SCUOLA/ Noi prof e quei sindacati che si sono presi (quasi) tutto

- Marco Ricucci

A proposito di un recente articolo di Galli della Loggia dedicato al ruolo distruttivo dei sindacati della scuola

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Sindacati scuola (LaPresse)

Caro direttore,
l’Italia è come un pollaio: appena una longa manus getta, al momento giusto, un po’ di mangime, tutti i bipedi, forniti di ali che non possono usare, si agitano avventandosi sul cibo, per averne una parte, onde poter commentare e pontificare sul suo gusto. È capitato così quando è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 5 giugno 2020 un provocatorio editoriale di Ernesto Galli della Loggia, abile nel problematizzare in modo dialettico questioni attuali. Ho infatti l’impressione che egli scriva per tirare al bersaglio contro un suo “nemico”, il sindacato, partendo dalla sconsolata constatazione di un’anomalia: l’Italia “è uno dei pochi Paesi in cui non esiste un’associazione vasta e influente, professionalmente competente e capace di muoversi nel dibattito pubblico come esiste in Francia, Germania o Inghilterra”.

La constatazione di Galli della Loggia è vera, ma quasi impossibile, nel Paese dei sindacati, dei comitati, del collegi, delle lobby insomma, dove la moltiplicazione delle competenze e delle attribuzioni dei processi decisionali è andata avanti anche in tempi di Covid-19.

Indubbiamente siamo una nazione con poca memoria, purtroppo, e perciò diamo i numeri: grazie alla sforbiciata del ministro Tremonti coadiuvato dalla riforma Gelmini, che rimarrà nella storia come una delle peggiori riforme della Repubblica, vi è stata nel 2011 l’ultima tranche di tagli, iniziati tre anni prima, per un numero complessivo di 81.120 cattedre e 44.500 Ata, che ha fatto risparmiare all’Erario 8 miliardi. Nel 2015 la “Buona Scuola” di Renzi ha assunto circa 86mila docenti (ne aveva annunciati 150mila), di cui la maggioranza su materie che nemmeno sono insegnate nei diversi indirizzi delle scuole superiori.

Insomma, i “tagliati” dalla Gelmini sono “rientrati” con la Giannini! Senza dover trascurare il sistema di formazione iniziale dei docenti. Ripercorriamolo, in breve: Ssis, Tfa, Fit, Cf24 nel corso di appena 20 anni (con una pausa di almeno quattro anno senza nessun corso di abilitazione!).

Chi avesse veramente a cuore le sorti progressive del nostro Paese, dovrebbe scrivere anche al ministero dell’Istruzione candidandosi per i lavori del Tavolo di confronto, istituito dopo l’approvazione del Decreto Scuola il 6 giugno da parte del Parlamento, per avviare “con periodicità percorsi abilitanti” e fare chiarezza sul percorso per diventare insegnanti, consentendo così anche ai giovani neo-laureati un percorso di accesso all’insegnamento “caratterizzato da una formazione adeguata”. Si riparte da zero, come al Monopoli.

Per Galli della Loggia i sindacati, al posto di chiedere concorsi veri, cioè seri con scritti e orali, ben pianificati, aperti per tutti, chiedono al Governo di turno solo e sempre l’ope legis: “Il sindacato tiene prigionieri gli insegnanti italiani nella gabbia del suo discorso senza verità e senza vita, fatto solo di vuotaggini pappagallesche, da anni sempre le stesse, sulla democrazia, sull’autonomia, sull’inclusività e così via salmodiando da un’ope legis all’altra”.

Ma inviterei l’autore del saggio L’aula vuota a interrogare il mondo accademico sull’efficacia della preparazione iniziale degli studenti che, appena laureati, vogliano intraprendere la “carriera” dei docenti: il primo atto, che avviene nella realtà quotidiana, non è frequentare un corso post laurea come avviene nei Paesi “normali”, ma è iscriversi alle graduatorie di istituto – ora diventate provinciali – affinché le aule delle scuole italiane non rimangano realmente-vuote.

Allora, rileva argutamente Galli della Loggia: “Il sindacato-scuola italiano è così di fatto il sindacato dei precari e virtualmente tra i maggiori responsabili della dequalificazione della figura dell’insegnante”. Cuique suum: il sindacato-scuola svolge, a mio modesto parere, una funzione supplente dello Stato, in quanto deve farsi, ad ogni cambio di Governo, “interprete” non solo della legislazione scolastica, ma anche delle istanze di una “manodopera” intellettuale, considerata da ogni governo un ammortizzatore sociale dei “lavoratori della conoscenza” nonché bacino elettorale (un milione di dipendenti circa ha il comparto Istruzione) assai appetitoso per un sistema proporzionale, e dal mondo universitario un bancomat dove attingere denari per mantenere in vita il sistema, poiché lo Stato centrale continua a fare tagli alla ricerca: dovrei qui ri-parlare del sistema di reclutamento del mondo universitario come ho già fatto una volta?

Per esempio, molti docenti o aspiranti tali si affidano ai sindacati come clientes ai patroni, per compilare la miriade di moduli che infestano la burocrazia scolastica: iscrizione a graduatorie, domande di mobilità e di trasferimento e così via… Ecco la parola chiave che Galli della Loggia richiama: “merito di ciò che la scuola è o dovrebbe essere”.

Mentre il dibattito è da anni – troppi – acceso, testimoniato dalla proliferazione di leggi e libri di giornalisti, noi docenti vediamo che i nostri migliori studenti, dopo laurea e dottorato, vanno all’estero per poter proseguire la ricerca e sono sempre bene accetti. I cervelli in fuga sono un’altra triste metafora del nostro tramonto?  

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