SCUOLA/ Primaria, una cattiva “riforma” dei voti che reintroduce il 6 politico

- Gianfranco Lauretano

Il governo ha varato una riforma della valutazione nella scuola primaria peggiore dei voti che voleva togliere. Imposta per ordinanza e discussa da nessuno

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(LaPresse)

Nel silenzio assordante dell’opinione pubblica, del Governo e forse persino dell’informazione, è passata, alla fine per decreto, una riforma scolastica di una certa importanza: nelle pagelle della scuola primaria sono stati cancellati i voti numerici. Niente più numeri da uno a dieci, dunque, bensì “giudizi descrittivi”, come vengono definiti. Potrebbe essere una buona notizia per chi, come il sottoscritto, non ha mai amato i voti numerici, né l’eccessiva enfasi sulla misurabilità della valutazione, autentico mantra della scuola. Dare un numero che valuti il grado di maturazione delle persone, ancor più se piccole, ci è sempre sembrato ridicolo e limitativo insieme. Il fatto è che in questa riforma i voti non sono scomparsi, ma solo mutati. Assieme al giudizio descrittivo, infatti, sono comparsi i “livelli”: non più dieci (d’altronde i voti dallo zero al quattro erano già vietati alla primaria, perciò ne rimanevano sei) ma quattro “fasce di livello”. Quindi, alla fine, ci risiamo.

Il capolavoro, poi, sta nelle espressioni usate per classificare (ancora una volta!) i bambini nei differenti livelli. Eccole, in ordine di bravura crescente:

1. In via di prima acquisizione
2. Base
3. Intermedio
4. Avanzato

Tralasciamo le domande che mamme e bambini stessi faranno subito: a che voto corrisponde “In via di prima acquisizione”? E “Intermedio”? Togliendo i voti, non si voleva togliere una classificazione antidemocratica e antipedagogica? Invece le si è solo cambiato nome, complicando le cose.

Si potrebbe notare inoltre un leggero tono offensivo nei due giudizi mediani: pensando a me stesso, non vorrei mai essere considerato in possesso di una professionalità “intermedia”, di un’amicizia “intermedia”, di una umanità “base”. L’elogio della mediocrità. E cosa significa “in via di prima acquisizione”? Per quali materie vale (ricordiamo che queste fasce devono essere applicate a tutte le discipline)? Prendiamo musica: io sono stonato e non ho orecchio: in quella materia sono stato tutta la vita, fino ad adesso, “in via di prima acquisizione”. Pensiamo a quelli che non hanno talento logico o scarsa propensione linguistica non per cattiva volontà ma per struttura personale.

Ma la fascia bassa “in via di prima acquisizione” assolverà anche chi non ha voglia di studiare. Infatti è come dire che la responsabilità dello studente non esiste, che i vagabondi si sono improvvisamente vaporizzati, che si tratta solo di tempo e sicuramente arriveranno alla “prima acquisizione”. Peccato che la realtà, questa testarda, dimostri che il mondo non va così. La prima fascia non è che la reintroduzione del sei politico di sessantottina memoria.

Insomma, l’ennesima grottesca, ridicola riformina scolastica che durerà fino al prossimo cambio di vento. Basta pensare d’altronde a come è avvenuta. Del mutamento se n’era parlato un anno e mezzo fa, coi toni criptogiacobini dei grillini che a volte si rivelano sessantottini di ritorno e pareva che togliere i voti fosse la vera rivoluzione. Poi nulla, finché è piombata sul capo degli insegnanti l’azzoliniana ordinanza ministeriale, e quando? Il 4 dicembre di quest’anno. Peccato che intanto per quasi tre mesi i docenti avessero continuato a dare voti numerici e ad usare registri che ora ovviamente sono da buttare e riscrivere.

E dove se ne è discusso? Una riforma del genere meritava certamente un dibattito pubblico, il coinvolgimento delle associazioni professionali, degli enti culturali preposti, delle facoltà di scienze della formazione. Quello docimologico non è un tema secondario nella scuola e il contributo di più specialisti e addetti avrebbe portato a un bel risultato. Invece non se ne è saputo nulla. L’ordinanza è arrivata come un fulmine a ciel sereno e se ne sa poco anche dopo di essa.

Infine, ci risiamo: una riforma epocale che inizia, come sempre (sempre!) dalla scuola primaria e probabilmente finirà lì. Le riforme scolastiche sono da secoli così: un’onda che si alza alla primaria, di cui arriva qualche increspatura alle medie e si infrange sulla riva delle superiori, senza che se ne sappia nulla all’università. Dalla quinta elementare alla laurea, insomma, gli studenti continueranno a vivere di numeri, voti, crediti spezzettati in mezzi e frazioni squisitamente matematici, mentre il cambiamento renderà ancora più instabile la primaria, unico segmento che funzionava ancora della scuola italiana.

Si potrebbe dire che lo stile del premier nel governo della pandemia, che avanza a colpi di Dpcm, sia stato applicato anche alla scuola. Una riforma imposta per ordinanza, discussa da nessuno, che decide e non decide, sembra cambiare le cose e le complica soltanto. Come Giuseppe Conte ha chiuso i ristoranti tre giorni prima di Natale, senza consultarsi praticamente con nessuno, mandando in malora tutti gli acquisti e gli investimenti e il lavoro di milioni di poveri operatori, allo stesso modo hanno agito al ministero dell’Istruzione.

C’è il terrore che i risultati siano gli stessi: così come i contiani Dpcm autoreferenziali non hanno fatto altro che far aumentare contagi e decessi di una pandemia che francamente è stata gestita malissimo, come ormai riconoscono quasi tutti in Italia e all’estero (siamo il paese con il più alto numero di decessi al mondo proporzionalmente agli abitanti e tutti aspettiamo ormai rassegnati la terza ondata), allo stesso modo la gestione caotica e ridicola della scuola potrebbe far crescere solo ignoranza e burocrazia, coi nuovi non-voti che sono voti lo stesso e, in più, necessitano di tonnellate di parole per essere spiegati, con l’improvvisazione e la decretazione dell’ultimo momento, con la parzialità e la dabbenaggine di un intervento che non servirà ad altro che a rendere più incomprensibile la realtà.

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