SCUOLA/ Infanzia 0-6 anni, il pericolo di un’educazione di Stato

- Paolo De Carli

È ancora al palo l’attuazione della riforma Renzi della scuola dell’infanzia 0-6 anni, ispirata ad uno statalismo invasivo

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Scuola (LaPresse)

Dovremmo essere prossimi, secondo il dettato legislativo, all’effettiva applicazione di una delle più importanti riforme del sistema educativo e scolastico italiano, contenuta nella legge delega 107/2015 e nel decreto delegato 65/2017 (del governo Renzi) e che prevede l’espansione dello stesso sistema scolastico, in modo “integrato”, alla fascia di età da zero a sei anni.

L’infanzia è certamente un’età delicatissima e cruciale e con un enorme impatto sulla formazione della personalità. La vicenda della menzionata riforma ha tuttavia assunto connotati kafkiani: una lunga e lenta gestazione tra due governi di tendenza assai differente, una mancanza quasi totale di informazione caratterizzata dal disinteresse dei politici, degli opinion makers e degli anchor men televisivi e mediali, un’assenza della tematica nel dibattito preelettorale delle elezioni politiche, amministrative ed europee.

Soltanto ora la Commissione consultiva e propositiva prevista dalla legge si accinge a formulare una proposta degli effettivi contenuti del “Piano di azione nazionale per la promozione del sistema integrato da 0 a 6 anni” che nel decreto 65/2017 era previsto entro il novembre 2017. Curiosa la totale indifferenza verso la riforma dell’attuale Governo che, pur avendo la possibilità di introdurre norme correttive e interpretative della normativa approvata dal governo precedente, ha lasciato scadere il termine senza nulla proporre. Curiosa anche l’assenza dei partiti e della società civile che si sono comportati allo stesso modo. Allarmante l’assenza della burocrazia ministeriale e amministrativa di fronte al complesso iter attuativo della legge di riforma.

Dopo aver deliberato nel dicembre 2017 uno stralcio del “Piano d’azione nazionale” (che peraltro si limitava a delineare una procedura per conoscere le esigenze finanziarie locali relative all’espansione dell’intervento pubblico per soddisfare gli obiettivi della scolarizzazione da zero a sei anni e in conseguenza per poter impegnare allo scopo alcune poste di bilancio), solo ora, come si è detto, la Commissione ministeriale incaricata (nominata solo di recente) ha iniziato a prendere in esame i contenuti sostanziali che dovrebbe avere il menzionato Piano nazionale, suddividendosi in tre sottocommissioni cui sono stati affidati i seguenti compiti: a) di completamento dei contenuti sostanziali del Piano, b) di creazione di un sistema informativo per il Piano, e, c) di delineazione delle “Linee guida pedagogiche per il sistema integrato”.

Inoltre, in attesa del “Piano di azione nazionale”, non sono state emanate tutte le altre norme: sui fabbisogni standard, sulla distinzione dei compiti nazionali e locali, sulle modalità specifiche del finanziamento del Piano, sui poli per l’infanzia, sulla copertura dei posti di insegnamento. In presenza poi di una pronuncia della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittima la previsione di competenza in capo allo Stato degli “standard strutturali, organizzativi e qualitativi” non si è fatto nessuno sforzo per delineare una diversa attribuzione di competenza e per ipotizzare modalità di coordinamento fra diversi livelli istituzionali e amministrativi. Sembra soltanto, allo stato attuale, che la menzionata Commissione ministeriale darà alcune indicazioni su modalità e criteri procedurali per la formazione da parte delle Regioni degli standard.

La normativa in discorso, nella sua aspirazione a coprire con un servizio possibilmente efficiente e diffuso la fascia di età della prima infanzia, è certamente vista favorevolmente da moltissimi. Esigenze lavorative e situazioni familiari difficili giustificano il bisogno di molti a vedere apprestate dai pubblici poteri strutture idonee per asili nido e scuole dell’infanzia. E codesto bisogno sociale pare così forte addirittura da far dipendere da una sua soddisfazione la possibilità stessa di generare figli e quindi, indirettamente e sul piano sociale, la possibilità di correggere l’indice negativo della natalità in Italia.

Ora a questo sentito bisogno sociale la legge in discorso risponde fornendo un unico modello, quello della scuola statale, ed espandendo questo unico modello al periodo di vita precedente i sei anni. Poiché in questa età non si può parlare tanto di “istruzione” quanto di “educazione”, la nuova scuola pubblica dell’infanzia si occuperà di “educare” l’infanzia secondo (art.5 c.1 lett.F, D.Lgs. 65/2017) le “Linee guida pedagogiche proposte dalla Commissione” soprammenzionata, quindi secondo indirizzi formulati da funzionari soprattutto ministeriali. Evidente che un’educazione di Stato è tanto più pericolosa quanto più tenera è l’età cui si rivolge, per le caratteristiche di estrema malleabilità degli educandi interessati. L’alveo più consono e più protetto a questa età è da sempre quello riconosciuto della famiglia che la natura orienta a desiderare per i figli il massimo bene e a svolgere tale desiderio in una profonda intelligenza e comprensione delle singolarità di ciascuno.

Benché il servizio per tutto il settore di età da zero a sei anni sia attualmente sostenuto e gestito, nella sua parte assolutamente preponderante, dall’iniziativa privata, specialmente non profit e benefica, e questo avvenga in proporzione ancora maggiore per la fascia dagli zero ai tre anni, né la legge né l’autorità amministrativa scolastica hanno posto in atto strumenti idonei a conoscere e a valorizzare codesta iniziativa, a coinvolgerla nell’ambizioso e normativamente fissato obiettivo della “generalizzazione della scuola dell’infanzia [da 3 a 6 anni]” e del raggiungimento per i servizi educativi di “almeno il 33 per cento di copertura della popolazione sotto i tre anni di età a livello nazionale” (art.1 c.181 della legge).

Si è dunque rilevata l’unilateralità di visione volta a proporre un unico e invasivo schema istituzionale per un mondo scolastico già interessato invece da una pluralità di strumenti posti in funzione servente “nel rispetto del primario compito dei genitori” secondo l’espressione del D.Lgs. 59/2004. Da qui possiamo agevolmente arrivare a cogliere la seconda gravissima carenza della riforma legislativa che è il totale abbandono applicativo del principio di sussidiarietà, sia nella sua dimensione verticale che orizzontale.

Nella sua dimensione verticale perché si è disinvoltamente passati sopra alle competenze regionali e locali quando era lampante che almeno i “servizi educativi” dell’età da zero a tre anni avrebbero dovuto, secondo l’intendimento legislativo e in conformità alla prassi dei rapporti Stato-Regioni, rientrare nella materia “assistenza” di competenza primaria regionale.

E questo “passar sopra” è avvenuto senza neppur tenere in debito conto tutta la già esistente normativa regionale relativa a scuola dell’infanzia, asili e asili nido. Per arrivare a tanto  è bastato il lasciapassare offerto dalla nuova intitolazione della riforma al “sistema integrato dell’istruzione” che ha consentito il travaso di tutta la materia nel settore dell’”istruzione” di competenza non più delle sole Regioni ma ripartita fra Stato e Regioni. Anche se va aggiunto che le resistenze delle Regioni a un simile scippo sono state piuttosto deboli, forse perché le Regioni erano impegnate su altri fronti o forse per una crisi della politica autonomistica regionale e un diffondersi di atteggiamenti di disimpegno e rinunciatari.

Ma il principio di sussidiarietà è stato abbandonato anche nella sua dimensione orizzontale perché nulla si è fatto per riconoscere un concreto ruolo alle famiglie, non bastando certo per questo il generico richiamo del decreto (art.1) alla “primaria funzione educativa delle famiglie” non seguito da alcuna norma applicativa, né da nessuna previsione di aiuto o di incentivo per le famiglie anche associate, per la cooperazione fra di esse e le loro iniziative, né per altre iniziative diverse da quelle dello Stato. Invece proprio coinvolgendo il mondo delle famiglie, quello degli enti non profit, come pure il privato in generale si sarebbe potuto ridurre tra l’altro e sensibilmente il peso economico della riforma per lo Stato.

Ma in questa kafkiana assenza dalla riforma degli stessi soggetti interessati alla riforma come dell’opinione pubblica, la società civile tuttavia, con qualche iniziativa di particolare vivacità e competenza, ha cercato di richiamare l’attenzione dei responsabili politici e amministrativi sul fatto che la riforma sia mal congegnata sia dal punto di vista funzionale che della relazione con i principi e le competenze di riferimento, e inoltre che essa si trovi in un allarmante situazione di stallo.

Esemplare in questo senso è stato il convegno tenutosi a Milano presso il Palazzo della Regione il 16 marzo 2019 con la partecipazione, oltre che di funzionari ministeriali e di esponenti regionali, anche di rappresentanti di tutte le componenti scolastiche oltre che di esperti giuristi, pedagogisti e sociologi. Il convegno, che ha visto una larghissima e spontanea partecipazione, ha offerto delle importanti indicazioni e delle pressanti richieste sia a mezzo della relazione di base della costituzionalista Anna Maria Poggi sia con le conclusioni operative finali. Ha invitato innanzitutto e con urgenza il Governo a utilizzare la normativa di interpretazione e di correzione prevista dalla legge delega per dare maggior rilievo alla sussidiarietà verticale attribuendo alle Regioni le competenze che alle stesse debbono essere riconosciute, e stimolando le stesse Regioni ad occupare comunque, con una propria normativa, gli spazi alle stesse riservati dalla Costituzione. Inoltre il Convegno ha invitato i responsabili politici a riconoscere alle famiglie la loro “primaria funzione educativa” secondo l’espressione del citato Decreto e in conformità agli artt. 30 e 31 della Costituzione, non in modo velleitario ma con mezzi concreti e cioè attraverso la messa in campo di strumenti partecipativi, consultivi e decisionali idonei.

A fronte di queste richieste della società civile si è dovuto però rilevare una particolare assenza di reazioni costruttive da parte del mondo politico e amministrativo. È così che si è arrivati all’oggi; ora tutti i problemi si accavallano nel periodo prima dell’inizio delle scuole e non è difficile immaginare che si cercherà di farvi fronte solo con rimedi tampone  che servano per lo meno ad affrontare l’enorme problema della copertura degli insegnamenti, reso drammatico dalla entrata in vigore della normativa pensionistica cd. di “quota cento”. Si calcolano infatti tra le 20mila e le 25mila le richieste di pensionamento anticipato cui si devono aggiungere altri 15mila pensionamenti coi requisiti ordinari. Questo per la scuola statale curriculare è un dato che aggrava fortemente l’ordinario problema annuale dovuto alla scopertura dei posti. È notizia recente che il ministero si appresta a bandire oltre che un concorso “facilitato” e un concorso ordinario per complessivi 48.500 posti, un ulteriore concorso ordinario per 17mila posti per scuola dell’infanzia e primaria. Non si vede a questo punto come si potrà fare, in questa situazione di incertezza e di precarietà, a connettere e organizzare tutte le azioni e i mezzi necessari ad un avvio per lo meno decente della scuola dell’infanzia e dei servizi educativi riformati.   

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