SCUOLA/ L’autonomia differenziata? No grazie, facciamo prima quella vera

- Ezio Delfino

Il 19 luglio scorso, nell’ambito del confronto politico in atto nel governo, è stata cassata l’autonomia differenziata in materia di istruzione

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La sede del ministero dell'Istruzione (LaPresse)

“Abbiamo fatto un passo avanti, siamo in dirittura d’arrivo”, ha esordito il premier Conte in conferenza stampa alla fine del vertice di Governo spiegando che “sulla scuola si fonda la nostra identità nazionale”. Con lui il sottosegretario grillino Salvatore Giuliano: “Vince la scuola italiana, non questa o quella forza politica”. E il governatore dell’Emilia-Romagna, il dem Bonaccini, che ha presentato una proposta di autonomia parzialmente distante da quella di Veneto e Lombardia, commenta: “Ha vinto l’Emilia-Romagna”.

La scuola non si tocca, dunque: la temuta differenziazione proposta da Lombardia e Veneto con insegnanti assunti direttamente dalle Regioni, con contratti e stipendi su base regionale e programmi scolastici diversi è stata bloccata nel vertice a Palazzo Chigi del 19 luglio nel quale il Governo ha tolto dal testo in discussione l’art. 12 in cui era prevista la regionalizzazione dell’istruzione. I dirigenti scolastici, i docenti ed il personale Ata non andranno alle dipendenze delle Regioni, ma rimarranno in capo al ministero dell’Istruzione.

Saltano anche, stante l’accordo di governo, i concorsi regionali e le cosiddette gabbie salariali, la possibilità per Veneto e Lombardia di riconoscere stipendi più elevati per i docenti che lavorano nel loro territorio. L’unica concessione che viene fatta ai governatori è quella di poter allungare l’obbligo di permanenza nella Regione dopo l’ottenimento della cattedra (oggi fissato a 5 anni). C’è da rilevare, infine, che con lo stralcio dai documenti oggetto delle intese dell’art. 12 – che riguarda il trasferimento del personale scolastico – anche l’ipotesi del passaggio di risorse dallo Stato alle Regioni viene fortemente ridimensionata. E, si sa, un’autonomia funziona se c’è quella finanziaria.

Il vertice a Palazzo Chigi ha di fatto annullato le proposte di matrice leghista sull’autonomia differenziata, la “riforma delle riforme” del vicepremier Salvini. Si è levata la protesta dei governatori del Veneto Luca Zaia e della Lombardia Attilio Fontana “Aspettiamo di vedere il testo definitivo, ma, se le premesse sono queste, da parte mia non ci sarà alcuna disponibilità a sottoscrivere l’intesa”. 
Si sa, comunque, che nel vertice di Palazzo Chigi proprio i due ministri leghisti Erika Stefani (Affari Regionali) e Marco Bussetti (Istruzione) hanno ringraziato Conte per il risultato raggiunto: i due governatori dovranno fare i conti, dunque, anche con i due ministri espressione della loro medesima area politica.

Anche i sindacati – che temevano fortemente una scuola a due velocità, con docenti del Nord pagati di più di quelli del Sud – tirano un respiro.

Uno a zero, dunque, e palla al centro? O, meglio, con quale criterio giudicare l’attuale confronto sull’autonomia differenziata in ambito scolastico?

Il criterio per giudicare il processo in discussione è uno solo: quello della possibilità reale di potenziare l’autonomia delle singole istituzioni scolastiche. L’ipotetica regionalizzazione farebbe bene o male all’autonomia scolastica?

Se l’operazione è solo volta a mutare il “volto” e la localizzazione del potere sui dirigenti e sulle scuole (da statale a regionale), l’autonomia differenziata è fallimentare e dannosa, perché creerebbe, in realtà, una doppia dipendenza delle scuole e dei dirigenti dallo Stato e dalla Regione, vanificando così quel poco che è rimasto dell’autonomia. Se, invece, lo scopo è diverso, deve essere chiaramente esplicitato dalle Regioni richiedenti, alla luce, però, di ciò che serve alla scuola per migliorarsi e per migliorare il nostro Paese.

Qualche considerazione, allora, e qualche spunto.

a) La strada fin qui immaginata, cioè il conferimento di ampie deleghe a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, se da un lato appare corretta perché risponde a una precisa richiesta dei rispettivi governi regionali e a due referendum consultivi, dall’altro rischia di creare figli e figliastri fra le Regioni.

b) Se è vero che i costi aggiuntivi dell’operazione, stimati in 2,4 miliardi comprendendovi l’autonomia nel campo dell’istruzione, o in 1,3 miliardi senza, sarebbero stati sostenuti tagliando i trasferimenti alle altre Regioni questo avrebbe voluto dire accentuare gli squilibri regionali attuali e mettere a rischio l’unità istituzionale. Né può valere il principio secondo cui le Regioni che godono di un gettito fiscale superiore alle spese possono trattenere automaticamente il surplus. Un trattamento di favore verso alcune Regioni non può essere causa di danno per altre Regioni.

c) La scuola è materia di politica nazionale dove la “differenziazione” rischia di aumentare divari già evidenziati dalle rilevazioni delle prove nazionali Invalsi, recentemente rese pubbliche, dai dati della dispersione scolastica, dalla situazione dell’edilizia scolastica, dai contesti territoriali e familiari in cui vivono gli studenti. La scuola è emergenza di tutto il Paese e non solo prerogativa di “territori”. E, se è da ascrivere al premier Conte il merito di questa operazione di contenimento della differenziazione dell’autonomia, allora bisogna riconoscergli che, allo stato dell’arte, ha interpretato correttamente il suo ruolo.

d) Tutto il dibattito sull’autonomia scolastica di questi mesi oscura (consapevolmente?) il fatto che l’autonomia le singole scuole (statali e paritarie) ce l’hanno già: è stata loro “riconosciuta” dall’art. 21 della legge 59/1997 nel più ampio quadro del sistema di autonomie sussidiarie disegnato dalla legge Bassanini. 

Tutto il dibattito rischia di rimanere, dunque, ancora una volta, dentro una logica, comunque, statalista o di semplice “decentramento”, mentre il protagonismo formativo è già della singola autonomia scolastica, dentro il sistema pubblico integrato di realtà statali e paritarie, ed questa l’autonomia che occorre, oggi più che mai, riconoscere, rilanciare, potenziare e finanziare. Un’autonomia “costituzionale”, riconosciuta, dall’art. 117 della Costituzione al pari delle autonomie, appunto, dello Stato, delle Regioni, delle Città metropolitane e dei Comuni.

Una dimenticanza frutto di una non attenta e sincera osservazione di quanto le scuole – in “autonomia”, tra tanti vincoli e lacciuoli e, oggi, senza certezza di risorse – hanno imparato in questi anni a realizzare su diversi fronti: direzione innovativa, proposta didattica, progettazione formativa, nuova concezione degli spazi come ambienti funzionali all’apprendimento, organizzazione del tempo scuola, innovazione didattica, utilizzo delle tecnologie informatiche, formazione docenti, sinergia con il territorio, attenzione all’inclusione, forme di fundraising.

e) Fiato all’autonomia delle scuole, dunque, espressione responsabile e qui, sì, differenziata, di soggetti, professionisti, operatori e dell’apporto della società civile.

Non serve in questo momento un regionalismo che gestisca l’ordinaria amministrazione. Tra statalismo e regionalismo esiste l’esperienza sussidiaria delle scuole: a questa occorre puntare per i bene dei territori, dotandola in tempi brevi di nuovi modelli di governo, di autonomia finanziaria, garantendole libertà di scelta dei propri professionisti (docenti e dirigenti), decidendo, magari, di percorrere modalità di autonomia positivamente collaudate nel resto d’Europa. 

Dall’autonomia differenziata al rilancio dell’autonomia (già) possibile del sistema scolastico italiano: sarebbe un peccato non provarci.

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