SCUOLA/ Paritarie, 30% a rischio chiusura: allo Stato bastava una detrazione fiscale

- Nicola Itri

La chiusura delle scuole paritarie aggraverebbe i costi per lo Stato, generando anche una massiccia disoccupazione. Ma non è questione di sussidi

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La sede del ministero dell'Istruzione (LaPresse)

Caro direttore,
lo devo confessare, non sono uno fra quelli che leggono abitualmente la Repubblica, ma  l’articolo di alcune settimane fa di Alessandro De Nicola, intitolato “La tentazione delle paritarie”, mi  aveva rallegrato lo spirito e un poco anche illuso, dopo mesi di mestizia causata dalle notizie sui contagiati, guariti e morti per coronavirus.

Che cosa aveva sostenuto De Nicola, che oltre ad essere editorialista di Repubblica, lo è anche dell’Espresso, de Il Foglio, de Il Sole 24 Ore e lo fu dell’indimenticabile La Voce di Indro Montanelli? Che lo Stato italiano, se si ostina ad applicare solo il famoso terzo comma dell’ art. 33 della Costituzione della Repubblica italiana (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato” ) dimenticandosi del quarto comma sempre dello stesso art. 33, lì dove dice che “la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad essi piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali” rischia concretamente (secondo i dati presentati dalla Cei) di far chiudere il 30% delle scuole paritarie.

Infatti, mentre per le scuole statali il costo per ogni alunno è di 6mila euro, quello che lo Stato destina attualmente alle scuole paritarie vede stanziata una somma complessiva di 80 milioni di euro l’anno. Se si tiene conto poi, continua nella sua riflessione De Nicola, che in Italia ci si sono ben 866mila bambini e ragazzi che frequentano gli asili e le scuole paritarie, dalle primarie alle superiori, se il governo oggi in carica lasciasse le cose come sono tutt’ora, si rischierebbe una “desertificazione dell’istruzione privata e un’accentuazione del carattere monopolistico statale dell’insegnamento”.

Inoltre se un terzo degli studenti che frequentano attualmente gli istituti privati, l’anno venturo dovesse iscriversi proprio alle scuole statali, perché le loro famiglie non  possono più permettersi di mandare i propri figli ad una scuola privata, il costo per l’erario sarebbe presto fatto: 5.230 per 290mila è uguale a 1 miliardo e 522mila euro di costo in più per lo Stato, senza contare l’inevitabile disoccupazione di molti dipendenti delle scuole paritarie (circa 166mila).

“Inoltre qui non si tratta”, aggiungeva De Nicola “di reclamare sussidi per aziende private”, ma “parità di trattamento tra le persone”. Se le scuole paritarie infatti, come dice la legge stessa, svolgono un servizio pubblico, e lo Stato assicura l’istruzione gratuita a tutti i cittadini, il governo deve mettere in condizione le famiglie di poter scegliere anche istituti privati purché non a costi superiori di quanto costa frequentare quelli pubblici.

“Persino la laica e socialdemocratica Svezia”, continuava De Nicola, “ove vige una sostanziale parità tra pubblico e privato, l’ha capito”. Servizio pubblico non vuol dire monopolio statale, anzi, “una competenza tra modelli educativi, rispettando le linee guida fondamentali nazionali, è virtuosa”.

“La concorrenza”, ci ha insegnato il Nobel Friedrich von Hayek, continuava De Nicola, è soprattutto diffusione della conoscenza, stimolo ad imitare i modelli migliori”. L’innovazione, quindi, proseguiva De Nicola, vale anche per l’istruzione. Insomma, concludeva sempre De Nicola, “senza inventarci click sul sito Inps, il Governo avrebbe potuto semplicemente concedere una detrazione fiscale per i genitori che mandano i figli alle paritarie,  pari anche solo alla metà del costo medio pro capite degli scolari pubblici: se abbastanza famiglie decidessero di tentare la privata il Governo rischierebbe di guadagnarci”.

Che dire di questo articolo? Una bella notizia, mi era venuto di pensare tra me; se si aggiunge poi a questa un’altra bella notizia pubblicata nelle scorse settimane su queste pagine, in base alla quale l’onorevole Toccafondi, deputato di Italia Viva, aveva riferito che nella legge di rilancio proposta dal Governo dopo la pandemia, su sua iniziativa, appunto, e del partito che fa parte dell’attuale maggioranza governativa, erano stati aggiunti 70 milioni per le scuole paritarie dalle primarie alle superiori, uno “stanziamento” che si aggiunge ai 65 milioni già destinati  agli asili nido e alla scuola dell’infanzia, con altri potenziali 15 milioni, “versati nel capitolo di spese del sistema scolastico integrato da 0-6 anni”, portando così a 150 milioni complessivi i versamenti per la scuola paritaria, su un totale di 1 miliardo e 500 milioni di euro stanziati dal decreto di rilancio sulla scuola, c’era di che essere ottimisti.

Quando poi, però, ho letto che i fondi erogati per la scuola paritaria erano inseriti “a titolo di sostegno economico in relazione alla riduzione o al mancato versamento delle rette” a causa della sospensione dei servizi in seguito alle misure adottate per contrastare la diffusione della Covid-19, mi sono detto: perché, per finanziare la scuola paritaria, bisogna sempre utilizzare i fondi destinati ad altre finalità (qui il mancato versamento delle rette a causa della pandemia), e non si porta alla sua logica conseguenza la legge sulla parità scolastica voluta dal ministro Berlinguer il 10 marzo 2000 (ben vent’anni fa) prevedendo per le scuole paritarie un riconoscimento anche economico della funzione che esse svolgono nel nostro paese?

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