SCUOLA/ Qual è il futuro di una città dove chiudono 127 classi in un anno?

- Romana Romano

La Sicilia sta traversando una profonda trasformazione, con la chiusura di tante e scuole e lo spopolamento studentesco. La situazione è sempre più critica

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LaPresse

Il suono della campanella, preludendo al vociare argentino di bambini in libera uscita, rallegra le nostre mattine.

Non è però sempre così in alcune zone del centro storico delle nostre città. Parliamo della Sicilia, di Catania in particolare, dove diversi edifici storici, sedi di scuole prestigiose, sono vuoti o sottoutilizzati, ridotti ad ospitare solo uno o due classi di scuola media, fra mura antiche che parlano di passato, ma rischiano di crollare. È l’esito drammatico di una drastica diminuzione di ben 140mila alunni, dicono fonti ministeriali, avvenuta negli ultimi venti anni.

Prima causa è il calo demografico che, presente a livello nazionale, si accompagna in Sicilia ad un secondo grande motivo: la spinta alla migrazione interna verso il Nord con le sue città dense di opportunità e, soprattutto la spinta, ancor più consistente, verso l’emigrazione.

Il fenomeno non riguarda più gli adulti in cerca di lavoro, ma si attesta soprattutto fra i più giovani. Chi ne ha i mezzi sceglie di andare a studiare laddove potrà più facilmente inserirsi nel mondo del lavoro. La prospettiva è quindi assai diversa rispetto a quella di chi, come la mia generazione, partiva per abbreviare i tempi di attesa del lavoro avendo però la ferma intenzione di tornare appena possibile. Oggi i giovani partono per inserirsi e restare in Lombardia o, ancor di più, in qualche paese europeo più gratificante e remunerativo del nostro.

Avviene così un depauperamento di persone, famiglie e futuro in una Regione che ancora non riesce a far valere il suo tesoro: bellezze naturali, cultura e turismo.

Il calo demografico è più evidente nei piccoli centri, nei paesi dell’interno da cui si parte, abbandonando le magre attività tradizionali legate all’agricoltura, ma riguarda anche le città metropolitane, nonostante in esse sia presente una contenuta immigrazione dall’Africa e dalla Cina.

Accade quindi che le scuole del centro storico, che, per alcuni anni hanno ovviato alla diminuzione dei frequentanti accogliendo i figli delle giovani famiglie extraeuropee, si siano poi trovate a dover chiudere un alto numero di classi, ben 127 quest’anno rispetto all’anno scolastico precedente!

Ne è conseguenza il continuo ridimensionamento e accorpamento di istituti che perdono titolarità e autonomia, mentre cresce il numero delle reggenze. In tal modo un istituto ha due e, a volte, tre denominazioni con un unico dirigente costretto ad assicurare solo gli affari correnti e l’applicazione della normativa. In questa situazione accade che si affievolisca o si perda anche senso di identità e spirito di appartenenza, sia nei docenti che nelle famiglie e negli allievi, tanto che l’iniziale emorragia diviene svuotamento e abbandono a favore degli istituti numericamente più stabili, meglio accreditati e gestiti.

La qualità della gestione non è un elemento secondario nella valutazione delle famiglie e nella loro scelta. Essa riguarda il modo in cui funziona una scuola, il credito sociale di cui godono i suoi insegnanti, la progettualità che essa riesce ad esprimere. Non è quindi un elemento di poca importanza il fatto che diversi uffici provinciali e la direzione regionale stessa siano, da troppo tempo in Sicilia, privi delle figure apicali. Ci sarebbe invece bisogno di riunire tutte le forze, anche sociali e istituzionali, per rilanciare la qualità della scuola e il valore dell’educazione e per attrarre e motivare allievi sempre più restii e distratti.

Ciò introduce l’altra, grave causa di crisi e degrado delle scuole dell’isola: la dispersione.

Troppi sono i ragazzi, alla soglia dell’adolescenza, che, più o meno tacitamente, lasciano la frequenza quotidiana o si auto-riducono, limitandosi a sopportare il tempo scuola con la dichiarata ed esplicita intenzione di consentire la lezione purché li si “lasci in pace” e non si pretenda di scolarizzarli. Ciò accade nelle zone periferiche dove sono stati forzatamente collocati gli abitanti del centro storico, mostrando più interesse per i luoghi da riscattare che per coloro che li abitavano. Ed essi, collocati al di fuori delle poche, ma ancor vive attività tradizionali, spesso non hanno neanche la spinta motivazionale e quei pochi soldi necessari per partire ed emigrare. Si limitano quindi a sopravvivere, senza prospettive e senza speranze.

In questi contesti è ancora consistente il numero di bambini e ragazzi. Essi hanno bisogno di formazione, una formazione adeguata al loro linguaggio e alla loro realtà, hanno bisogno non solo di aule, ma di luoghi di incontro con adulti motivati e credibili. Purtroppo raramente, in questi luoghi, la scuola è questa opportunità, senza nulla voler togliere ai numerosi docenti che resistono in situazioni difficili, facendo di sé e del proprio sapere baluardi di ascolto e di promozione sociale e culturale.

Ed è proprio di persone ed esperienze di questo genere che vi è bisogno; proprio di luoghi di accoglienza, ascolto e motivazione c’è bisogno, come dimostrano le rare, ma vivaci esperienze di volontariato che gruppi di docenti, spesso pensionati, magari con il supporto di qualche ex allievo, mettono in campo in iniziative di aiuto allo studio.

Accade allora che qualche ragazzo trovi motivazioni e voglia di mettersi in gioco, scoprendo che lo studio non è solo ripetitivo, che esiste un modo per far interagire la matematica e la storia con il proprio presente e il proprio futuro, scoprendo insomma che è possibile vivere con gusto e sperare in un futuro migliore.

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