e dei dirigenti scolastici è encomiabile. Commovente, in certi casi. E tutti comprendono perché viene fatto: per consentire ai genitori di andare a lavorare!

Non scherziamo: viene fatto per i ragazzi, naturalmente.

In ogni caso, si tratta di uno sforzo immane, che maschera agli occhi di molti (di quasi tutti) i veri problemi del mondo della scuola: quell’emergenza educativa che nemmeno questo squinternato 2020 è riuscito a far venir fuori con chiarezza (Papa Francesco a parte).

Evidentemente l’opinione pubblica ha l’impressione che se il governo chiedesse ai dirigenti scolastici di far staccare i banchi da terra e mantenere sospesi nell’aria gli alunni per cinque ore al giorno, il mondo della scuola si metterebbe in moto, magari con qualche mugugno o rivendicazione sindacale, per eseguire gli ordini.

Ecco: non sarebbe il caso che i dirigenti scolastici provassero a interrompere questa scalata verso l’assurdo?

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