SCUOLA/ È forse la Dad l’ultima chance di salvare i “prigionieri”?

- Alessandro Artini

Uno dei problemi maggiori è quello di non perdere i molti giovani annichiliti dalla chiusura delle scuole. Non bastano certamente i corsi di recupero

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Studenti in protesta a Torino contro la Didattica a distanza (LaPresse)

Una volta finita la pandemia, torneremo alla vita scolastica di una volta? Alcuni cambiamenti hanno lasciato il segno e neppure la logica dei ristori potrà pareggiare la traccia incisa nelle nostre esistenze. Soprattutto non potrà essere ristorato il vuoto educativo di chi si apprestava a compiere il passaggio alla vita adulta, il cui slancio è stato piegato dall’angoscia e dalla depressione. È accaduto come con un seme, che marcisce nel ristagno dell’acqua piovana. Non sarà facile intervenire e, al momento, non si intravede con nitidezza la cura per restituire ai ragazzi la capacità di immaginare e progettare il futuro, ancora soffocati dall’immobilità del presente. Si può solo dire che una tale cura potrà nascere solamente da una riflessione autentica e sinergica di percorsi umanistici e scientifici, nonché dalla confluenza degli studi sperimentali sull’apprendimento con quelli pedagogici, psicoanalitici e sociologici.

In questa prospettiva, temo il finanziamento dei corsi di recupero, i cui esiti, come generalmente accade, saranno trascurati e per questo trascurabili. Essi, infatti, non saranno oggetto di alcun esame, ma soddisferanno in sé stessi, cioè nella propria attuazione, le finalità di ristoro per il percorso di crescita incompiuto. Temo che essi ripropongano un’ennesima razione di cibo, i cui ingredienti erano indigeribili già dopo il pasto originario. Serviranno solamente a distribuire qualche soldo ai docenti impegnati nelle lezioni e, soprattutto, a eludere il terreno faticoso di una nuova progettazione didattica.

In questi giorni, generalmente si attuano due modelli organizzativi per realizzare il 50% delle presenza di alunni, che molte regioni prevedono.

Un modello è quello di far alternare classi intere in presenza e a distanza. Alcune, infatti, vengono a scuola, mentre altre restano connesse on line, per poi invertire i ruoli periodicamente.

L’altro è quello praticato da scuole come la mia, l’Itis “Galilei” di Arezzo. Queste ultime hanno scelto di raggiungere il 50% di alunni, dividendo in due parti ciascuna classe. Questo secondo modello, in sostanza, comporta lezioni che, contemporaneamente, si rivolgono a una metà di alunni in presenza e a una metà “in remoto”, e che si alternano anch’esse periodicamente.

In questo modo, tuttavia, la didattica si fa più difficile, perché si indirizza simultaneamente a due “platee” distinte di alunni. Alcuni professori, talvolta, protestano.

La didattica tradizionale, infatti, si muove su tempi più distesi, mentre quella a distanza, la Dad, richiede una maggiore snellezza, dovuta all’esigenza di non imporre agli alunni tempi troppo lunghi di fronte al monitor. Per evidenziare altre differenze, con uno sforzo di sintesi, che indubbiamente farà torto alle particolarità e agli approfondimenti, potremmo dire che la didattica tradizionale si compone, nella maggior parte delle scuole, delle canoniche spiegazioni e prove di verifica (interrogazioni e compiti in classe), mentre la didattica on line richiede spiegazioni più rapide e strutturate con vari materiali (appunti, immagini, slides, ecc.). Quest’ultima, inoltre, prevede il coinvolgimento costante degli alunni.

Anche le prove di verifica on line richiedono accorgimenti particolari, per evitare i comportamenti di cheating, cioè di copiatura, che sono molto diffusi tra gli alunni italiani (si veda il saggio di Marcello Dei, Ragazzi, si copia. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane).

È indubbio, tuttavia, che le due modalità didattiche, se contemporanee, debbano avvicinarsi o, comunque, cercare una convergenza. Un modo per crearla è quello di adottare la cosiddetta “classe rovesciata” (flipped classroom), un metodo d’insegnamento che può rappresentare un trait d’union, anche perché uno dei suoi più importanti effetti è quello di guadagnare tempo e favorire il coinvolgimento degli alunni. In sostanza, si affida agli alunni del materiale per studiare autonomamente la parte teorica delle lezioni (per esempio un video di spiegazione) e in classe si fanno le esercitazioni, in genere di gruppo. Si rovescia così il tradizionale modello della spiegazione teorica a scuola e dei compiti a casa. Non vado oltre, perché il tema della flipped classroom richiederebbe uno spazio a sé. Mi limito a ribadire che essa può rappresentare una strada unitaria per superare il “conflitto” didattico tra le lezioni destinate agli alunni che sono a scuola e quelle che sono indirizzate agli altri nelle loro abitazioni.

Tornando al tema dei due diversi modelli organizzativi per raggiungere il 50% degli alunni, qualcuno potrebbe obiettare: perché non adottare il primo, che lascia intatta l’unità di ciascuna classe, o tutta in presenza o tutta a distanza? Didatticamente sembra più semplice.

La ragione principale per la seconda opzione, che divide ciascuna classe in due metà, è che essa rappresenterà in futuro un mix sempre più diffuso. Infatti adesso ci sono molti alunni che non possono venire a scuola, perché sono alunni fragili (per esempio immunodepressi) o congiunti di persone fragili, altri sono disabili, per i quali è da evitare la presenza, altri ancora sono attualmente in quarantena o in isolamento. Potremmo aggiungere, a tutti questi tipi, anche quello di coloro che soffrono di disturbi psicologici (per esempio i cosiddetti hikikomori) che sono in ritiro sociale, spesso auto reclusi nelle loro camere. L’elenco, tuttavia, potrebbe essere ancora più lungo…

Alcuni di questi alunni probabilmente torneranno in presenza con la fine dell’epidemia, ma certamente non tutti. Cosa ne faremo di queste giovani persone che non torneranno, le lasceremo al destino di dropouts? Il tasso di abbandoni, già elevato in Italia, è destinato ancora a salire.

Ovviamente, la scuola non può trasformarsi in un insieme di corsi a distanza, che potrebbero inficiare la tradizionale relazionalità e cambierebbero la sua stessa natura, ma certamente non possiamo abbandonare quei giovani. Il collegamento on line, in molti casi, rappresenta il solo filo di congiunzione che li trattiene dalla deriva. Dunque, il fatto che alcuni alunni restino collegati da casa (ciò varrebbe anche se ve ne restasse uno solo) impone inevitabilmente il mix della contemporaneità e l’adattamento della didattica al duplice interlocutore, quello in aula e quello a casa.

Per questo le scuole non potranno tornare indietro e cancellare con un colpo di spugna la didattica a distanza.

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