SCUOLA/ Metti un laboratorio, un buon metodo e si salvano occhi, mani e cervello

- Sergio Palazzi

A scuola il presente non è più “emergenza” da commissariare ma vita quotidiana da portare avanti. Senza rinunciare al metodo, alla tradizione e all’inventiva

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Scuola (LaPresse)

È già passato un anno.

La crisi che stiamo vivendo nelle scuole ha semplicemente esaltato situazioni che già c’erano. Le disuguaglianze sociali, territoriali, la dipendenza da modelli culturali antiquati e via elencando, fino ovviamente alle forme e agli scopi della didattica, che dovrebbero essere il core business del tutto, ma spesso si perdono fra le belle intenzioni. Lo ammetto, è stato ed è davvero faticoso: anche solo visto in soggettiva da un prof con la barba bianca, non me la sento di entrare nella mente e nel corpo in crescita di milioni di giovani umani.

Ma le storie e le filosofie delle crisi le scrivono altri, dopo; oggi siamo ancora alle prese con un presente che non vuole finire, che non è più “emergenza” da commissariare ma vita quotidiana da portare avanti. Così ho pensato di condividere alcuni semplici spunti, su cui magari possiamo confrontarci.

Premessa: insegno chimica applicata nel triennio di quei corsi che la burocrazia chiama “Sistema moda – Tessile, abbigliamento e moda”. Non è il massimo dell’appeal, come denominazione, e non solo perché il settore tessile non è soltanto moda, ma materiali innovativi, tessuti tecnologici e tutto il resto, nella chiave della sostenibilità. Però è stato osservato che potrebbe essere l’indirizzo più culturalmente aperto e integrato di tutta la nostra scuola superiore, visto il mix di esperienze scientifiche, culturali ed artistiche che offre agli allievi. Perlomeno, se si riuscisse a farlo funzionare davvero come indicato dalla Linee guida degli istituti tecnici, realizzandone appieno le competenze in uscita.

Il fatto è che questo modello culturale parte dal mettere in moto simultaneamente occhi, mani e cervello, dal rifiutare le separazioni tra teoria e pratica. Se per quasi un anno vai in un laboratorio solo occasionalmente e per il resto ti parli guardando un monitor, diciamo che qualche problema c’è. Via web puoi fare bellissime lezioni su tecnologia ed efficacia delle mascherine in Tnt o sulla storia sociale della prevenzione delle malattie, guardare e magari realizzare presentazioni e video, ma insomma dopo un po’ ti stufa.

Negli ultimi mesi, dapprima abbiamo avuto l’opportunità di portare le classi a scuola solo per un giorno alla settimana, ma sempre nei laboratori, poi abbiamo sfalsato l’orario in base al famoso 50/50, il che significa andarci solo ogni quindici giorni. Ora che siamo deep orange, si vedrà.Così, per riuscire a combinare qualcosa, abbiamo pensato di spingere in una direzione che già praticavamo e che discende della didattica ricorsiva. Gli argomenti non vengono elencati in un ordine sequenziale, ma vengono introdotti partendo dall’obiettivo che si vuole raggiungere, ritornando poi dall’inizio e via via sviluppandoli con maggiori approfondimenti; è la logica della spirale.

Una importante conseguenza è che in questo modo chi è alla fine della quinta non fa qualcosa di “diverso” rispetto a chi è all’inizio della terza (o magari della prima?). Ha invece raggiunto consapevolmente la fine di un percorso, di cui aveva scoperto da subito gli obiettivi ed il senso, irrobustendo la propria preparazione anziché dimenticarla un’ora dopo la verifica. O almeno, male che vada, è un po’ più “aperto alla complessità del reale”.

Uno sviluppo quasi automatico è quello della condivisione del lavoro e dell’apprendimento, tra gruppi di studenti di classi e anni diversi. Oggi ancora più urgente, se i lavori di laboratorio richiedono tempi ridotti e carichi di lavoro che possano essere divisi tra più gruppi. Dove magari i più giovani guidano e i più cresciuti fanno da consulenti.

Non stiamo inventando niente: semmai, un ritorno alle origini, per chi conosce la tradizione degli istituti tecnici. Di recente vediamo riprendere le idee educative di Adam Smith, che all’ideazione di un’economia efficace era arrivato partendo dallo studio dei principi morali e all’epoca era un ideale rivoluzionario, dire che qualsiasi persona avesse il diritto di cercare la propria felicità. Valorizzando la libera interazione fra persone responsabili, anziché la parcellizzazione gerarchica. Ma in quei tempi nasceva anche la scienza moderna, che non aveva bisogno di apparecchiature od esperimenti complessi, bensì di imparare a fare le giuste domande alla natura. Gli strumenti di Volta o di Faraday, e fino a Marconi o Rutherford, se li vediamo oggi sembrano degli accrocchi di vetro e metallo, ma quanto ne è uscito?

Una sperimentazione efficace, euristica, non è l’addestramento del “qui devi fare così per ottenere il risultato che ti ho chiesto”, magari perdendosi nei passaggi intricati, ma “se qui faccio così, cosa riesco ad osservare, come posso spiegarmelo, posso migliorare il risultato?”

Devo aggiungere qualche dettaglio, almeno per i colleghi addetti ai lavori (con gli altri ci ritroviamo più giù). Nelle poche ore permesse dai lockdown abbiamo svolto tinture simultanee di fibre differenti con coloranti di diverse caratteristiche chimiche, controllando tempi e temperature, misurando quantitativamente i risultati con la spettrofotocolorimetria. Con poche ore di laboratorio per singola classe, spingendole ad organizzare e ripartire le azioni, puoi produrre e studiare cento o duecento campioni distinti ed ordinati, su cui puoi ragionare a distanza, condividendo i risultati grazie agli strumenti che ciascuno già conosce “in teoria”. E col vantaggio che le principali differenze sono quelle cromatiche, le più immediatamente percettibili.

Gli studenti dei tre anni si alternano nella preparazione dei materiali, nelle misurazioni, nell’interpretazione dei diversi aspetti scientifici o estetici, relativamente alla funzione ed alla sostenibilità dei processi, che è quel si approfondisce nelle rispettive programmazioni annuali.

E, last but non least, il tutto non punta ad un “progetto”, ma a un “prodotto”. Perché la parola progetto, nel senso scolastichese, mi urta: ricordo quando giravo negli archivi del Comune e vedevo tanti faldoni impolverati, costati molto lavoro, che imbalsamavano idee roboanti destinate a non diventare realtà.

Un progetto, anche il più semplice, ha senso quando ne esce una macchina, un ponte, un abito, che dia soddisfazione a chi poi lo userà. Ne ha di meno quando, ripensandoci, ti fa credere che quel tempo non ha prodotto niente che potrai rivedere in futuro, e che avresti potuto dedicarlo a tutte quelle attività che, a sedici o sessant’anni, ti stimolano e ti invitano molto di più.

Elaborati da riusare negli anni successivi ne facciamo spesso, partendo da idee minimaliste; in quest’anno triste ed anomalo vale la pena di fare qualcosa di formalmente speciale, ad esempio un volume rilegato, originale nella forma e qualificato nei contenuti. Come nei nostri archivi – vecchi di un secolo e mezzo – ci sono tanti volumi prodotti dagli studenti lungo il percorso di più generazioni. Che possono anche essere riprodotti e studiati a distanza, con l’economicità e la rapidità di un pdf e di una webcam, per fortuna. Ma partono dalla materialità di oggetti durevoli. E belli.

Funzionerà, funziona sempre e con tutti? Ovviamente no, e lì ci sarà del lavoro in più da fare, come capita con qualsiasi modalità didattica. Ma con molti funziona bene, e non è che capiti con tutte le altre modalità. Noi ci stiamo provando: poi magari ci aggiorniamo?

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