SCUOLA/ Il dramma della dispersione di massa e l’unica risposta possibile

- Giuseppe Di Fazio

In Sicilia più di 80mila ragazzi non vanno più a scuola. Chi fa finta di non vedere e chi si sta sbracciando per creare una rete che aiuti i minori a rischio

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LaPresse

Un ragazzino di 11 anni alla guida di uno scooter è stato fermato dai Carabinieri alla periferia di Catania nella settimana dopo Pasqua. Si chiama Carmelo e, dalle verifiche fatte dal Tribunale per i minorenni a cui è stato segnalato, risulta essere in dispersione scolastica. Carmelo è uno dei 18mila studenti in età dell’obbligo della provincia di Catania per i quali la scuola è un optional. In questi tempi di pandemia il tasso di dispersione e di abbandono scolastico in Sicilia ha superato il 20%. In numeri assoluti significa oltre 80mila studenti mancanti all’appello.

Numeri da capogiro, che richiamano analogie con la situazione di 60 anni fa, quando ancora l’Isola registrava il 24,5% di analfabeti. Incredibile, si dirà, ma la situazione descritta è tremendamente reale. Così come è altrettanto drammatico il nesso fra la dispersione scolastica e i reati: nel 2020 Catania è stata fra le prime città italiane per criminalità minorile con i suoi 1.095 procedimenti penali.

Per quanto i numeri siano alti, istituzioni scolastiche, mondo politico e opinione pubblica per decenni hanno sottovalutato il problema. Nella relazione del 2021 sull’amministrazione della Giustizia nel distretto di Catania si parla esplicitamente di “omissioni che meriterebbero approfondimenti anche investigativi” e, comunque, si richiede “un cambio di passo nelle strategie di prevenzione”.

Alcune scuole, anche nei quartieri a rischio, non rilevano il disagio, né tantomeno segnalano i casi di dispersione o di abbandono. Analoga trascuratezza si riscontra spesso anche da parte dei servizi sociali, con organici ridotti all’osso.

Il clima, tuttavia, dall’autunno del 2020 sta cambiando; da quando, in particolare, è arrivato a Catania come presidente del Tribunale per i minorenni l’ideatore del progetto “Liberi di scegliere”, Roberto Di Bella, un giudice che non si limita ad amministrare la giustizia, ma che prende a cuore la vita dei ragazzi che vengono segnalati al Tribunale. Ragazzi, a Catania come a Reggio Calabria, spesso privati dei loro sogni, costretti a vivere, come ha dichiarato uno di loro, “da animali”. Il progetto, lo ricordiamo, mira a recuperare i tanti minori costretti a delinquere dall’ambiente familiare e sociale in cui vivono e ad offrire loro l’opportunità di inserirsi in altri contesti e divenire liberi di coltivare i propri sogni.

La personalità del neo-presidente del Tribunale per i minorenni di Catania e il suo dinamismo stanno innescando un percorso virtuoso non solo a livello formale, ma anche nella prassi: Di Bella ha cominciato a visitare le scuole per rendersi conto di persona della realtà; a dicembre scorso è stato istituito in Prefettura un Osservatorio sul disagio giovanile; sta nascendo, infine, una rete fra insegnanti, associazioni di volontariato e Tribunale per prevenire le situazioni di rischio e accompagnare i tanti casi di minori in povertà educativa.

Anche le scuole si stanno svegliando: negli ultimi due mesi sono arrivate al Tribunale tante segnalazioni quante negli ultimi tre anni. Ma soprattutto la questione minorile sta diventando un tema dell’agenda politica. Il giudice Di Bella, però, chiede di più: essa deve divenire la “priorità assoluta”. Per questo non basta che insegnanti, giudici, parroci, assistenti sociali, volontari facciano il proprio dovere. È necessario che si prendano cura di quei ragazzi privati di sogni e di libertà con cui sono venuti in contatto. E ancora, non è pensabile che nelle realtà del Sud la scuola limiti la propria azione all’orario canonico delle lezioni. “Le scuole – insiste Di Bella – devono aprirsi al territorio”. Per questo appare grave che in Sicilia il tempo prolungato sia applicato solo nel 10% degli istituti scolastici.

C’è bisogno di una scossa, che rimetta al centro dell’attenzione l’emergenza educativa al Sud. Non stiamo parlando di un problema come tanti altri: le strade impraticabili, l’alta velocità che non arriva, il Ponte sullo Stretto che resta un miraggio, la questione dei rifiuti, la disoccupazione che si allarga a macchia d’olio. Stiamo parlando del nodo centrale del futuro dell’Isola. Se non si investe sul capitale umano giovanile, se si continuano a lasciare gli 80mila ragazzi della dispersione scolastica in balìa della malavita, se la formazione professionale resta un miraggio, non ci sarà futuro per l’Isola. Serve un’inversione di rotta, che rimetta in primo piano l’emergenza educativa. E la faccia divenire priorità nazionale.

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