SCUOLA/ Il preside: ridateci la chiamata diretta (e il modello trentino)

- Gianni Zen

Le difficoltà di chi lavora alle cattedre per il nuovo a.s., soprattutto i docenti in arrivo per trasferimento, ripropongono il problema di una autonomia vera

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Giovani davanti a scuola (LaPresse)

In piena estate i dirigenti scolastici lavorano alle cattedre dei docenti, tra continuità da garantire, incrocio di sedi, di part-time e delle fatidiche 18 ore canoniche.

Un’occhiata finale, poi, dev’essere data ai consigli di classe risultanti, perché questo gran lavoro alla fine deve incrociare la sempre più assillante domanda di equità tra e nei consigli di classe.

Spesso in questi momenti si avverte la mancanza dell’organico di istituto, poter contare su personale che sia funzionale al Ptof della scuola, il piano triennale che la scuola si è data, in troppi casi solo a parole. La “chiamata diretta” dovrebbe valere come base di partenza per la costruzione di questo organico, per il suo rinnovo, per il suo ricambio. Dovrebbe valere non solo per i docenti, ma anzitutto per il dirigente, poi per il Dsga e per tutto il personale. Anche per il dirigente scolastico? Certo: sulla base del curriculum e di un colloquio da parte del consiglio di istituto.

Ma ritorniamo alla costruzione delle cattedre. I docenti in servizio, conoscendoli, si possono inserire facilmente in questo o quel consiglio di classe, senza badare, come è giusto, all’anzianità di servizio o a particolari “desiderata”, ma cercando appunto quell’equità.

Il problema riguarda i nuovi docenti, quelli arrivati per trasferimento, cioè per loro scelta, e quelli, non di ruolo, che arriveranno a settembre.

L’unica forma di carriera di un docente, lo sappiamo, è riuscire a insegnare nella propria classe di concorso, nella propria città, vicino a casa. È ovvio che questo significa scegliersi, per quanto possibile, la scuola considerata la migliore, o la più in linea con la propria idea di scuola. Il problema sta qui, perché quando ci si inserisce in una scuola, ci si inserisce in un percorso, certificato nel Ptof, che non è lo stesso di altre scuole con analogo indirizzo, per sensibilità, sottolineature, scelte, opportunità.

Ebbene, un docente decide di scegliere una scuola, ma una scuola non può dire niente su questa scelta. Capita che arrivino docenti che, in nome della cosiddetta libertà di insegnamento, insistano per difendere un loro modo di fare scuola senza badare a ciò che è scritto nel Ptof, che ogni docente, essendo il Ptof scelta collegiale, dovrebbe fare proprio.

In altre parole, se un docente assume scelte autonome nel metodo e nella didattica, una scuola non può dire o fare nulla. Pensiamo al ruolo dei dipartimenti, centrale, in particolare dal 2010, per definire le programmazioni dei consigli di classe e di disciplina. Non tutti i nuovi docenti sono disponibili a cogliere le implicazioni positive della libertà di insegnamento, preferendo il “muro”. Cioè zero gioco di squadra.

Qui il discorso, avendo noi a che fare con alcuni docenti in evidente difficoltà o addirittura incompetenza, inevitabilmente tocca il problema dei filtri di ingresso nella professione docente. Centrati ancora sulle conoscenze, non sulle abilità e capacità di insegnamento.

Perché poi, al dunque, succede che conti sempre anche a scuola il concetto di reputazione, per cui sono sempre più gli studenti ed i genitori che chiedono questo docente rispetto a quell’altro, che protestano, che si arrabbiano col preside. Mentre, lo sappiamo tutti, dopo 20 giorni dall’inizio della scuola le cattedre non possono più essere ritoccate, anche se, di fatto, in determinate situazioni può continuare la girandola di supplenti. Quanto sanno che questa responsabilità dei presidi è uno degli atti pubblici di valutazione del suo operato? Forse il più evidente.

Allora, chiedo a tutti: hanno ancora senso i concorsi omnibus, nazionali, cioè i “concorsoni”? Sulla base di cosa vengono selezionati i docenti, come i dirigenti scolastici ed il personale?

Vedendo la regolarità trentina, non posso negare che l’autonomia, per loro, è davvero un valore aggiunto. È difficile pensare che potrebbe diventare, con assunzione di una precisa responsabilità da parte dei responsabili dei vari contesti, una pratica ordinaria di tutte le regioni italiane?

Poi, verrebbero costituiti degli albi regionali dai quali le singole scuole autonome potrebbero, per “chiamata diretta”, con modalità trasparenti e pubbliche, coinvolgendo i dipartimenti, scegliere quei docenti che sono in linea col Ptof della scuola prescelta.

Un libro dei sogni? Questo non è dividere il Paese, ma unirlo sotto l’egida di una comunità che si costituisce secondo una responsabilità, chiamata “servizio pubblico scolastico”. O – anche – scuola di qualità.

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